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Intervista a Mons. Jean-Marie Gervais

Cristianesimo e civiltà: l’anima dell’Occidente e la speranza dell’Oriente.
©Pablo Esparza

Lei condivide l’idea che l’Occidente stia attraversando una crisi spirituale e antropologica più profonda di quella economica o politica? Quali ne sono, secondo lei, i segnali più evidenti?

Sì, la crisi dell’Occidente non è innanzitutto economica o politica, ma riguarda l’anima. L’uomo occidentale sembra aver smarrito il legame tra la libertà e la verità, tra i diritti e i doveri, tra progresso e senso del limite. I segnali sono sotto gli occhi di tutti: l’indebolirsi della famiglia, che non è più percepita come fondamento della società; il calo impressionante delle vocazioni religiose e sacerdotali, che rivela una difficoltà a dare un senso vocazionale alla propria vita; l’aumento delle depressioni e delle dipendenze, soprattutto tra i giovani, che spesso si rifugiano nell’alcool, nelle droghe o in mondi virtuali perché privi di punti di riferimento; la crescente solitudine degli anziani, dimenticati e lasciati a sé stessi; la cultura dello scarto che considera l’aborto e l’eutanasia come soluzioni facili, anziché come sintomi di un vuoto interiore e comunitario.

Quando la tecnica diventa fine a sé stessa e non strumento al servizio della persona, quando il profitto è anteposto alla dignità dell’uomo, allora la civiltà si indebolisce nella sua radice spirituale.

Negli anni è sempre apparsa più chiara una evidente marginalizzazione della fede cattolica, in special modo, ma potremmo dire anche cristiana, da parte delle istituzioni europee. Pensa che questa “secolarizzazione forzata”, imposta da un laicismo quasi militante, sia un processo reversibile? Potrebbe la fede avere nuovamente un ruolo nella politica europea?

La secolarizzazione in sé non è un male assoluto, perché distingue correttamente tra fede e potere politico. Tuttavia, quando diventa laicismo ostile, produce un impoverimento culturale. Pensiamo al rifiuto dell’Unione Europea di riconoscere le radici cristiane nella sua Carta, alla pressione per eliminare i crocifissi dagli spazi pubblici, alle restrizioni sulla libertà educativa delle famiglie. Tutto questo contribuisce a svuotare la memoria e l’identità dell’Europa.

Nonostante ciò, la storia insegna che nei momenti di crisi riaffiora il bisogno di valori forti. La fede può ritrovare spazio nella vita pubblica non come ideologia, ma come custodia della dignità umana, come sorgente di speranza e coesione sociale. Lo ha ricordato con chiarezza anche Papa Leone XIV nel suo primo discorso al Corpo Diplomatico: «Dobbiamo favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato».

Qual è, a suo avviso, il ruolo della Chiesa oggi di fronte al relativismo e all’individualismo moderno? Dovrebbe adattarsi o contrastare apertamente certe derive?

La Chiesa non deve adattarsi al relativismo, ma nemmeno rinchiudersi in un atteggiamento sterile di contrapposizione. Il relativismo mina le basi stesse della convivenza, perché se tutte le opinioni si equivalgono, non resta alcun riferimento comune. L’individualismo, a sua volta, produce isolamento: famiglie spezzate, giovani immersi nel digitale senza veri legami, anziani dimenticati.

La Chiesa deve proporre il Vangelo come via di libertà, mostrando che la verità non è un’imposizione, ma una promessa di vita piena. E deve farlo attraverso comunità vive, fraterne, accoglienti, dove chi cerca trovi ascolto, sostegno e speranza.

Possiamo dire che molti ambienti intellettuali intravedono una “speranza ad Oriente”, con riferimento alla Russia e ad altri paesi ortodossi. È davvero possibile che lì si conservi una civiltà cristiana viva? E che insegnamento può trarne il mondo occidentale?

L’Oriente cristiano conserva un patrimonio prezioso: la forza della liturgia, il senso del mistero, la centralità della preghiera. In molti Paesi ortodossi, la fede è rimasta parte integrante dell’identità dei popoli, anche dopo periodi di oppressione e persecuzione. Questo dimostra che la radice cristiana può resistere alle prove della storia.

Non possiamo dimenticare le parole della Madonna a Fatima, che annunciava la “conversione della Russia”: non tuttavia in termini politici, ma spirituali. La Russia potrà rispondere a questa visione se saprà riscoprire il Vangelo come sorgente di rinnovamento e di pace. L’Occidente, da parte sua, può e deve imparare dall’Oriente a ritrovare il senso della trascendenza e della comunità.

