In un tempo segnato da crisi globali, rapidi cambiamenti culturali e nuove sfide educative, la Chiesa è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo e sulla qualità della sua testimonianza.
Ne parliamo con Don Roberto Farruggio
– Parroco delle Parrocchie: Santuario di Maria Santissima delle Tre Corone, di San Francesco d’Assisi e Collegiata di San Matteo Apostolo ed Evangelista
– Assistente Diocesano Unitario di Azione Cattolica
– Assistente Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci)
– Assistente scout Agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) Sarno 1
– Delegato Regionale per la Campania e Coordinatore per il Sud Italia del Collegamento Nazionale Santuari Con lui riflettiamo sul rapporto tra fede e società, sull’impegno educativo e culturale della Chiesa e sulla necessità, oggi più che mai, di una testimonianza cristiana credibile e incarnata nella vita quotidiana.
1. Don Roberto, in un mondo segnato da molteplici crisi — sociali, economiche, ambientali — quale ruolo può e deve avere oggi la Chiesa?
La Chiesa ha la missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura, e al centro dell’annuncio di Cristo c’è l’amore di Dio verso ogni persona. “La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio” scriveva nel II secolo Sant’Ireneo di Lione. Perciò tutto ciò che riguarda la vita delle persone, in tutti gli ambiti dove è in gioco il bene di tutti, lì la Chiesa è chiamata ad essere presente, a rendere presente la misericordia di Dio, con la parola e l’azione. Nel rispetto del ruolo e dei compiti di chi è preposto nei vari ambiti della politica e della società alle realtà dell’economia, della giurisprudenza, dell’ambiente, della cura delle città e delle varie entità politiche, la Chiesa deve essere da sprone e di sostegno in tutti gli ambiti per il bene comune delle persone, soprattutto dei più poveri, di quelli che non hanno voce e la cui unica voce è la Chiesa. La vicinanza alle persone è una testimonianza privilegiata per dire a tutti con la concretezza delle opere come frutto di una intensa preghiera, che senza Dio non c’è pienezza di vita.
2. La fede cristiana spesso si confronta con una società sempre più secolarizzata e pluralista. Come può la Chiesa mantenere la sua voce autentica senza rinunciare al dialogo?
Il pluralismo non è un fatto negativo, anzi è una ricchezza che aiuta a crescere nell’apertura mentale e nel dialogo. È visto in modo negativo da chi percepisce l’altro come un ostacolo e una minaccia, ma gli altri sono via di santità, perché è amando Dio con tutto se stessi e gli altri come ci ha amato Gesù che si cresce nella santità. Non penso che questo tempo sia peggiore degli altri, ha le sue crisi e le sue potenzialità come ogni tempo della storia. È vero che viviamo in una società eccessivamente secolarizzata, ma in tal modo ci ritroviamo a dover stare come le prime comunità cristiane o come nei territori di evangelizzazione dei secoli scorsi. Già il Papa San Giovanni Paolo II parlava di nuova evangelizzazione per questo terzo millennio. È necessaria una fede forte, una identità ecclesiale e cristiana radicata. Il dialogo vero porta frutto nel confronto tra identità che si incontrano nella loro ricchezza reciproca. Il problema è che la nostra Europa e il nostro occidente ha perso la sua identità più profonda che viene dalla cultura cristiana. In altre parole, non sono le altre religioni o le altre culture che minacciano la nostra società, ma è la debolezza culturale che vive la nostra società attuale derivante dalla secolarizzazione eccessiva che mette in crisi le nostre radici, perché non ci sono più riferimenti dialogici a cui riferisi. Questa perdita della radice cristiana delle nostre culture europee e occidentali ha prodotto anche tanta fragilità personale. Non che non c’erano fragilità in passato, ma senza Dio c’è la perdita di senso della vita e le fragilità diventano più drammatiche. L’uomo è fatto per l’infinito, e infinito è solo Dio, e quando non si cerca l’infinito in Dio lo si cerca poi inevitabilmente altrove: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te” scriveva Sant’Agostino. In questo mondo secolarizzato il cristiano e la Chiesa tutta deve starci dentro senza paura, come credenti. San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, espose cinque argomenti razionali, cinque vie, per mostrare l’esistenza di Dio. Scrive Jacques Maritain, filosofo francese del XX secolo: “Se un tempo bastavano cinque prove per l’esistenza di Dio, oggi l’uomo le ritiene insufficienti e ne vuole una sesta, la più completa, la più autorevole: la vita di coloro che credono in Dio.” Nel mondo contemporaneo c’è indevitabilmente bisogno di seguaci di Gesù che siano sale e luce in questo mondo. “Alla fine Dio non ci chiederà se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili” diceva il Beato Rosario Angelo Livatino. La Chiesa ha il compito di formare Cristiani maturi che possano illuminare questo mondo immerso in continui e veloci cambiamenti.
