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Il Rinascimento: Simbolismo, Armonia e Crisi dell’Uomo

Dal neoplatonismo di Ficino all’ironia inquieta di Ariosto e Cervantes, il Rinascimento rivela il volto doppio di un’epoca sospesa tra ordine cosmico, bellezza e smarrimento interiore.

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A causa dell’influenza della filosofia neoplatonica, nel Rinascimento ogni parte del creato è interpretata come un simbolo, una rappresentazione, come se il creato fosse un grande gioco di specchi. Tutto il cosmo è considerato come un insieme organico. Il mondo infatti non è più visto negativamente, ma come un organismo armonico in cui ogni forma è un messaggio da interpretare. Tutta la natura nasconderebbe una forma di intelligenza, una potenzialità espressa o inespressa.

Per questa ragione, la forma non rappresenta solo un’estetica, ma acquista un valore filosofico e religioso. Le forme geometriche vengono riprodotte come simboli in tutte le manifestazioni artistiche. Sempre a causa del neoplatonismo, gli artisti dell’epoca interpretano determinate forme come manifestazioni di un superiore ordine divino. La forma del cerchio era decifrata come simbolo dell’infinito perché non aveva né inizio né fine, come la natura di Dio. Il quadrato invece veniva interpretato come simbolo del mondo materiale perché rappresentava la stabilità di ciò che è terreno.

Anche la prospettiva non era solo un gioco di abilità, ma era la rappresentazione della capacità dell’uomo di dominare lo spazio. L’uomo, in quel periodo, fu concepito con una propria centralità, dato che in sé univa materia e spirito, una sintesi che lo posizionava al centro del creato, perfetto punto d’incontro fra due dimensioni. Pico della Mirandola pensava che l’uomo fosse artefice del proprio destino perché, a differenza di angeli e animali, può autodeterminarsi e arrivare a degenerare verso i bruti o rigenerarsi in direzione del divino, in quanto essere intermedio.

Nietzsche avrebbe detto che l’uomo è un ponte fra il superamento della propria umanità e l’animalità della scimmia. Nel Rinascimento si pensava che, grazie al libero arbitrio, l’uomo avesse anche la capacità di autodeterminarsi, certamente non con atti superbi caratterizzati da hybris, ma con l’elevazione spirituale e intellettuale. Per questa ragione Leonardo da Vinci propone il concetto dell’uomo di Vitruvio, l’architetto romano che concepì l’uomo inserito fra microcosmo e macrocosmo.

L’immagine rappresenta visivamente l’uomo inserito sia in un cerchio che in un quadrato. Il rapporto tra quadrato e cerchio era da sempre stato un enigma: la ricerca della formula per costruire un cerchio con la stessa area del quadrato, un tentativo di unire due dimensioni, quella perfetta del cielo e quella della materia. L’uomo di Vitruvio sarebbe inserito nella dimensione materiale ma anche in quella spirituale, in un perfetto equilibrio; punto di unione fra cielo e terra, quadratura del cerchio.

Nel fermento culturale del periodo viene recuperata la proporzione classica. I canoni vengono utilizzati, non a caso, nei rapporti della testa e del braccio, simboli di armonia tra anima e materia. L’armonia è ritenuta molto importante e Leon Battista Alberti descrive la bellezza come armonia delle parti. La bellezza era considerata uno degli strumenti con cui l’uomo può avvicinarsi al divino.

Il Rinascimento non concepiva unicamente la bellezza formale. Giorgio Vasari spiega che la bellezza ha una sua origine matematica, nel momento in cui la forma si avvicina alla perfezione; però esiste anche la grazia, che è tutt’altro concetto. La grazia sarebbe un dono misterioso e quasi superiore alla perfezione formale, perché è la capacità di superare la rigidità della regola, la cosiddetta licenzia, mostrando disinvoltura, quella che l’artista chiama sprezzatura. Questa grazia può essere conferita alle opere d’arte, ma può caratterizzare anche una persona.