C’è chi considera la Russia un baluardo contro il nichilismo occidentale. Ritiene fondata questa visione o rischia di diventare una narrazione ideologica e pericolosa?

Attribuire a una sola nazione il ruolo di baluardo rischia di trasformare la fede in ideologia. La Russia possiede una tradizione spirituale ricca, ma non è esente da contraddizioni e fragilità.

Il vero senso del messaggio di Fatima non è una Russia dominatrice, ma una Russia convertita, capace di portare al mondo un contributo di fede e di pace. La Vergine non parlò di supremazia politica, ma di una missione spirituale: ricordò che la pace nasce da cuori riconciliati e non da equilibri di potere.

In questa luce, sono significative le parole di Papa Leone XIV nel suo primo saluto Urbi et Orbi l’8 maggio 2025: «La pace sia con voi … Questa è la pace di Cristo risorto. Una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante».
E ancora, nel luglio 2025, ha ribadito: «La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore … La guerra non avrà il sopravvento, e i bambini hanno il diritto ad una pace autentica, giusta e durevole».

È questa la chiave del messaggio cristiano: la pace non viene dalle alleanze politiche, ma dalla conversione dei cuori.

Il crollo demografico dell’Europa viene indicato come un sintomo della crisi di fede. È d’accordo nel collegare fertilità e religiosità? Ossia come più feconde le società che hanno fede in Dio?

La correlazione è reale. Dove la fede è viva, cresce l’apertura alla vita. In Africa, in Asia e in America Latina le comunità religiose sono spesso portatrici di famiglie numerose e giovani. In Europa, invece, i Paesi più secolarizzati hanno i tassi di natalità più bassi. Anche negli Stati Uniti si nota come le comunità religiose abbiano più figli rispetto al resto della popolazione.

La fede aiuta a riconoscere che la vita è un dono e che i figli non sono un limite, ma una ricchezza. Quando l’uomo smette di guardare a Dio, smette anche di credere nel futuro. Come ha ribadito Papa Leone XIV, «la vita non è mai un peso, ma un dono da custodire sempre, dal suo concepimento fino al suo tramonto naturale» (Messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri, giugno 2025).

Come si può invertire la rotta di questo inverno demografico occidentale che rischia di segnare il vero crepuscolo dell’Occidente moderno?

Sul piano politico servono misure concrete e durature: sostegni fiscali alle famiglie, servizi accessibili per i figli, protezione della maternità e della paternità. Ma la radice della crisi è culturale e spirituale. Bisogna restituire dignità alla famiglia, raccontare la bellezza dei legami e della vita generata, ridare valore al “noi” rispetto all’“io”.

La Chiesa può svolgere un ruolo fondamentale: accompagnare le famiglie, sostenere i giovani, creare comunità accoglienti. Solo così l’inverno demografico potrà trasformarsi in una nuova primavera. Come ha detto Papa Leone XIV, «una società che non si prende cura delle famiglie e dei bambini scava da sola il proprio futuro» (discorso all’Incontro con i Movimenti per la Vita, luglio 2025).

Che idea ha in merito ad una possibile “nuova alleanza spirituale” tra Cattolici, Ortodossi e le comunità credenti del Sud globale? È una visione realistica o solo un auspicio?

È più che un auspicio, è una necessità. Il cristianesimo di oggi non è più centrato solo sull’Europa: le Chiese del Sud del mondo sono vive e feconde, spesso in condizioni di povertà o di persecuzione. Condividono con cattolici e ortodossi la difesa della vita, della famiglia, della dignità umana.

Una nuova alleanza spirituale è possibile: non significa cancellare le differenze, ma valorizzarle in un cammino di fraternità. In un mondo segnato dal secolarismo e dai conflitti, l’unione dei cristiani può diventare una risposta profetica e necessaria.

In conclusione, se dovesse indicare un passo concreto che la Chiesa dovrebbe fare oggi per essere all’altezza delle sfide contemporanee, quale sarebbe?

Il passo più urgente è tornare all’essenziale: annunciare Cristo con la semplicità del Vangelo e la forza della testimonianza. Non servono strategie complesse, ma comunità cristiane che vivano davvero il Vangelo.

La Chiesa deve stare accanto alle famiglie, ai giovani, agli anziani soli. Deve mostrare che Dio è vicino, che la fede è luce per la vita di tutti i giorni. Affidandosi a Maria, che a Fatima ha indicato la via della conversione e della pace, la Chiesa potrà offrire al mondo la speranza di cui ha bisogno.

Come ha detto Papa Leone XIV nel suo primo Angelus, «la Chiesa non è un’istituzione fredda, ma una madre che accompagna, consola e sostiene: nessuno è escluso dal suo abbraccio».

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