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Revisionismo storiografico e geopolitica espansionista

Revisionismo storiografico e geopolitica espansionista

Dalla rivalutazione di Gengis Khan alla Mongolia post-sovietica: quando la lettura del passato diventa anche uno strumento di identità nazionale e strategia geopolitica.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Sappiamo che alcuni storici contemporanei hanno dato valutazioni forse eccessivamente positive sul personaggio storico di Gengis Khan. Le motivazioni delle benevole rivisitazioni sarebbero motivate da alcune innovazioni apportate dal capo dei mongoli. Uno di questi storici revisionisti è Jack Weatherford, il quale nella sua storia su Genghis Khan spiega che il conquistatore aveva varato una costituzione basata sul merito. Inoltre, dai documenti risulterebbe che a quel tempo il Khan dei mongoli avesse vietato la tortura e il rapimento di donne e che venne imposta la tolleranza religiosa.

Notiamo che Jack Weatherford vede solo i lati positivi. Per lui queste istituzioni costituirebbero addirittura l’architrave del mondo moderno. Lo storico chiama ciò che è sgradevole “costo di fondazione” e paragona Gengis Khan a Cesare o Alessandro, violenti, ma creatori di un ordine più grande dei regni che hanno distrutto. Le atrocità non vengono negate, ma viene spostato il focus sul dopo.

Un altro storico, Morris Rossabi, della Columbia University, parla con entusiasmo dell’abolizione dei privilegi di nascita che Gengis Khan avrebbe imposto, in quanto generali e governatori sarebbero stati scelti per capacità e non per lignaggio. A prova di ciò viene portato il fatto che un pastore poteva diventare ministro e che questo sarebbe stato impensabile in Europa feudale. Forse lo storico ignora che nella cristianità il figlio di un qualsiasi contadino poteva diventare Papa. Rossabi, in Khubilai Khan e saggi, dice esplicitamente: il prezzo fu terribile, sostenendo che senza quel prezzo l’Eurasia sarebbe rimasta frammentata per altri 500 anni.

David Morgan, nella sua storia I Mongoli del 1986, parla dell’immunità diplomatica. Janet Abu-Lughod ci informa che Gengis Khan creò la prima zona di libero scambio eurasiatica con strade sicure, carta moneta. La Pax Mongolica avrebbe fatto crollare i costi di trasporto Cina-Europa. Lo storico distingue “terrore strumentale” da “crudeltà fine a se stessa”. Una città rasa, in cambio di 10 che si arrendono. Logica militare romana, non genocidio etnico.

La storica Janet Abu-Lughod, nella sua opera Prima dell’egemonia europea: il sistema-mondo 1250-1350, parla dei vantaggi apportati dalla Pax Mongolica, che viene paragonata alla prima globalizzazione. Viene ricordato che i costi di trasporto Cina-Iran crollano. La storica poi tratta delle strade sicure e descrive solamente i vantaggi. Per lei il punto è esclusivamente economico. Abu-Lughod predilige soffermarsi sul fatto che dopo il 1250 il sistema-mondo si integra per la prima volta. Il costo umano è dato come presupposto. Tacitamente, non si contesta il numero di 40 milioni di morti perché è sottinteso che sono accettabili. È una lettura della storia non morale ma utilitarista.

Alcuni storici hanno avuto l’ardire di affermare che anche se Baghdad fu distrutta, Tabriz e Pechino prosperarono sotto i Khan. Gli storici contemporanei sembrano non dare troppa importanza al fatto che prima della devastante invasione mongola del 1258, Baghdad era una delle città più ricche, colte e popolose al mondo, oltre a essere capitale del Califfato Abbaside. La città era un centro di spiritualità, di scienza, filosofia e commercio e aveva una popolazione che superava il milione di abitanti nel suo periodo di massimo splendore e nonostante ciò fu devastata totalmente.

In tale occasione venne ucciso il califfo insieme a una cifra di abitanti che va dalle 200.000 al milione. Venne distrutta la Casa della Sapienza, che oltre a una biblioteca era anche un famoso centro di studi, di traduzione, di ricerca teologica e filosofica dove dotti cristiani e musulmani collaboravano.

Tra le città fu distrutta anche Samarcanda, metropoli cosmopolita, snodo commerciale della Via della Seta che rappresentava il collegamento fra Cina e Persia. Era famosa, oltre che per la cultura iranica, per la ricchezza. Anche questa città fu interamente distrutta e la popolazione sterminata o schiavizzata e deportata. A quasi tutto il mondo iranico dell’Asia centrale fu dato il colpo di grazia.

Era una civiltà conosciuta come Turan, termine persiano che indicava le regioni a nord-est dell’Altopiano Iranico, una vasta area abitata in origine da popoli iranici nomadi e seminomadi, in contrapposizione all’Iran sedentario. Di questa civiltà erano note le seguenti regioni: la Sogdiana, che interessava Samarcanda e Bukhara, la Bactria, la Chorasmia e la Margiana. Sono tutte quelle aree geografiche che ancora conservano il suffisso iranico di “stan”, che significa terra, Stato, nazione.

I popoli di etnia iranica che si sono salvati dall’Orda d’Oro sono attualmente: gli armeni, gli osseti, i curdi, i pashtun dell’Afghanistan, i tagiki, i beluci. Se osserviamo bene, vediamo che sono tutti popoli che probabilmente si sono salvati dalle invasioni perché abitavano in zone protette da catene montuose impervie che li avrebbero protetti dalle scorrerie.

Abbiamo visto che dagli storici moderni viene rivalutato Gengis Khan per la sua progredita legislazione, ma sappiamo che sotto il suo dominio il destino delle donne catturate durante le conquiste era brutale, un trattamento che era parte integrante dell’economia e della struttura sociale dell’Impero Mongolo. Le donne dei territori conquistati non venivano uccise indiscriminatamente, ma considerate come preziosi trofei di guerra e risorse economiche.