3. Qual è la sua riflessione sul rapporto tra fede e politica? Come possono i cristiani vivere la loro fede in ambito pubblico senza confondere i due ambiti?
In un certo modo l’ho accennato nella risposta alla domanda precedente. Dove c’è l’umanità lì c’è la Chiesa che deve annunciare il Vangelo. La politica è fatta per le persone, perché riguarda la vita delle comunità: il termine politica deriva dal greco antico ed è in relazione alle “polis”, le città-stato. Perciò chiunque ha a cuore la comunità esprime politica, nel senso più alto del termine. L’azione politica è «la forma più alta di carità», segno e testimonianza concreta «dell’agire di Dio in favore dell’uomo», ha ricordato Papa Leone XIV ai circa seicento parlamentari ricevuti in udienza il 21 giugno 2025, riprendendo espressioni dei suoi predecessori: Pio XI, Paolo VI e Francesco. Perciò la Chiesa, nel rispetto del compito specifico e proprio delle istituzioni ai vari livelli e degli stati, deve poter dire, sollecitare, spronare. Per un cristiano la vita cristiana è la vita stessa, nulla può essere separato da Cristo: la vita personale, familiare, sociale, politica, sportiva, ricreativa, relazionale… Il cristiano è chiamato a stare nel mondo e, dunque, anche nella politica, ragionando e agendo da cristiano per essere, come ci ha chiesto Gesù, lievito, sale, luce nel mondo. La Chiesa deve essere presente nella vita politica del paese in cui vive, attraverso i cattolici che si impegnano nella vita pubblica come cristiani credenti, e come istituzione che nel reciproco rispetto e distinzione degli ambiti, intesse una mutua collaborazione per il bene comune.
II. Etica, morale e sfide contemporanee
4. Molti si interrogano su temi come la bioetica, la dignità della vita, le scelte familiari. Quali sono i principi non negoziabili che la Chiesa deve sempre difendere?
Il principio non negoziabile che fa da fondamento ad ogni altro possibile è la vita degli uomini e delle donne di questo mondo, dalla nascita alla morte. La vita è dono di Dio, e in ogni persona lo Spirito Santo agisce in modo particolare. Legata indissolubilmente alla vita c’è il rispetto della fede di ciascuno, che da senso vero alla vita vissuta. E l’attenzione alla cultura che rende la vita più consapevole, alla socialità, alla dignità e al vivere dignitoso di ogni persona.
5. Come possiamo educare le nuove generazioni a una vera responsabilità morale in un’epoca dominata da consumismo e relativismo?
Con la coerenza di vita, la testimonianza e una paternità/maternità necessaria a sostenere le nuove generazioni. La paternità e la maternità non sono legati esclusivamente alla genitorialità generativa, si è padri e madri se si è adulti maturi. “Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri. Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti” diceva Papa Francesco. Abbiamo un mondo adulto che vive perennemente da adolescente, e i giovani non hanno punti di riferimento, troppo spesso si incontrano genitori che mostrano di essere più immaturi dei loro figli. Penso che ci sia bisogno sempre di vicinanza ai giovani e di impegnarsi a formare adulti responsabili. Questo è il compito di sempre della Chiesa, oggi sempre più urgente. Ma non si può fare da soli, c’è bisogno oggi più che mai di fare rete: Chiesa, scuola, famiglie, istituzioni, associazioni..
