L’arte più autentica nasce quando la materia riesce a raccontare ciò che le parole non sanno esprimere. Ho scelto di presentare su Totapulchra la recensione del Prof. Antonello Di Pinto dedicata a Beatrice Paganessi: un’artista capace di trasformare la scultura in memoria, emozione e ricerca dell’anima.
Stefano Colucci
Editor Totapulchra News
La materia dell’anima
Nelle sculture di Beatrice Paganessi, il corpo diventa memoria ferita e luogo originario della creazione.
di Antonello Di Pinto
Un viaggio nelle stanze dell’anima
La Materia dell’anima è il titolo del percorso creativo intrapreso dalla giovane scultrice bergamasca Beatrice Paganessi (1993): una sorta di viaggio proustiano alla ricerca di quei ricordi ancestrali custoditi gelosamente nelle segrete stanze del pensiero umano, che quasi mai affiorano se non attraverso gli strumenti dell’arte.
L’artista, con sapiente maestria, toglie il superfluo dalla materia mettendo a nudo l’essenza; e il suo occhio errabondo vaga in quel posto senza luogo e senza tempo chiamato anima: fonte inesauribile della sua ispirazione.
«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.» Marcel Proust

Beatrice Paganessi – Scultura
La materia come energia pulsante
Il sentiero imboccato da Beatrice Paganessi porta nelle crepe più remote dell’inconscio, dove il suo sguardo curioso scruta sempre più in profondità, dove la materia diventa energia pulsante, magma purulento pronto a deflagrare; la sua mano altro non è che il pennino di un sismografo che registra quei terremoti abissali.
Potenti pulsazioni aprono lacerti da dove affiorano i dolori, le angosce e le paure, ma anche, e soprattutto, il miracolo inevitabile della creazione. Ed ecco che il corpo femminile diventa tempio inviolato, fortezza inespugnabile; il ventre materno è la culla armoniosa, il giaciglio sereno dove germoglia la vita.

Beatrice Paganessi – Scultura
Il ritorno alla fonte
Nelle mirabili sculture di Beatrice Paganessi si avverte l’esigenza irrinunciabile di questo ritorno alla fonte, una visione — oserei dire — michelangiolesca, di volontà incompiuta, dove la madre resta fanciulla a discapito del figlio che le giace sul grembo, affranto dalla crudeltà del tempo e della storia. Il riferimento corre alla Pietà di Michelangelo nella Basilica di San Pietro a Roma.
Il lungo viaggio della scultrice bergamasca alla ricerca del brodo primordiale approda sulle sponde dell’amore, bagnate dalle onde lunghe della dimenticanza che si susseguono dolci, accompagnando il ricordo di terre lontane.
È l’amore, quindi, il messaggio remoto dell’artista: l’amore che regola il meccanismo che muove tutto l’universo, l’amore che lenisce ogni dolore, che satura le ferite. La sua mano dolce, oserei dire quasi cremosa, accarezza la materia rendendola indispensabile, come la carezza di una madre per suo figlio.
Beatrice Paganessi – Scultura
Un fremito di eternità
Le opere diventano faro rassicurante per i naviganti erranti, sono stella del mattino, il singulto del cuore in quello spazio dove ogni cosa diventa possibile, dove il tempo si dilata e attenua il suo assillo; e tutto rimane fermo in un fremito di eternità.
«Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici; sono i deliziosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima.»
Marcel Proust
Nelle straordinarie ceramiche policrome di Beatrice Paganessi scorre la vita stessa: non sono composte di materia inerte che riempie il vuoto circostante, ma sono organismi viventi che si muovono nello spazio-tempo. Opere uniche, irripetibili, compagne ideali di quell’anelato viaggio nelle profondità dell’anima, con colori meravigliosi che ammaliano e sussurri remoti che indicano il percorso migliore, quello più semplice ma più giusto.
Il canto remoto della forma
Nel suo singolare viaggio la giovane artista evoca il ricordo dei grandi maestri del Barocco e del Rinascimento fino alle avanguardie del Novecento, con materiali nuovi accostati con sapiente leggerezza; e una spuma di mare avvolge i volumi scultorei fino a saturarli, sotto lo sguardo dolce di madre luna. Nel silenzio della notte ci sembra persino di ascoltare il loro canto d’amore.
Prof. Antonello Di Pinto