Dopo le vittorie, le donne venivano radunate e selezionate. Le più giovani e avvenenti o di alto lignaggio venivano riservate al Khan e ai suoi comandanti, mentre le altre venivano distribuite ai soldati o vendute. Molte donne sparivano nei mercati della schiavitù lungo la Via della Seta. Esisteva una rete internazionale che arrivava fino ai mercanti genovesi e veneziani presenti nei porti della Crimea per commercializzare come materie prime queste prigioniere. All’interno dei campi mongoli, le donne schiavizzate erano destinate ai lavori più pesanti, come la cura del bestiame, la produzione di alimenti e la gestione delle tende mobili.

Il Codice Yasak introdotto da Gengis Khan vietava il rapimento e la vendita di donne di etnia mongola all’interno del proprio popolo, cercando di stabilizzare la società interna. Si cercava solo di limitare le cause di faide tribali.

Gli storici contemporanei che stanno rivalutando il fondatore dell’Impero Mongolo ammettono una stima di circa 40 milioni di vittime, che sarebbe stato il costo umano delle guerre e delle conquiste di Gengis Khan. Questi storici “pro-Gengis” non negano i massacri, la cui stima arriva fino a 40 milioni di morti, ma giustificano l’olocausto con queste parole: “fu violenza strumentale, non sadica”. Per questi storici Gengis Khan, che è stato un distruttore di ordini locali, fu costruttore di ordine globale.

Sembrano parole assurde, perché è una cifra che, anche oggi che viviamo in un mondo sovrappopolato in cui le armi di distruzione di massa ci hanno abituato a cifre esorbitanti, resta esorbitante. Se poi facciamo la proporzione fra la popolazione del continente europeo, dell’Asia e del Vicino Oriente dell’epoca e la rapportiamo a quella di oggi, la cifra dell’ecatombe in proporzione darebbe una cifra che oggi corrisponderebbe a 634 milioni di morti.

Nonostante queste cifre, certi storici giustificano la cifra come necessaria per realizzare il disegno di una società globale. È stato affermato che il Khan dei mongoli avrebbe fatto uscire il mondo dalla staticità. Compito non troppo difficile per un popolo nomade che la staticità non l’aveva mai conosciuta.

Si comprende facilmente perché, di fronte ad una svolta storica, non si vada tanto per il sottile. La storia viene fatta a posteriori ed è fatta prendendo in esame unicamente il vincitore e, dopo secoli, il numero delle vittime, delle distruzioni, delle civiltà scomparse in una notte, non conta più, diventa insignificante. La morale sembra riguardi unicamente gli sconfitti ed il presente. Il tempo cancella tutto perché sembra subentrino altri canoni di misura.

In realtà ogni revisionismo è influenzato anche dalla storia contemporanea. Fare uscire un personaggio dalla leggenda nera può essere illuminante, ma farne un eroe della storia solo perché è caduto il comunismo che aveva condannato il personaggio mi sembra eccessivo.

La rivalutazione di un capo nomade dell’Asia centrale di 800 anni prima può avere infatti motivazioni nella politica del momento. Occorre sapere che la figura di Gengis Khan era stata tenuta in ombra dall’URSS per 70 anni per motivi ideologici e geopolitici. Il personaggio era ritenuto pericoloso dai dirigenti del Cremlino. Erano motivazioni squisitamente ideologiche di tipo marxista. Il Khan rappresentava per loro il feudalesimo tribale ed era giudicato reazionario.

L’impero comunista temeva anche il nazionalismo mongolo perché aveva al suo interno numerose popolazioni mongole come buriati, calmucchi, kazaki, tatari. Non poteva rischiare di fomentare un nuovo pan-mongolismo con spinte separatiste. Nell’URSS doveva esistere solo l’identità sovietica, non etnica. I bambini russi leggevano di Aleksandr Nevskij che “salva la Russia dall’Orda”.

Dopo il crollo sovietico, in Mongolia avviene un recupero identitario e vengono aperti gli archivi per la prima volta. Sembra strano, ma a Washington Gengis Khan torna utile. Infatti gli strateghi ritengono sia bene dare ai Mongoli una forte identità nazionale che non sia russa né tantomeno cinese. Si ritiene che sia prezioso un alleato nel cuore dell’Asia indipendente dai vicini e filoccidentale tra due giganti.

Gli USA hanno finanziato scavi e musei su Gengis Khan negli anni ’90. L’americano Jack Weatherford scrive nel 2004 che Gengis Khan inventò il merito, la libertà religiosa, la legge uguale per tutti. È il ritratto di un “padre costituente medievale”. Un perfetto espediente per dire: i valori USA hanno radici antiche anche in Asia, e la nuova Mongolia democratica ne è erede legittima.

L’operazione non tardò a dare i suoi frutti e fra gli anni ’90 e 2000 la Mongolia apre alle compagnie minerarie occidentali per lo sfruttamento di rame, oro, carbone, terre rare. Puntare sull’orgoglio nazionale riguardante Gengis Khan si è rivelato vantaggioso.

Gli USA hanno provato anche a chiedere una base militare per la guerra contro l’Afghanistan, ma hanno avuto solo la collaborazione militare, come è accaduto in seguito con lo Sri Lanka. Washington ha cavalcato Gengis Khan perché dopo il 1990 gli USA avevano interesse geopolitico per una Mongolia fiera, apparentemente indipendente e in realtà filo-occidentale.

Gengis Khan era il simbolo perfetto: anti-russo, anti-cinese, e fatto passare come “precursore” di valori come libero commercio e tolleranza. La storiografia e la propaganda si sono mosse insieme.

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