6. Il tema della giustizia sociale è sempre più urgente. Quale impegno concreto vede necessario oggi nella sua comunità e nella società più ampia?
L’ingiustizia è generata dall’egoismo, dalla sete di ricchezza e di potere, dagli interessi di parte. È urgente un’educazione sempre più larga alla generosità e alla gratuità; un’educazione alla cura dell’altro e dell’ambiente. Don Lorenzo Milani insegnava attraverso un motto: “I Care” – “Mi interessa, mi sta a cuore”, in contrapposizione al “Me ne frego” fascista. Educare ad avere a cuore le persone, tutte le persone, le cose degli altri e le cose comuni, l’ambiente, le comunità dove si vive è sempre più necessario se vogliamo davvero un mondo più sano.
III. Giovani e futuro della Chiesa
7. I giovani spesso si sentono lontani dalla Chiesa. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa distanza? Come riconquistare la loro fiducia e coinvolgerli nella vita ecclesiale?
Le ragioni di una distanza percepita maggiore tra i giovani e la Chiesa sta in una serie di fattori: una mancanza di accompagnamento alla fede da parte dei genitori; una disinformazione dilagante che mira a screditare la Chiesa come se screditare la Chiesa sia diventato di “moda”; certamente hanno contribuito alcuni scandali che sono però diventati leva per coloro che si sono posti l’obiettivo di screditare, urlando mediaticamente con il tentativo di mettere in ombra il gran bene che la Chiesa fa; la non conoscenza della Chiesa. C’è da dire che chi conosce Gesù veramente, ed entra nella vita ecclesiale in profondità non lascia più… La vita cambia. E ancora oggi, come in passato, sono proprio i giovani coloro deeche vivono esperienze di fede molto significative per se stessi e negli ambienti in cui vivono. Penso che i giovani quando incontrano padri e madri nella fede e ambienti con esperienze significative per la loro vita, vanno in Chiesa. Ovviamente dobbiamo offrire loro proposte alte, il Vangelo in tutta la sua forza. Se si vogliono attirare i giovani solo con lo svago, oggi più che in passato ci sono realtà più preparate di noi, che fanno questo per professione. La socialità, lo svago devono essere al servizio dell’evangelizzazione, della formazione e della vita sacramentale e di preghiera. Penso non ci sia una ricetta per i giovani, c’è un unico fondamento: Gesù Cristo e il suo Vangelo, partendo da qui, tutta la fantasia pastorale.
8. Qual è il ruolo della fede in un mondo dominato dalla tecnologia e dai social media? Può la Chiesa utilizzare questi strumenti senza perdere profondità e autenticità?
“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!” leggiamo nella Lettera agli Ebrei al cap. 13 versetto 8. Il ruolo della fede non cambia perché è Cristo che è sempre il Signore! È il linguaggio per comunicarlo, per annunciarlo che cambia, necessariamente cambia perché cambiano le forme della comunicazione e della comprensione delle persone. La Chiesa dei primi secoli operò un’inculturazione della fede, ovvero un processo di integrazione della fede nella cultura greca e romana che al tempo era la cultura dominante. Sottolineò Papa Giovanni Paolo II che l’inculturazione della fede si fondò sulla convinzione che l’Incarnazione del Verbo è stata anche un’incarnazione culturale. L’evangelizzazione entra nelle categorie culturali, degli costumi di un popolo, nel suo linguaggio, nel suo modo di comunicare, nelle tradizioni, nello stile di vita quotidiana. Nel contesto attuale non si può prescindere dalla tecnologia, anzi è uno strumento irrinunciabile nel mondo contemporaneo in cui non esiste più la sfera virtuale e la sfera reale, ma ciò che avviene in rete e ciò che avviene in presenza è una sola realtà, il mondo è ininterrottamente connesso. Questo contesto ha cambiato e sta cambiando in una continua evoluzione le categorie culturali e gli stili di vita. Attraverso la Chiesa il Cristo continua ad abitare in mezzo agli uomini nel tempo e nella storia. La tecnologia è una realtà neutra, dipende da come la si usa: un coltello può tagliare il pane e può uccidere una persona, con la potenza atomica si può produrre energia e si possono costruire bombe, non dipende dal coltello, dall’atomo o da internet e i social, ma dalle persone che ne fanno uso. Se si è protesi al bene si usa tutto per il bene, se si è inclini al male anche la cosa più virtuosa la si usa poi per fini malvagi. E quando entra Dio tutto si volge al bene, alla verità e alla bellezza.
