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ROSE VALLAND. LA DONNA CHE RUBÒ AI NAZISTI IL SEGRETO DELL’ARTE RUBATA

Nel cuore della Parigi occupata, migliaia di opere confiscate attraversavano le sale del Jeu de Paume. Hermann Göring veniva a scegliere i dipinti per la propria collezione. I gerarchi parlavano liberamente davanti a una modesta funzionaria francese, convinti che non conoscesse il tedesco. Si sbagliavano. Rose Valland ascoltava ogni parola e annotava tutto. Se l’avessero scoperta, avrebbe potuto pagare con la vita. Quella donna quasi invisibile avrebbe contribuito a ricostruire la più grande rapina d’arte del Novecento.

Parigi, autunno 1940.

La Francia è caduta.

Le svastiche sono appese agli edifici della capitale e gli ufficiali tedeschi percorrono quelle stesse strade nelle quali, soltanto pochi mesi prima, la vita sembrava ancora appartenere alla Belle Époque sopravvissuta a se stessa.

Ma mentre gli eserciti combattono per conquistare l’Europa, un’altra guerra è già cominciata.

È una guerra senza cannoni.

Si combatte nelle gallerie, nelle case private, nei caveau, nei castelli, nei musei.

È la guerra per il possesso della bellezza.

I nazisti hanno compreso perfettamente il potere dell’arte.

Per questo non si limitano a occupare territori.

Vogliono impossessarsi anche della loro memoria.

Collezioni appartenenti soprattutto a famiglie ebree vengono sequestrate. Tra i nomi colpiti figurano alcune delle più importanti dinastie del collezionismo europeo, compresi i Rothschild.

Dipinti antichi, impressionisti, sculture, mobili, arazzi, oggetti preziosi vengono prelevati, inventariati e trasferiti.

Una parte di quell’immenso bottino passa attraverso un elegante edificio affacciato sul Jardin des Tuileries.

Il Jeu de Paume.

Ed è qui che comincia la nostra storia.

La donna nell’angolo della stanza

Tra ufficiali, casse e capolavori c’è una donna che i tedeschi vedono quasi ogni giorno.

Non porta un’uniforme.

Non sembra pericolosa.

Non appartiene alla grande aristocrazia francese.

Si chiama Rose Valland.

È nata il 1º novembre 1898 a Saint-Étienne-de-Saint-Geoirs, un piccolo centro dell’Isère. Suo padre è un fabbro.


Nulla, apparentemente, sembra destinarla a diventare una protagonista della più incredibile operazione di recupero artistico del XX secolo.

Eppure studia.

Studia moltissimo.

Prima l’arte, poi la storia dell’arte, l’archeologia, l’estetica. Passa dall’École des Beaux-Arts di Lione alla formazione parigina e costruisce lentamente quella conoscenza che, qualche anno più tardi, diventerà la sua arma.

Dal 1932 lavora al Jeu de Paume.

Quando arrivano i tedeschi, rimane.

Questa decisione cambierà la storia di migliaia di opere.

Perché i nazisti commettono con lei un errore imperdonabile.

Credono che Rose Valland non capisca il tedesco.

Lei non fa nulla per correggerli.

Ascoltare per sopravvivere. Ricordare per restituire

Gli uomini parlano.

Rose ascolta.

Discutono di collezioni.

Rose ascolta.

Pronunciano destinazioni, nomi, città.

Rose ascolta.

Arrivano casse.

Partono casse.

Lei osserva numeri, sigle, fotografie, documenti.

E quando può, annota.

Lo fa clandestinamente.

Non esiste ancora alcuna certezza della vittoria alleata. Non esistono i processi di Norimberga. Non esiste il mondo che noi conosciamo dopo il 1945.

C’è soltanto una donna dentro un museo controllato dagli occupanti.

Ed è questo particolare che spesso dimentichiamo quando raccontiamo gli eroi dopo che la storia ha già stabilito chi fossero i vincitori.

Rose Valland rischiava quando non sapeva ancora come sarebbe finita.

È una differenza enorme.

Prendere nota di un numero ferroviario oggi significa compilare un archivio.

