Intervista al flautista Marco Baragli
di Lelio Antonio Deganutti
Nella suggestiva cornice di Roma si è tenuto il concerto The Trinity of Sound, un progetto che unisce tre artisti di grande sensibilità – il flautista Marco Baragli, il soprano Laura Ansaldi e il pianista Alexey Botvinov – in un dialogo che trascende la forma musicale per farsi meditazione e preghiera sonora.
Al termine dell’esibizione, abbiamo conversato con Marco Baragli per comprendere la visione spirituale e artistica che anima questa “Trinità del Suono”.
Il titolo “The Trinity of Sound” evoca una dimensione spirituale e simbolica: come si traduce questa idea nella vostra interpretazione musicale?
Marco Baragli:
La Trinità del Suono è anche pedagogia spirituale.
Ogni brano scelto racconta una tensione: tra fragilità e redenzione, tra silenzio e parola, tra umano e divino.
La nostra interpretazione ha cercato di incarnare questa tensione, non di risolverla. Per questo il repertorio è stato selezionato con grande cura: ogni aria, ogni frase, ogni modulazione è un gesto liturgico, un atto di fede. Non c’è nota che non sia relazione.
Il flauto respira, la voce vibra, il pianoforte sostiene — e nel loro intreccio si apre uno spazio dove chi ascolta può riconoscersi, ritrovarsi, lasciarsi toccare.
È lì che The Trinity of Sound diventa esperienza: non solo da comprendere, ma da vivere.
Lei ha sempre sottolineato il valore del suono come “ponte” tra il visibile e l’invisibile. Quanto è importante, oggi, restituire al pubblico questa dimensione interiore della musica?
Marco Baragli:
Il suono è più di una vibrazione: è soglia, è passaggio. Quando parlo del suono come ponte, intendo dire che ogni nota può aprire uno spazio dove il visibile si lascia attraversare dall’invisibile.
È lì che la musica smette di essere intrattenimento e diventa rivelazione.
Ogni interpretazione, allora, diventa un atto spirituale: non suoniamo per riempire il tempo, ma per aprire il tempo all’eterno.
Oggi il pubblico ha fame di autenticità. Non cerca solo perfezione tecnica, ma verità incarnata.
Restituire la dimensione interiore della musica significa offrire un’esperienza che non si consuma, ma che trasforma.
Significa suonare con intenzione, con silenzio dentro, con la consapevolezza che ogni frase musicale può diventare preghiera, memoria, invocazione.
Com’è stato collaborare con artisti di provenienze così diverse ma uniti da una stessa visione estetica e spirituale?
Marco Baragli:
Collaborare con il soprano Laura Ansaldi e il pianista Alexey Botvinov per The Trinity of Sound è stato molto più che un incontro musicale: è stato un cammino condiviso, profondamente umano e spirituale.
Laura ha portato in questo progetto una sensibilità rara. La sua voce non è solo tecnica impeccabile, ma espressione di un’anima che sa ascoltare, accogliere, trasformare.
Ha compreso fin da subito il cuore del progetto — quel desiderio di rendere il suono ponte tra visibile e invisibile — e lo ha incarnato con grazia e profondità.
Il suo coinvolgimento è stato anche personale e commovente: The Trinity of Sound è dedicato a suo zio, il professor Eugenio Corsini, grande simbolista e figura luminosa nella sua vita. Laura ha cantato con lui nel cuore, come se ogni nota fosse un gesto di gratitudine, un dialogo silenzioso, un tributo alla sua eredità intellettuale e spirituale.
Alexey Botvinov, dal canto suo, ha portato una presenza musicale solida e contemplativa. Il suo pianoforte non è mai invadente, ma sempre generoso: costruisce paesaggi sonori, sostiene il dialogo, apre spazi di silenzio e di respiro.
Con lui, il trio ha trovato un equilibrio profondo — una coerenza che non nasce dall’uniformità, ma dalla comunione.
Lavorare insieme è stato come intonare una preghiera a più voci.
Ognuno ha portato la propria storia, la propria lingua, il proprio stile — ma tutti ci siamo riconosciuti in una visione comune: che la musica può essere luogo di incontro, di memoria, di rivelazione. The Trinity of Sound è nato così: da un’intesa che non si può spiegare, ma che si può ascoltare.
Roma è una città carica di risonanze simboliche: ha influito sull’atmosfera e sull’intensità del concerto di questa sera?
Marco Baragli:
Assolutamente sì. Roma non è mai solo una cornice: è una presenza.
Suonare in questa città significa entrare in dialogo con una memoria viva, stratificata, che respira attraverso le pietre, le cupole, i silenzi.
L’atmosfera del concerto di questa sera è stata profondamente segnata da questa risonanza. Ogni nota sembrava rispondere a un’eco antica, ogni pausa si caricava di attesa, come se la città stessa ascoltasse.
Roma ti chiede verità: non puoi permetterti di essere superficiale. Ti invita a scendere in profondità, a suonare non solo con tecnica, ma con anima.
E poi c’è la luce — quella luce romana che, anche di sera, sembra filtrare attraverso le architetture e accarezzare il suono.
Ha reso tutto più intenso, più fragile, più vero. In un certo senso, Roma ha fatto da quarto interprete: invisibile, ma presente.
Postludio
Con The Trinity of Sound, Marco Baragli, Laura Ansaldi e Alexey Botvinov hanno dato vita a un’esperienza musicale che è insieme rito, ascolto e rivelazione.
Un progetto in cui la musica torna ad essere via iniziatica, soglia tra silenzio e parola, tra umano e divino — là dove il suono diventa spirito.