9. La pastorale giovanile deve essere anche un impegno culturale e sociale? Come la vede nella sua esperienza a Sarno?
La Pastorale Giovanile passa anche attraverso l’impegno culturale e sociale oltre che da quello ecclesiale perché cerca di raggiungere i giovani li dove vivono, sognano, si formano, operano, si incontrano. Così come cerca di entrare e collaborare con le famiglie dove i giovani crescono, importante e la collaborazione con la pastorale familiare e con la pastorale vocazionale, perché è nella chiamata di Dio la felicità piena di ciascuno. È alla vita vista attraverso la vocazione che si orienta la pastorale giovanile aiutando i giovani a guardare la vita alla luce del progetto di Dio in un cammino di santità. A Sarno ho trovato, 8 anni fa, una realtà di separazione tra i “giovani di Chiesa” e tutti il resto del mondo giovanile della città. Una situazione del genere conduce ad una scarsa incisività della Chiesa nella società, ad una chiusura da parte di chi vive l’esperienza ecclesiale, ad una indifferenza/diffidenza da parte di chi non vive l’esperienza ecclesiale, ad una “doppia vita” da parte di alcuni giovani che frequentano la realtà ecclesiale nel senso di atteggiamenti diversi quando si sta in Chiesa e quando si sta in altri ambiti, ad una scarsa armonia tra la Chiesa e la società. Il lavoro pastorale che abbiamo intrapreso nelle parrocchie che guido insieme ai catechisti, agli operatori pastorali e alle associazioni ecclesiali presenti, Azione Cattolica, Agesci e Fuci in modo particolare, un cammino di apertura e accoglienza delle comunità parrocchiali. L’attenzione alla vita della città e la disponibilità ad ogni realtà di collaborazione. Questo stile spinge non solo i giovani ma l’intera comunità delle Parrocchie ad essere presenti nella città con lo stile dei cristiani, generando testimonianza e interesse da parte degli altri. Una presenza ecclesiale più incisiva ed effettiva e dunque visibile. L’ambito apripista è l’area della carità. In questi anni abbiamo fondato e fatto crescere vari ambiti di servizio, dal doposcuola all’italiano per stranieri, dall’ambulatorio solidale alla mensa di solidarietà, dall’aiuto alimentare all’accoglienza di famiglie provenienti da altre culture e religioni attraverso servizi che facilitano
l’integrazione. Tutto lo stiamo realizzando collaborando con associazioni del territorio. Invece di creare sovrapposizioni, lavorare insieme fa crescere la qualità del servizio offerto. Ovviamente l’ambito della carità è un occasione preziosa per i membri della comunità ecclesiale di testimoniare la propria fede attraverso l’amore di Dio e diventa anche una porta verso la vita spirituale, sacramentale e di preghiera, e verso i gruppi ecclesiali e di formazione. L’amore di Dio attira e coinvolge. Ovviamente per vivere tutti questo è necessaria la vita sacramentale e la preghiera, dalla Messa domenicale e quotidiana, centro della vita ecclesiale, all’Adorazione Eucaristica permanente che è diventata il cuore pulsante delle comunità. Questo stile di collaborazione investe anche l’esperienza dei giovani e dei gruppi giovanili i quali negli anni hanno imparato e stanno imparando a vivere una vita ecclesiale di comunione più intensa e uno stile di vita cristiana, di presenza e di testimonianza che coinvolge tutti i loro ambiti: dalla scuola/università/lavoro, alla socialità tipica dei giovani.
