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La Rivoluzione Francese e la Nascita dello Stato-Nazione

Dall’Illuminismo a Herder: come la Rivoluzione trasformò popolo, sovranità e identità culturale.

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Oggi è diventato quasi uno stereotipo far risalire la causa d’ogni male al concetto di nazione e di sovranità, idee attualmente quasi demonizzate, forse a causa di interessi che considerano come ostacoli questi concetti identitari. Eppure è notorio che sono concezioni moderne, prodotte dal movimento illuminista e realizzate compiutamente dalla rivoluzione francese. Infatti la svolta della Rivoluzione è consistita proprio nel superamento dell’idea legata ad un monarca per passare a quella di una comunità di uguali, detentori della sovranità popolare e legati fra loro da storia e cultura comuni. Con la Rivoluzione vengono gettate le basi per l’edificazione dello Stato-nazione e nasce una nuova forma di Stato basato sulla sovranità popolare e sulla sacralità dell’unità nazionale.

Sono stati due i filosofi che contribuirono maggiormente, con l’apporto delle loro idee, al mutamento epocale. Il primo è il ginevrino Jean Jacques Rousseau che concepiva la nazione come un corpo organico unitario a cui volle applicare il concetto di volontà generale, il bene comune che sarebbe superiore a ciò che egoisticamente desiderano i singoli individui a cui, secondo Rousseau, non interesserebbe il bene della collettività a causa dei vari egoismi personali. La volontà generale è concepita invece come un’entità che rifletterebbe lo spirito dei popoli al di sopra dei singoli desideri immediati. La volontà del corpo sociale visto come un corpo organico e non quella delle singole cellule. Secondo il filosofo le leggi non dovrebbero essere universali ma dovrebbero adattarsi al carattere specifico di ogni popolo e tener conto delle varie identità. Rousseau pur essendo illuminista, appartiene a quella corrente di pensiero in opposizione alle tendenze del cosmopolitismo illuminista e per questa ragione viene considerato un illuminista preromantico.

In effetti anche nel periodo della Rivoluzione, oltre che pensatori integralmente illuministi, troviamo varie anime che si contrappongono. Nel periodo storico convulso in cui viene tenuta a battesimo la modernità, si scontrano due sensibilità, l’anima liberale e tendenzialmente cosmopolita tra cui annoveriamo i Girondini a cui premevano maggiormente i diritti individuali, e che si opponevano alla corrente comunitaria la quale, invece, sottolinea prevalentemente il concetto di uguaglianza al posto di quello di libertà. Il concetto di anima nazionale lo vediamo emergere nel fenomeno della mobilitazione popolare, nella costituzione dello Stato-nazione, rappresentato in modo figurativo dalla Marianna resa celebre dal quadro di Delacroix ed anche dalla fondazione della milizia della Guardia Nazionale. Le agitazioni dei due secoli successivi e anche le tensioni odierne hanno origine da queste due diverse concezioni, l’anima popolare in opposizione all’anima liberale.

Il Giacobinismo di Robespierre era portavoce della corrente comunitaria. L’uomo politico dava una grande importanza al ruolo dello Stato, rifacendosi alle istituzioni del mondo classico. Questa scuola di pensiero, concepisce il centralismo dello Stato ed è in contrapposizione alla scuola liberale che nel tempo tenderà invece a ridurre gradualmente tale istituzione. Fu proprio la Rivoluzione che diffuse l’ideale nazionale in ogni angolo d’Europa durante tutto l’Ottocento.

Ma il vero teorico della nazione si può affermare essere stato il filosofo tedesco Johann Gottfried Herder, illuminista, approdato al Romanticismo. Il pensatore elabora il concetto di “spirito del popolo” (Volksgeist). Herder si rivela il maggior oppositore dell’universalismo illuminista. Il volksgeist sarebbe, secondo l’interpretazione del pensatore, l’insieme delle caratteristiche che distinguono un popolo da un altro. Herder non si entusiasma all’idea di un generico concetto di umanità ma preferisce dare importanza alle culture, le individualità di ogni gruppo nazionale che sarebbero sempre originali. Viene contestato il concetto illuminista della storia lineare come fosse un processo guidato unicamente dalla ragione. Herder vede ogni epoca ed ogni civiltà come fenomeni completi e non come fenomeni in attesa di essere perfezionati da culture successive.

