A cura di Lelio Antonio Deganutti per Tota Pulchra
Chi incontra Paolo Gambi si accorge subito che non è un poeta tradizionale. La sua voce nasce da un crocevia insolito: fede e sperimentazione, parola e immagine, sacro e digitale. Fondatore del movimento Rinascimento poetico, non vede la poesia come ornamento, ma come strumento vivo per interrogare la coscienza collettiva. In questo dialogo, Gambi affronta con franchezza il rapporto fra verità e politically correct, la fusione fra arte e fede, e il ruolo che la poesia può avere nel mondo dei social e della velocità.
1. La società contemporanea è molto attenta al politically correct, ma tu spesso dici, scrivi o realizzi opere che lo mettono in discussione. Qual è il confine che separa, secondo te, la correzione politica dall’autenticità culturale, e quando credi sia doveroso “rompere gli schemi” per dire una verità scomoda?
La cultura del politicamente corretto, poi degradata nel woke, è quanto di più distante ci sia dall’autenticità: ne è la sua negazione. Impostare l’arte, la comunicazione e le relazioni su assunti scelti politicamente — oggi i costrutti femministi e LGBTQ, domani chissà — significa applicare un metodo che non ha alcun interesse per la ricerca dell’autenticità culturale né della verità. Oggi chi cerca la verità è costretto a rompere questi schemi.
2. Come cristiano, in che modo la tua fede influenza non solo i temi che scegli, ma anche il modo in cui ti muovi come poeta visivo, digitale, performativo? C’è qualche momento specifico nella tua vita spirituale che ha cambiato radicalmente il tuo modo di fare arte?
Per me la dimensione spirituale e quella artistica coincidono. La poesia è il mio modo per trovare nel creato le parole che Dio ha seminato. Fin dai tempi di Platone si pensa che la poesia sia la voce del divino, variamente inteso. Dico spesso che religione e arte hanno in fondo lo stesso obiettivo: tradurre in un linguaggio comprensibile l’universo del Mistero.
3. Parlando di “svegliare le coscienze”: quali ingiustizie, ipocrisie o tabù senti che la poesia oggi ha il dovere di affrontare, ma che molti preferiscono ignorare? E come scegli gli argomenti che vuoi denunciare o mettere in scena?
Certamente tutto ciò che il mainstream oscura: la persecuzione dei cristiani in molti paesi del mondo, compresa l’Europa, e le discriminazioni nei confronti dei maschi in nome del femminismo. Ma non bisogna dimenticare una cosa: la poesia può certamente essere di impegno civile, ma se prima di tutto non è di impegno spirituale, di ricerca della Verità, finisce per diventare un semplice strumento nelle mani di chi impone le agende correnti.
4. Alcuni potrebbero accusarti di “provocare per provocare” quando tu metti in crisi le convenzioni del politically correct o della cultura dominante. Come rispondi a chi sostiene che la provocazione debba avere limiti, specialmente in relazione al rispetto verso le minoranze o ai temi religiosi?
Non è mai mia intenzione provocare. Vorrei contribuire a creare un pensiero critico. Non valico mai la soglia dell’insulto, mentre spesso ne ricevo, e comunque il mio sogno resta sempre la convivenza pacifica fra diversità.
5. Guardando al futuro: che ruolo pensi che possa avere la poesia — in un mondo dominato da immagini, social media e velocità — nel formare cittadini più coscienti e responsabili? E quali strumenti, oltre le parole, usi tu per far sì che la poesia non resti mera estetica, ma divenga davvero agente di cambiamento?
Una volta il premio Nobel Jon Fosse mi disse che lui si considerava poeta sempre, anche quando scriveva articoli di giornale. La mia sfida è quella di mettermi sulla sua scia e accettare di rimanere nella Poesia anche quando creo contenuti per i social, parlando di tematiche di attualità. Un giorno qualcuno mi saprà dire se avrò fatto poesia oppure no.