Vasari voleva dire che l’arte non deve essere solo colto perfezionismo, ma che alla figura va saputo dare un’elegante spontaneità ineffabile. Anche in architettura tutto si trasforma in simbolo. Michelangelo Buonarroti, nella basilica di San Lorenzo a Firenze, nel progettare la Sagrestia Nuova, riprende il disegno della Sagrestia Vecchia di Filippo Brunelleschi e lo arricchisce. La forma del locale viene progettata come cubica, riprendendo simbolicamente il concetto del quadrato, mentre la parte superiore consiste in una semisfera che rimanda all’idea del cerchio, alla perfezione divina, all’eternità del ciclo vitale che si contrappone alla materialità del quadrato.

In questo ambiente simbolico Michelangelo colloca le tombe medicee: è uno spazio che rappresenta il cosmo, una concezione ispirata alla filosofia di Marsilio Ficino. Vicino ai sarcofagi sono poste delle sculture rappresentanti il crepuscolo, la notte, l’aurora e il giorno, le quali, con la loro presenza, ricordano lo scorrere inesorabile del tempo e la loro alternanza ciclica.

In altri casi, il simbolo dello scorrere del tempo e del ciclo evolutivo è rappresentato dalla spirale, come possiamo vedere nella scala elicoidale a doppia elica progettata da Leonardo da Vinci nel Castello di Chambord in Francia. Nelle arti visive la spirale rappresenta la divina proporzione della sezione aurea. Consiste in una sequenza matematica elaborata dal matematico Fibonacci. Tale sequenza era conosciuta anche dai Greci ed era associata ad armonia e bellezza. Euclide l’aveva definita proporzione aurea.

Oggi sappiamo che è una proporzione riscontrabile anche nell’universo, nel moto delle galassie e, nel microcosmo, nella struttura del DNA. È una forma che si ripete, immancabilmente legata alla sequenza di Fibonacci.

Anche il celebre dipinto La Primavera di Sandro Botticelli non ha unicamente un valore estetico, come molti visitatori frettolosi credono. In realtà è quasi un percorso iniziatico, un dialogo filosofico, come ben ha illustrato Edgar Wind, storico della filosofia dell’arte, nella sua opera principale I misteri pagani nel Rinascimento. Dietro l’apparente rappresentazione mitologica, essendo lo schema del quadro ispirato ai Fasti di Ovidio, viene rappresentato il percorso dell’anima in direzione della perfezione, tesa verso l’amore spirituale.

Un viaggio simile a quello della novella di Eros e Psiche narrata da Apuleio, in cui l’anima compie un viaggio verso l’amore divino dopo la faticosa purificazione interiore. Analogamente Botticelli illustra questo cammino con la figura di Venere, allegoria dell’elevazione spirituale; Zefiro invece rappresenta l’amore fisico che trasforma Clori in Flora, dea della primavera e della fioritura, mentre le tre Grazie rappresenterebbero le virtù che elevano lo spirito. Mercurio, quasi indifferente, disperde le nubi col caduceo proteggendo il giardino che rimanda a quello delle Esperidi, il Paradiso terrestre.

Giuliano de’ Medici avrebbe prestato le sembianze per rappresentare Mercurio, che nel quadro incarnerebbe la ragione. La sua rappresentazione è chiaramente una citazione di Virgilio tratta da un importante passo dell’Eneide: “Con la sua verga muove i venti e dissolve le torbide nubi”. È un percorso che trasfigura l’amore in una ideale metamorfosi, in cui lo stesso sentimento, sublimandosi, da materiale si evolve in spirituale. Tutto ciò è evidentemente il frutto della metafisica dell’Accademia platonica di Careggi, fondata da Cosimo de’ Medici e affidata a Marsilio Ficino.

Però, oltre alla “magia” e all’anelito verso la spiritualità, nel Rinascimento esiste anche un aspetto più contraddittorio. Quello di cui trattiamo fu un periodo storico di crisi nel senso più autentico della parola. Krisis, intesa come decisione, separazione, trasformazione: un punto di svolta. Era una svolta rispetto agli ideali del Medioevo, con le sue certezze e i suoi valori, come quelli cavallereschi e religiosi.

