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L’Azerbaigian e il Cristianesimo, da Eliseo a papa Francesco. Intervista all’Ambasciatore Ilgar Mukhtarov
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L’Azerbaigian e il Cristianesimo, da Eliseo a papa Francesco. Intervista all’Ambasciatore Ilgar Mukhtarov

Contrariamente a ciò che molti si aspetterebbero, il partner più importante della Santa Sede nel Caucaso è l’Azerbaigian, l’unico paese dell’area che non presenta un’identità e una popolazione per la maggioranza cristiane.

Come è riuscito l’Azerbaigian a diventare uno dei principali collaboratori del Vaticano? Il suo modello sociale di convivenza e mescolanza tra etnie, fedi e culture ha giocato un ruolo nell’attrarre l’attenzione vaticana?

Vorrei innanzitutto sottolineare che l’Azerbaigian è stato la culla della Chiesa Apostolica Albana del Caucaso, con il Cristianesimo che si è radicato nei nostri territori fin dai tempi antichi, come dimostrano le numerose testimonianze architettoniche legate alla cultura albana. Sebbene il nostro paese non abbia una predominanza cristiana, come correttamente evidenziato, siamo sempre stati in sintonia con questa tradizione religiosa. Il Cristianesimo venne diffuso in questo territorio già nel I secolo dC, e l’Albania Caucasica fu tra i primi luoghi al mondo ad adottare il Cristianesimo, grazie all’opera del predicatore Eliseo, discepolo dell’apostolo Taddeo. Eliseo, ispirato dalla vita di Gesù, gettò le basi dell’antica Chiesa Albana Apostolica di rito orientale. Fu proprio nel territorio dell’attuale Azerbaigian, nel villaggio di Kish, che si posero nel I secolo le fondamenta della prima chiesa, dedicata a Sant’Eliseo, considerata la madre di tutte le chiese cristiane del Caucaso e dell’Oriente.

Gli interessi comuni legati all’importanza di promuovere la pace, la salvaguardia del patrimonio storico, culturale e religioso di rilevanza mondiale, e i valori di multiculturalismo, pluralismo religioso e tolleranza, hanno portato alla creazione di solidi rapporti di collaborazione con la Santa Sede in vari settori, in particolare nel dialogo politico, nella tutela del patrimonio culturale, nella scienza e nell’istruzione.

I rapporti con la Santa Sede, già ottimi, hanno vissuto un’importante spinta quando, con Decreto del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian nel 2022, il mio paese ha istituito un’Ambasciata residente in Vaticano.

Le visite dei Presidenti Heydar Aliyev e Ilham Aliyev, del Primo Vicepresidente Mehriban Aliyeva alla Santa Sede, così come quelle di Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco in Azerbaigian, e più recentemente quelle del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, del Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, Mons. Paul Richard Gallagher, insieme alla reciproca partecipazione di rappresentanti di entrambi i Paesi a eventi internazionali di altissimo livello, hanno dato un importante contributo allo sviluppo delle relazioni bilaterali. L’Azerbaigian è storicamente un luogo in cui rappresentanti di diverse religioni e culture vivono in pace e nel paese si sono sviluppate forti tradizioni di tolleranza religiosa. Promuoviamo ideali di coesistenza, tolleranza, mutuo rispetto e multiculturalismo in tutto il mondo.  Sicuramente, il fatto che l’Azerbaigian sia un paese multiculturale, con una coesistenza pacifica di tutte i principali credi e con uguali garanzie per tutti i credenti, contribuisce a creare gli ottimi rapporti con il Vaticano, come evidenziato anche dalle parole che negli anni i Pontefici hanno riservato al paese.

Non si può parlare di partenariato Azerbaigain-Vaticano senza coprire le attività della Fondazione Heydar Aliyev, che da anni è in prima linea nella preservazione e nel restauro del patrimonio artistico e architettonico della Chiesa cattolica. Uno degli accordi più recenti, risalente a settembre, prevede che la Fondazione Heydar Aliyev si occupi della messa in sicurezza dei rivestimenti in marmo della Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Può fare un elenco dei contributi più significativi che la Fondazione Heydar Aliyev ha dato alla protezione del millenario patrimonio cattolico?

