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Intervista al Dott. Gianfranco de Turris

Dott. De Turris, che senso ha la letteratura fantastica in un mondo distopico come il nostro?

La cultura ufficiale, in genere progressista, ha sempre o quasi considerato la letteratura fantastica, o più in generale dell’Immaginario, una fuga dalla realtà. Come scrissi ormai tantissimi anni fa la si deve invece considerare da un lato una critica alla realtà contingente e dall’altro una alternativa ad essa, e ciò diventa tanto più importante quando la realtà, come si afferma nella domanda, è distopica, vale a dire il contrario dell’utopia/eutopia, una realtà totalmente negativa sotto ogni punto di vista sia personale che generale.

La letteratura fantastica nei suoi vari aspetti è quindi un qualcosa che aiuta il lettore, grazie ai valori che trasmette direttamente e indirettamente, addirittura a contrario, spesso anche con i suoi personaggi, a far fronte a questa distopia, soprattutto quando si tratta di un fantastico-fantastico diciamo pure, più che un horror o un weird.

Julius Evola spesso è stato oggetto di idolatria. Quale è il suo rapporto con il pensatore pagano?

Ritengo che la definizione migliore sia quella di tradizionalista piuttosto che pagano, perché con quest’ultimo termine automaticamente ci si riferisce a un certo mondo ed un certo tipo di pensiero antichi. Evola certo scrisse Imperialismo pagano, un libro assai polemico che poi superò con Rivolta contro il mondo moderno, ma si deve leggere esattamente cosa scrisse ad esempio sula Chiesa cattolica e la sua funzione per la gente comune, mentre le élites potevano far riferimento alla romanitàò.

Evola è un testimone della Tradizione delle origini altrimenti si pensa a lui come una specie di ultimo esponente del mondo pagano con relativi annessi e connessi, quasi facesse dei riti a casa sua. Tradizione con la t maiuscola che lui ha definito esattamente nei suoi libri e che lo distingue ad esempio da quella più “filosofica” di René Guénon.

E’ vero, Evola era idolatrato perché era un punto di riferimento, in quanto a idee, filosofia e proposte esistenziali, preciso e alternativo alle idee e alla realtà degli anni del dopoguerra, del secondo dopoguerra ovviamente, ma non sopportava assolutamente questo atteggiamento. Ad esempio, come mi raccontò Adriano Romualdi, di ragazzi che quando andavano a casa sua si prosternavano di fronte a lui. Evola era tutt’altro che questo, anzi ironizzava su simili atteggiamenti che peraltro, pur se esagerati ed eccessivi, da un certo punto di vista si possono anche capire, pur senza accettarli, proprio perché era l’unico punto di riferimento di quegli anni . Bisognerebbe ricordare quello che egli disse al cosiddetto “processo dei FAR”, i Fasci di azione rivoluzionaria, un gruppo di ragazzi che avevano compiuto delle azioni dimostrative con bombe carta senza grandi conseguenze. Giunto nell’aula del tribunale in barella si rivolse a loro dicendo “Ma che avete combinato? Chi vi ha detto di fare queste cose? certo non ve l’ho detto io” o qualcosa del genere, come ha ben ricostruito Guido Andrea Pautasso nel suo Il filosofo in prigione (Oaks). E poi come si comportò di fronte a quelli che una generazione dopo durante il Sessantotto erano andati da lui a chiedergli come comportarsi. Tutte cose che ormai dovrebbero essere note e acclarate e da me raccontare in Elogio e difesa di Julius Evola. Il Barone e i terroristi (Edizioni Mediterranee).

A quale sua opera è particolarmente legato?

