Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).
La maschera, in antichità, non era altro che una rappresentazione dei defunti. Questa forma era nata dai calchi che venivano eseguiti sui volti dei familiari deceduti, allo scopo di conservarne le fattezze per la futura memoria, rito legato al culto degli avi.
Questo avveniva perché un tempo il volto era considerato la rappresentazione della persona a causa della sua espressività la quale mutando rappresentava i vari stati d’animo. Le maschere erano talvolta utilizzate anche da certi sacerdoti durante determinate cerimonie.
Qualcuno ipotizza che la maschera teatrale potrebbe aver conservato tracce del significato legato alla morte, la quale è un uscire dall’individuazione e che rimanda ad una dimensione ulteriore.
La maschera teatrale appare in Grecia perché legata al culto di Dioniso. Infatti le rappresentazioni teatrali avvenivano per le feste dionisiache in cui tragedie e commedie venivano messe in scena durante le sacre rappresentazioni. Dioniso, oltre che il dio di ogni tipo di ebbrezza, era anche il dio della completa perdita dell’identità.
Infatti era il dio dell’uscita dal proprio sé perché aveva il potere di fondere ogni individuazione col mistero della riunificazione al tutto identificato con la natura universale. Forse il legame con la morte della maschera, risiede proprio in questa simbologia.
In un criptico mito ci viene tramandato che Dioniso, quando si guardava allo specchio, non vedeva il proprio volto riflesso ma vedeva rappresentata l’immagine dell’universo intero. Sarebbe stata l’allusione sull’autentica identità multipla, quasi dissociata del dio. Questo forse voleva sottolineare la spersonalizzazione della più enigmatica e complessa divinità.
A causa di questa sua non individuazione, veniva talvolta rappresentato col volto nascosto da una maschera che ne copriva le fattezze. Le maschere principali del teatro Greco rappresentavano, all’inizio, i due poli degli stati d’animo, la gioia e la malinconia che altro non sarebbero che i caratteri del dio.
Una delle espressioni sarebbe simile alla gioia data dall’ebbrezza della convivialità, la quale altro non è che la fusione dell’io individuale con la perfezione della plenitudine, mentre, all’opposto, abbiamo l’angoscia opprimente dello sprofondamento nell’abisso della solitudine dell’io, il vero io interiorizzato che può gelare il sangue a coloro che lo riescono a percepire.
La maschera dionisiaca sembra essere stata desiderata anche dal filosofo Friedrich Nietzsche per trovare l’autenticità. Lo fa in “Al di là del bene e del male” dove chiede espressamente “dammi una maschera, ti prego, una maschera ancora“.
Il legame della maschera con la tragedia consisteva nel fatto che l’immagine cercava di dare un senso alla vita nel tentativo di creare l’illusione di un senso là dove tutto ha termine con la perdita di ogni senso.
Nella quotidianità, la maschera, spesso, non è altro che quella che ognuno è costretto a utilizzare nella vita. Talvolta chi la utilizza non si rende nemmeno conto che l’io più autentico di ognuno per ironia può essere proprio la maschera stessa, cioè il ruolo che ognuno assume all’interno della comunità in cui si trova ad operare.
Secondo il teatro di Pirandello, ognuno, spesso, non usa una sola maschera ma molteplici, per i vari palcoscenici il cui si trova a rappresentare il proprio personaggio. Una maschera per la famiglia, una per il luogo di lavoro ed un’altra per i rapporti mondani.
Quando, talvolta, capita che il personaggio si possa trovare solo con se stesso, a contatto diretto col proprio io autentico e non rappresentato, può accorgersi, nella drammatica solitudine, di non essere nessuno e di vivere solamente.
Il teatro dell’arte italiano riprende il concetto di maschera e la perfeziona. Infatti ogni maschera non è più un volto ma ha le fattezze dei vari personaggi e tipologie umane che spesso si ripetono quasi con monotonia.
Ogni maschera ha quel determinato ruolo e sembra prigioniera anche di già predeterminati comportamenti e atteggiamenti. Anche nella vita siamo talmente abituati ad interagire con personaggi che pensiamo che tutti debbono avere una parte in commedia.
Anche dalla cronaca possiamo osservare che coloro che sono stati classificati come eterne vittime, invariate nella storia, vengono imprigionati in un ruolo, qualsiasi sia il loro agire. Si tratta quasi un riflesso condizionato.
Anche nei singoli, se una persona è stata descritta come vittima, acquista la ragione qualsiasi suo agire. Si giudica il personaggio in scena e non la persona autentica. Questo perché sono millenni che siamo abituati a ragionare in termini binari per assoluti.
Si individua male assoluto o il bene assoluto come se la natura tutta, e non unicamente quella degli uomini, non fosse contraddittoria e imprevedibile come insegnava saggiamente il dio Dioniso che era denominato anche Libero, perché liberava l’uomo anche delle catene dei ruoli fissi perché il dio si occultava dietro ogni personaggio e nel suo opposto.
Nella tragedia, che rappresentava la vita vissuta, il fato piegava tutto, una forza universale che agisce senza una ragione, né a fin di bene e neppure per fare del male, semplicemente irrazionalmente e misteriosamente.