La Fondazione Heydar Aliyev, sotto la guida della Presidente della Fondazione Mehriban Aliyeva, svolge un ruolo inestimabile sia per la diffusione della cultura azerbaigiana nel mondo, che per la tutela di quello che ritiene essere un patrimonio mondiale, come nel caso di tutti i beni artistici e culturali della tradizione cristiana per i quali negli anni ha offerto il suo sostegno. Ciò ha contemplato il restauro delle catacombe romane dei Santi Marcelino e Pietro, il ripristino di importanti esemplari artistici, come la statua di Zeus nel Museo Pio Clementino, che fa parte dei Musei Vaticani e gli antichi gabinetti della Sala Sistina dei Musei Vaticani, il rifacimento della necropoli nella Basilica di San Pietro e dell’altare dello scultore italiano Alessandro Algardi dal titolo “L’incontro tra Papa Leone Magno e Attila”, realizzato nel 1640-1653, il restauro delle catacombe di Santa Commodilla e, il più recente, intervento nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, che permetterà ai pellegrini del Giubileo 2025 di visitare questo importante edificio sacro in sicurezza.

Il 2024 si è concluso con un viaggio del “ministro degli esteri” di papa Francesco, monsignor Paul Gallagher, in Azerbaigian. Tra le varie attività in agenda, Gallagher ha partecipato alla posa della pietra fondativa di una chiesa dedicata al più influente papa del Novecento, Giovanni Paolo II, che sorgerà a Baku. Quanto è ampia e quanto è attiva – socialmente e culturalmente – la comunità cattolica dell’Azerbaigian? E se si può, una curiosità: perché la chiesa sarà dedicata proprio a Giovanni Paolo II?

Determinare il numero esatto di cattolici nel nostro paese è difficile. Si tratta di un piccolo gregge, come si dice nel Vangelo, una comunità intimamente legata alla Chiesa cattolica. Fondata grazie al sostegno e all’attenzione dell’ex Presidente e Leader Nazionale Heydar Aliyev, la comunità è in crescita costante. La maggior parte dei cattolici è composta da cittadini azerbaigiani, nati in famiglie miste, o da stranieri che lavorano in aziende internazionali, il cui numero è in aumento. Tra le organizzazioni di beneficenza attive, ricordiamo il Centro Educativo “Meryem Merkezi” e le Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta.

La comunità cattolica contribuisce attivamente alla vita spirituale e culturale del paese. In un contesto multiculturale come l’Azerbaigian, le festività religiose sono condivise tra le comunità musulmana, cristiana ed ebraica, favorendo l’integrazione e sensibilizzando rispetto alle diverse tradizioni. Anche lo Stato offre un sostegno concreto: ogni anno, dal fondo di riserva del Presidente, vengono stanziati fondi per le principali comunità religiose, inclusa la Prefettura apostolica della Chiesa Cattolica.

Questo supporto si riflette anche nella decisione di costruire una nuova Chiesa a Baku, che seguirà la Chiesa dell’Immacolata Concezione, il cui progetto fu avviato in occasione della visita di Giovanni Paolo II nel 2002. La nuova Chiesa sarà dedicata proprio a Giovanni Paolo II, come segno di riconoscimento per l’importanza del suo primo viaggio in Azerbaigian e per il suo ruolo nello sviluppo delle relazioni tra i nostri Paesi.

Il 2025 è il l’anniversario numero 33 del massacro di Khojaly, una delle pagine più cupe e sanguinose della prima guerra del Karabakh. Il governo azerbaigiano sta sostenendo gli sforzi per ripopolare l’area, anche se tanto dev’essere ancora ricostruito. Può descrivere l’importanza di questa commemorazione per l’Azerbaigian? Azerbaigian e Santa Sede pianificano attività umanitarie congiunte nella regione o per ricordare l’anniversario?