Certamente a Cavalcare la tigre. Ognuno di noi ha un’opera, tra le molte che Evola scrisse, cui è particolarmente legato per motivi personali o generali. Per me Cavalcare la tigre si può considerare una specie di “manuale di sopravvivenza” in quel mondo distopico di cui sopra si è già detto, ci aiuta ad affrontare i problemi che a distanza di oltre 70 anni sono rimasti sempre gli stessi dando una interpretazione e una definizione di eventi e situazioni di fronte ai quali ancora ci troviamo. Leggendolo bene e con attenzione si può capire esattamente come comportarsi e attraversare il mondo moderno che non si accetta senza farsi coinvolgere. Evola lo scrisse proprio a questo scopo e indirizzato a questo tipo di lettori, mentre scrisse per chi voleva entrare nell’agone Gli uomini e le rovine. Poi naturalmente è una questione di propensione e di atteggiamenti personali.

Secondo lei l’Europa, soprattutto dopo la seconda guerra, non si è spiritualmente liquefatta abbracciando mode troppo ”orientali” o new age?

Liquefatta mi sembra proprio il termine giusto più che disintegrata. Infatti, qui stiamo parlando di un livello spirituale, morale e culturale, non fisico . Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come era quasi ovvio, si impose la “visione del mondo” dei vincitori. Una visione orientalistica e tipo New Ae è venuta solo dopo la rivoluzione hippy negli atenei USA. Quella dei vincitori del 1945 era una visione “all’americana”, considerando che i modi di fare, di dire, di atteggiarsi, addirittura di pensare imposti direttamente e indirettamente dagli Alleati in Europa e non solo in Italia, sono proprio quelli della civiltà americana. Ricordiamoci come già negli anni Trenta Evola avesse scritto un saggio intitolato Americanismo e bolscevismo indicandoli come i pericoli che stringevano come una tenaglia l’Europa. E’ quanto poi in concreto è successo proprio perché la guerra è stata vinta dagli Alleati che hanno imposto i loro costumi, i loro punti di vista, il loro modo di agire. L’orientalismo e il resto sono venuti solamente in un secondo tempo approfittando della situazione di un pensiero desertificato e già colonizzato che si era venuta a creare e approfittando delle mode del momento, che con il vero Oriente non hanno assolutamente nulla a che vedere.

Questa è una mia personalissima opinione: il nostro continente era caratterizzato come il giusto connubio tra Marte e Venere. Ora l’etica mercantilistica aggressiva sembra aver distrutto il nostro millenario giardino. Che prevede nei prossimi anni?

Di natura non sono ottimista (ma certo non rinunciatario…) e quindi purtroppo prevedo il peggio soprattutto perché mi guardo intorno e qui da noi non vedo chi possa ostacolare questa deriva. Infatti, coloro che in teoria dovrebbero farlo hanno paura di manifestare il loro punto di vista, anzi fanno di tutto, come ho scritto a suo tempo, per “cancellare le tracce”, per far dimenticare quel che sono stati per paura di essere accusati di chissà che. Insomma, hanno la coda di paglia, nonostante siano stati democraticamente votati a larga maggioranza proprio per quello che erano. Da un certo punto di vista possono anche avere ragione perché qui da noi, come è ben visibile, l’intellettualità, la cultura e soprattutto i mass media sono in mano quasi completamente agli avversari, ai progressisti che sono ben diversi dal popolo votante, e quindi come si è visto anche in recenti occasioni, se vogliono prenderti di mira e distruggerti da un punto di vista personale e politico, lo possono fare in tutta tranquillità, nessuno li contrasta efficacemente, hanno il coltello dalla parte del manico. Di fronte a una situazione del genere non si sa che dire e fare.

Io posso affermare queste cose perché avendo l’età che ho, una come dico sempre non veneranda età, mi preoccupo di poco o di nulla di quel che invece possono essere le preoccupazioni di generazione che vengono dopo di me, però se si continua cin questo andazzo psicologico e pratico non credo che si lascerà alcuna traccia, a meno che come qualche bello spirito professorale ha ipotizzato con la massima serioetà, non si rinunci totalmente al passato, alle proprie origini e al proprio percorso per occupare il centro politico (ancorché già da un pezzo occupato da altri) e si diventi, per usare un termine emblematico, tutti democristiani!

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