IV. Spiritualità e bellezza
10. In tempi di grande frenesia e difficoltà, come può la bellezza, intesa non solo come arte ma come esperienza spirituale, aiutare le persone a riscoprire il senso profondo della vita?
Nella lingua e nella mentalità ebraica biblica la bellezza non è un fatto estetico, è perlopiù una condizione morale. Ciò che è buono è bello. Gesù è il buon pastore ma lo stesso termine greco che esprime il concetto nel Vangelo riporta questa mentalità ebraica, Gesù è il bel pastore. La bellezza intesa come vita spirituale nell’incontro con Dio, nell’esperienza della sequela di Cristo genera armonia interiore, con un conseguente coraggio e forza nelle situazioni più difficili della vita. Questa esperienza di bellezza conduce il cristiano ad impegnarsi perché si realizzi anche negli ambiti della vita, verso le persone: l’attenzione alle fragilità e alla giustizia, e verso l’ambiente: impegnarsi perché il degrado non avanzi mai nei nostri ambienti. L’arte cristiana, la musica, la pittura, l’architettura, la cultura cristiana integrata in un cammino serio di fede certamente eleva la mente e lo spirito a sguardi più alti della vita e del mondo.
11. Maria, definita “Totapulchra”, è un modello di purezza e bellezza interiore. Come può oggi la sua figura ispirare non solo la vita spirituale, ma anche l’impegno sociale e culturale?
Maria, la Madre di Dio, resta ancora oggi la via che ci conduce a conoscere più intensamente il Figlio Gesù che ci porta al Padre. Delle mie tre parrocchie una è il Santuario più importante della città che attira tanti fedeli, e i giovani sono attratti dalla figura di Maria. Ovviamente c’è sempre bisogno di aiutare a crescere nella fede e nella comprensione e Maria oltre che Madre e protezione nelle avversità della vita, è colei che ci insegna ad essere discepoli di Gesù. E su questo aspetto i giovani, come ogni fedele, possono trovare ispirazione continua.
V. Chiusura e prospettive
12. Quale sfida più grande vede oggi per la Chiesa italiana e per i cristiani di Sarno?
Un solo concetto che ho già citato e riprendo dal Beato Rosario Angelo Livatino, “l’essere credibili”. È necessario come Chiesa e come cristiani essere incisivi, in una fede concreta e attiva nella vita quotidiana. I cristiani devono fare la differenza, si devono riconoscere da come vivono, si relazionano, agiscono, ragionano, amano. La Chiesa tutta deve essere impegnata in tal senso. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35) ci ha detto Gesù. Questa è la via sulla quale ogni progetto e attività pastorale deve realizzarsi. Non bisogna spaventarsi di fronte alla critica e alla
persecuzione culturale che oggi è molto accesa. Si dice e si fa di tutto per colpire la Chiesa e i credenti, noi dobbiamo intimorirci, dobbiamo solo essere perseveranti e radicati nel Vangelo, tutto il resto è nelle mani di Dio.
13. Quale messaggio di speranza e incoraggiamento desidera lasciare ai lettori di Totapulchra e a tutti coloro che cercano Dio in un mondo complesso?
Rispose San Pio da Pietrelcina ad un medico che insisteva nel dire di non credere in Dio: “è Dio che crede in te”. Chi si lascia coinvolgere da Dio non rimarrà mai deluso. La felicità con Dio non sta in ciò che ci accade ma nell’avere Dio con noi. Vivere con Dio rende forti e coraggiosi anche nelle situazioni più complicate.
Conclusione
Le parole di don Roberto Farruggio restituiscono l’immagine di una Chiesa chiamata a essere presenza viva e credibile, capace di abitare le complessità del nostro tempo con lo sguardo fisso sul Vangelo. Una Chiesa che educa, accompagna e dialoga, senza rinunciare alla propria identità, e che trova nell’amore vissuto, nella carità concreta e nella bellezza della fede le vie privilegiate per annunciare Cristo all’uomo di oggi. In questo cammino, la speranza rimane salda: Dio continua a credere nell’uomo e a camminare con lui, anche nelle stagioni più difficili della storia.
Esposito Santolo Simone