Come giustamente evidenziato, quanto avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 a Khojaly rappresenta uno dei momenti più dolorosi e sanguinosi della prima guerra del Karabakh. A Khojaly sono stati uccisi 613 civili in una sola notte, tra cui donne e bambini, la cui unica colpa era essere azerbaigiani. 1275 persone furono prese in ostaggio. Gli autori degli eventi sono stati tra coloro che hanno ricoperto ruoli di vertice nella giunta militare armata del Karabakh, tra cui gli ex presidenti dell’Armenia Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan, l’ex viceministro della difesa dell’Armenia, il generale Arkady Ter-Tadevosyan, l’ex ministro della difesa Seyran Ohanyan, Bako Saakyan, Vitali Balasanyan e altri. La stampa internazionale dell’epoca ha descritto gli eventi di Khojaly con parole cariche di dolore, come l’inglese The Independent – “La moschea e il cimitero erano già abbastanza strazianti, ma peggio ancora erano i vagoni ferroviari con i feriti”, o il Times – “Tutti gli uccisi erano persone semplici con vestiti da poveri”. L’Azerbaigian è instancabile nel richiedere il riconoscimento dei crimini compiuti, e ciò è avvenuto in molti Stati, così come molto efficace è il lavoro di sensibilizzazione portato avanti dalla Fondazione Heydar Aliyev attraverso la Campagna “Giustizia per Khojaly”.

Nel corso della prima guerra del Karabakh l’Armenia ha violato le norme e i principi del diritto internazionale, ha tenuto sotto occupazione i territori dell’Azerbaigian per 30 anni e li ha cosparsi di mine. Il destino di 4.000 azerbaigiani dispersi durante il conflitto rimane ancora sconosciuto. A seguito dell’aggressione armena, più di un milione di azerbaigiani sono diventati rifugiati e sfollati interni.

Oggi, pur avendo voltato pagina sulla guerra del Karabakh e avendo liberato tutti i nostri territori, rimasti per circa tre decenni sotto occupazione militare, non possiamo dimenticare il dolore che ci ha procurato questo evento atroce, definito crimine contro l’umanità e riconosciuto da numerosi paesi come atto di genocidio. Contemporaneamente, i processi in corso contro gli ex separatisti del Karabakh segnano un passo a lungo atteso verso l’accertamento delle responsabilità. Ogni anno in Azerbaigian e nel resto del mondo vengono organizzati eventi commemorativi in onore dei martiri, vengono pubblicati articoli e testimonianze, affinché non si dimentichi e non accada mai più nulla di simile. Da anni, a tal proposito, dedichiamo Sante Messe e concerti liturgici e sinfonici alle vittime di Khojaly.

Nel 2024 i primi rifugiati di Khojaly hanno finalmente potuto far ritorno nella loro città, e questo è un passo fondamentale per una riconciliazione, che passa necessariamente anche per la giustizia.

Tra Armenia e Azerbaigian regna la pace. La questione karabakha sembra essere stata risolta, anche se i due governi stanno lavorando allo scioglimento di molti altri nodi. Crede che in futuro, dati gli ottimi rapporti che il Vaticano vanta con l’Azerbaigian e la sua vicinanza all’Armenia, i pontefici potranno dare un contributo al mantenimento della stabilità e del dialogo interstatale ed ecumenico nell’area?

Siamo certi che una pace duratura nella regione sia sempre più vicina, e che questa possa aprire nuove prospettive di benessere e stabilità per tutti i popoli coinvolti. Sicuramente il Pontefice può ricoprire un ruolo inestimabile per il rafforzamento del dialogo, grazie alla sua posizione di equilibrio, saggezza e alla cura con cui si approccia alle problematiche mondiali. La parte azerbaigiana ha ribadito più volte il suo forte desiderio di raggiungere la pace e la stabilità nella regione e ha sottolineato che qualsiasi contributo del Vaticano per favorire tale processo sarà sempre profondamente apprezzato e ben accolto. Nonostante i leader religiosi dovrebbero incoraggiare con i loro appelli l’instaurazione di una pace duratura, purtroppo, a causa di disaccordi interni, la Chiesa armena svolge un ruolo distruttivo, alimentando il revanscismo. In tal senso, un incontro dei leader spirituali dell’Azerbaigian e dell’Armenia in Vaticano creerebbe un’atmosfera positiva e contribuirebbe al processo di riconciliazione tra i due popoli.

Per concludere, desidero ringraziare la Vostra gentile Redazione per l’interesse dimostrato verso il mio Paese e per avermi concesso la possibilità di esprimere la mia posizione rispetto a tanti temi di fondamentale importanza.

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