Ogni cambiamento produce spaesamento, disorientamento, a causa di certezze che forse alcuni non percepiscono più. Un esponente di questo disorientamento è chiaramente Ludovico Ariosto. Il poeta rappresenta un mondo che sembra il contrario di quello della spiritualità neoplatonica, perché è una dimensione dove la Fortuna è capricciosa, illogica. La vicenda ariostesca ha il percorso di un meandro, confuso e apparentemente privo di senso. L’ironia utilizzata da Ariosto sembra una maschera per alleggerire il caos del poema, che riflette il disordine e il non senso con cui il poeta interpreta il mondo.

L’Orlando Furioso è il poema dove tutto è mutevole e dove sembra non ci siano punti fermi. La stessa pazzia è paradossale e sembra sottolineare la perdizione e il caos della vicenda narrata. A differenza della letteratura medievale, in Ariosto vengono a mancare anche i valori. Protagonista del mondo ariostesco è l’imperfezione e, oggi si direbbe, la fragilità dei protagonisti. Molte situazioni sono fuori controllo. La struttura non lineare del racconto vuole intenzionalmente dare un’impressione labirintica, come talvolta la stessa esistenza sembra svolgersi in modo del tutto casuale.

L’amore rappresentato è una vera ossessione che porta alla perdita della ragione. Quello di Ariosto è l’altro Rinascimento, quello elegante, formale ma fragile. Ariosto sembra smarrito: dietro l’ironia ostentata si intravede lo spaesamento provocato da una società in cui si può anche vagare senza scopo, un atteggiamento molto moderno. Infatti i personaggi ariosteschi sono anche ansiosi. L’instabilità non è data solo dalla follia di Orlando, ma anche dalla fuga di Angelica, in cui nessuno è mai al proprio posto.

Occorre andare in Spagna per trovare un altro protagonista che ci descrive la crisi epocale. Anche Miguel de Cervantes, nel suo Don Chisciotte, maschera le amare riflessioni con l’ironia, attraverso il suo personaggio desideroso di valori che sembrano tramontati col Medioevo, valori cavallereschi e d’onore, con cui si muove il protagonista e di cui Cervantes sottolinea la goffaggine per evidenziare lo stridore di un tale atteggiamento coi tempi cambiati. Una vicenda che rasenta il grottesco, dove il sorriso si alterna alla malinconia.

Dal Don Chisciotte trapela la nostalgia della fine di un’epoca che sembra contrastare col grigiore della modernità. Cervantes in certi momenti ricorda D’Annunzio che, ne Le vergini delle rocce, denuncia la fine di un gusto aristocratico e l’avvento di volgari affaristi. I due autori infatti vissero in due epoche di crisi, cioè di mutamento radicale. Dobbiamo sottolineare che le crisi dei mutamenti epocali vengono vissute fino in fondo solo da animi con una particolare sensibilità.

La follia di Don Chisciotte rimanda all’espediente letterario dell’Ariosto, con la follia che è vera protagonista della narrazione. Quella di Don Chisciotte è diversa: non è una follia furiosa, ma una follia sognante, in quanto l’eroe di Cervantes sembra vivere una realtà onirica, fuori dalla realtà della veglia. Siamo al cospetto di un eroe contemporaneo che, nel suo tempo, sognava di cambiare il mondo.

Il Rinascimento è stato anche questo: da un lato una ristretta élite spirituale e colta che tendeva all’assoluto; dall’altro una élite che si muoveva in un mondo che indubbiamente sembrava aver perduto le precedenti certezze e dove molti vedevano lucidamente solo il disincanto dai principi del Medioevo, senza vedere o percepire il sogno del nuovo, mentre gli intellettuali tentavano di risacralizzare la natura.

Probabilmente era stato perduto il contatto col Dio totalmente trascendente e si tentava di recuperarlo attraverso la divina Anima del mondo.

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