Se leggete le biografie di certi intellettuali nei risvolti di copertina, prima o poi inciamperete nella fatidica formula: “Frequenta importanti ambienti culturali”. Quando il lettore medio incontra questa frase, la sua mente vola immediatamente a salotti damascati di Parigi, a terrazze romane con vista sul Colosseo dove si sorseggia Franciacorta, o magari a circoli letterari viennesi densi di fumo e di pensieri altissimi. Eppure, chi la cultura la fa e la vive davvero, sa che gli “ambienti” hanno spesso un odore molto diverso. Prendete, ad esempio, una serata di fine estate ad Agrigento. Una piazzetta che si affaccia su un panorama mozzafiato, di quelli che ti riconciliano con il cosmo, ma che porta i segni evidenti di una colpevole incuria umana. Lì, davanti a un locale chiuso da chissà quanto, tra cartacce e foglie portate dallo scirocco, si consumava l’essenza stessa dell’ambiente culturale italiano. C’era uno scrittore, Gaspare Grammatico. Uno che da dieci anni vive al Nord, scrivendo testi televisivi per un comico famoso, nutrendosi quotidianamente di indignazione per poter far ridere l’Italia. Ma che poi, la sera, quando l’indignazione non basta più, deve aggrapparsi alla nostalgia. E allora scrive romanzi gialli ambientati a Trapani, la sua città, la sua “unica madre”. Perché, come ha confessato lui stesso, le radici si vedono meglio da lontano. Non scrive una riga quando è in Sicilia; ha bisogno della nebbia milanese o del freddo torinese per evocare il calore, il vento e persino la spazzatura della sua terra. A condurre la serata c’era Alice, un’insegnante e lettrice onnivora, una di quelle donne che a settembre portano i romanzi in classe mentre gli alunni sudano, sperando di accendere una scintilla. Una che ha scelto di restare in Sicilia, nonostante tutto. E poi c’era il libraio, Alessandro, che montava e smontava scatoloni di libri, vero e proprio facchino dello spirito, consapevole che in un’isola di cinque milioni di abitanti c’è chi deve fare ore di macchina per trovare un bancone pieno di storie.
Si parlava di vento, di scirocco e di tramontana, di una Trapani che è una “penisola nell’isola”. Ma soprattutto si parlava della Mentalità del Granchio. Gaspare l’ha spiegata bene: se metti un granchio in un cesto, quello scappa. Se ne metti due o tre, appena uno cerca di arrampicarsi per uscire, gli altri lo tirano giù, gli tagliano le zampe. Nessuno si salva. È la metafora perfetta di una certa provincia, di quella forza invisibile, fatta di mezze frasi (“non fare”, “non ti agitare”, “lascia stare”), che ti tiene ancorato al fondo del secchio. E mentre parlavano di granchi, di indagini difficili, di padri single e di melodie liriche che echeggiano nei giardini trapanesi, il vento soffiava davvero, e lo sguardo degli spettatori vagava tra la bellezza assoluta dell’orizzonte agrigentino e l’incuria della piazzetta, sporcata da chi, finita la sua fetta di pizza, getta la carta a terra convinto che il mondo sia il cestino di casa sua. Alla fine della serata, gli organizzatori si sono persino scusati per lo stato in cui versava il luogo: “Credevamo fosse più pulita… ma la colpa non è nostra, è di questo locale chiuso, dell’incuria.” Si scusavano per il palcoscenico sbeccato. Ma è proprio qui il colpo di scena. È qui che le biografie patinate mentono. I fantomatici “importanti ambienti culturali” non sono le stanze ovattate dove ci si dà ragione a vicenda tra tartine al caviale. L’ambiente culturale è quella piazzetta. È l’insegnante che combatte il caldo e il disinteresse con un romanzo in mano. È lo scrittore che usa la pagina bianca come biglietto di ritorno per casa sua. È il libraio che si carica i pesi sulla schiena per portare la cultura dove non c’è. È il pubblico che resiste allo scirocco e alle cartacce pur di ascoltare una storia. Sono questi i veri ambienti culturali. Sporchi, imperfetti, battuti dal vento e minacciati dai granchi. Ma incredibilmente ostinati. E, a ben guardare, sono gli unici su cui valga davvero la pena fondare qualcosa.



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