Farlo nella Parigi occupata significava compiere un atto di resistenza.

Poi arrivò Göring

Al Jeu de Paume non passavano soltanto funzionari.

Arrivò più volte Hermann Göring.

Uno degli uomini più potenti del Terzo Reich era anche un collezionista compulsivo.

Nel museo parigino poteva osservare e selezionare opere provenienti dalle collezioni confiscate.

Provate a immaginare la scena.

Göring cammina attraverso le sale.

Intorno a lui ufficiali, funzionari, specialisti.

Davanti ai suoi occhi scorrono opere che fino a poco tempo prima appartenevano a famiglie francesi.

Sceglie.

Ordina.

Decide.

A poca distanza c’è Rose Valland.

Quella donna che nessuno teme.

Quella donna alla quale nessuno presta particolare attenzione.

Quella donna che sta registrando la storia del saccheggio.

È difficile trovare un’immagine più potente per descrivere il rapporto tra cultura e potere.

Göring possedeva gli uomini, i treni e le armi.

Rose Valland possedeva l’informazione.

E alla fine fu l’informazione a sopravvivere.

La più grande rapina d’arte del secolo

Il saccheggio nazista non fu semplicemente il capriccio di qualche gerarca innamorato della pittura.

Fu un sistema.

Dietro le requisizioni operavano strutture organizzate, tra cui l’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, l’ERR.

L’arte diventava parte della politica del Reich.

Alcune opere erano considerate degne delle collezioni tedesche.

Altre venivano vendute.

Altre ancora, soprattutto quelle bollate dal regime come “arte degenerata”, seguivano destini differenti.

In questa gigantesca macchina, il Jeu de Paume divenne uno dei punti nevralgici della spoliazione delle collezioni francesi.

E Rose continuava a osservare.

Ricostruiva provenienze.

Seguiva destinazioni.

Conservava nomi.

Perché aveva intuito qualcosa di fondamentale:

un quadro senza la propria storia può diventare molto più facile da rubare.

Agosto 1944. Il treno

Parigi sta per essere liberata.

Il Reich arretra, ma la macchina del saccheggio non si è ancora completamente fermata.

Un convoglio carico di opere deve lasciare la capitale.

Rose riesce a far arrivare informazioni alla Resistenza.

Il treno, passato alla storia come uno degli episodi simbolo della vicenda, non riuscirà a portare il suo prezioso carico in Germania.

Pochi giorni dopo Parigi è libera.

Rose Valland potrebbe fermarsi.

Ha già rischiato abbastanza.

Non lo farà.

Perché adesso comincia un problema ancora più difficile.

Dove sono finite le opere?

L’Europa diventa una gigantesca scena del crimine

Nel 1945 la guerra finisce lasciandosi dietro un continente distrutto.

Ma sotto la superficie delle macerie esiste un’altra Europa.

Un’Europa sotterranea fatta di depositi, castelli, miniere, bunker e magazzini.

Dentro quei luoghi sono state nascoste opere provenienti da mezza Europa.

I soldati alleati aprono depositi e si trovano davanti immagini quasi impossibili da concepire.

Tele accatastate.

Sculture.

Casse.

Altari.

Oggetti liturgici.

Capolavori che sembravano scomparsi.

È il mondo nel quale operano coloro che diventeranno celebri come i Monuments Men.

Ma trovare un quadro non significa aver risolto il problema.

Bisogna sapere da dove viene.

Chi lo possedeva.

Quando è stato confiscato.

Dove è transitato.

Ed è in quel momento che gli appunti presi clandestinamente al Jeu de Paume acquistano un valore enorme.

Rose aveva costruito una mappa.

La mappa del furto.

Da funzionaria a capitano

Dopo la Liberazione la donna silenziosa del museo cambia veste.

Rose Valland entra nell’esercito francese con il grado di capitano e viene inviata in Germania.

Collabora alle operazioni di recupero.

Interroga.

Cerca depositi.

Confronta documenti.

Segue le tracce lasciate dai nazisti.

Lavora con le autorità alleate impegnate nella restituzione del patrimonio.

La storia sembra quasi divertirsi a capovolgere i ruoli.

Per anni gli uomini del Reich avevano parlato davanti a lei considerandola irrilevante.

Adesso quella stessa donna conosceva una parte dei loro segreti.

L’invisibile era diventata indispensabile.

Ma a chi appartiene veramente un quadro?

È qui che la storia di Rose Valland smette di essere soltanto una vicenda della Seconda guerra mondiale.

E diventa una domanda rivolta a noi.

A noi mercanti.

Ai collezionisti.

Ai musei.

Alle case d’asta.

Agli storici dell’arte.

Alle istituzioni.

Che cosa significa possedere un’opera?

Avere una fattura?

Avere il quadro appeso nel proprio salotto?

Avere il proprio nome scritto nell’inventario di una collezione?

Non basta.

Perché ogni opera possiede una seconda materia, invisibile quanto la prima è concreta.

La sua provenienza.

Un dipinto è fatto di tela, tavola, pigmenti e vernici.

Ma è fatto anche di nomi.

Collezioni.

Passaggi ereditari.

Vendite.

Confische.

Restituzioni.

Spostamenti.

A volte silenzi.

Ed è proprio dentro quei silenzi che possono nascondersi le pagine più oscure della sua storia.

Un’opera può essere rubata due volte

Rose Valland lo aveva capito prima di molti altri.

Un’opera viene rubata una prima volta quando qualcuno la porta via.

Ma può essere rubata una seconda volta quando qualcuno cancella la sua memoria.

Togliete un’etichetta.

Distruggete un inventario.

Nascondete il nome di un proprietario.

Inventate una provenienza.

Aspettate abbastanza tempo.

E il bottino può lentamente trasformarsi in una rispettabile proprietà.

Per questo gli archivi fanno paura.

Per questo una fotografia sul retro di una tavola può cambiare una storia.

Per questo un timbro, un numero, una vecchia etichetta possono valere quanto una firma.

Rose Valland combatteva esattamente questa seconda morte dell’opera.

La morte della sua identità.

Rose

Morì nel 1980.

Nel corso della sua vita ricevette importanti riconoscimenti francesi e stranieri.

Ma la grandezza della sua storia non risiede nelle decorazioni.

Sta in un’immagine molto più semplice.

Una donna dentro un museo.

Gli uomini più potenti d’Europa entrano ed escono dalle stanze.

Scelgono Rembrandt, Vermeer, Renoir, Cézanne.

Decidono destinazioni.

Spostano casse.

Compilano inventari.

Pensano di stare riscrivendo la storia dell’arte europea.

In un angolo, Rose Valland prende nota.

Probabilmente nessuno di loro immagina che quei piccoli gesti contribuiranno un giorno a disfare ciò che stanno costruendo.

Ed è forse questa una delle lezioni più belle che la storia dell’arte ci abbia consegnato.

Il potere tende sempre a credersi eterno.

L’arte sa che non lo è.

I proprietari cambiano.

I governi cadono.

Le frontiere vengono ridisegnate.

Le collezioni si disperdono.

Le grandi fortune scompaiono.

Le opere, invece, continuano il loro viaggio.

Per questo chi entra in possesso di un capolavoro dovrebbe avere l’umiltà di comprendere che non ne sarà mai veramente il padrone.

Sarà soltanto un nome nella sua provenienza.

Una riga.

Un passaggio.

Un custode temporaneo.

Rose Valland non possedette i capolavori che cercò di salvare.

Fece qualcosa di molto più grande.

Protesse il loro diritto ad avere una storia.

E mentre gli uomini del Reich pensavano di conquistare l’eternità accumulando capolavori, una sconosciuta figlia di un fabbro prendeva appunti nel silenzio di un museo.

Ottant’anni dopo sappiamo chi aveva ragione.

Göring voleva possedere l’arte.

Rose Valland voleva restituirle la memoria.

Il primo è rimasto nella storia dell’orrore.

La seconda nella storia della bellezza.

E forse, alla fine, è questa l’unica forma di giustizia che l’arte riesce sempre a prendersi.

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