Herder sostiene che ogni civiltà ha un proprio valore irripetibile in sé e non sarebbe solo una preparazione per giungere a quella successiva. Ogni civiltà avrebbe una sua personalità inimitabile, un’anima propria. I Sumeri, ad esempio, non si limiterebbero ad essere gli inventori dell’aratro che poi useranno anche altri popoli ma ciò che li distingue andrebbe ben oltre, sarebbe stata una civiltà con una propria anima come anche le altre. L’illuminismo, vede solo un percorso, una predestinazione che andrebbe dalla barbarie alla civiltà di tipo occidentale, ignorando i caratteri, le personalità, le peculiarità. Per il filosofo tedesco ogni civiltà segue un percorso organico di nascita, piena maturità, senescenza, morte. Sarebbero cicli completi di vita, tesi ripresa in seguito dal filosofo della storia Oswald Spengler. La visione di Herder getterà le basi dell’antropologia culturale perché possiamo affermare ne è stato un precursore con la sua idea dell’unicità di ogni cultura ed il valore di ognuna. Il filosofo rifiutava l’idea di un unico metodo universale per catalogare le culture.

Infatti l’antropologia culturale tende a valorizzare le culture nella loro singolarità, cercando di non dare giudizi secondo altri standard estranei ma valorizzando il loro intrinseco significato secondo un relativismo che sembra ispirarsi alle teorie di Herder. Dal filosofo teorico delle nazioni è derivato il moderno concetto che nessuna cultura può essere giudicata superiore o inferiore a diversi modelli. Avrebbe prevalso un concetto anti illuminista, cultura che invece vorrebbe catalogare le civiltà secondo determinate gerarchie. L’antropologia culturale ha lo scopo di comprendere delle civiltà senza pregiudizi. Avrebbe prevalso, in tale metodologia, la corrente dell’antropologia culturale dell’americano Franz Boas che meglio esprime il principio di relativismo culturale. Infatti, il fondatore, il britannico Edward Burnett Tylor prediligeva un profilo evoluzionista. Tylor che è ritenuto il fondatore dell’antropologia, sosteneva la tesi del percorso evolutivo delle civiltà. La critica che veniva mossa a Tylor fu quella riguardante l’impostazione etnocentrica.

L’antropologo Boas, invece sosteneva che ogni civiltà andrebbe compresa nel proprio contesto e non giudicata secondo standard a lei estranei. Una certezza di Boas era quella che le teorie razziste, sono frutto non di oscure eredità irrazionali ma al contrario delle teorie evoluzionistiche frutto della cosiddetta scienza positiva e razionalista di certo modernismo. Possiamo affermare che la fine dell’eurocentrismo culturale sia stata favorita proprio dalle idee che dettero vita al concetto di nazione i cui semi furono gettati da Herder e dagli ulteriori sviluppi. Da queste considerazioni possiamo constatare quanto siano prive di fondamento culturale e superficiali i vari tentativi di demonizzare l’idea nazionale per riportarci ad un tipo di illuminismo utopistico che da molti era ritenuto irrealistico già ai suoi albori perché fautore, nella realtà delle cose, di società indifferenziate prive di una cultura peculiare e originale.

Un’allieva di Boas, Margaret Mead ha utilizzato l’antropologia culturale per studiare le culture esotiche al di là dei metri di misura figli di certo illuminismo e razionalismo di estrazione e scuola europea. Le realtà estranee alla sfera occidentale di stampo illuminista, razionalista, vengono denominate ancora “esotiche” che significa “estranee”, o “al di fuori”. Fuori da cosa, se non da un Occidente che crede di essere il centro del mondo? È la stessa forma mentis che nel XIX secolo ha concepito l’orientalismo, descrivendo un Oriente più frutto di poeti immaginifici che di realtà. Era lo stesso movimento interiore che aveva portato i Preraffaelliti a ricostruire un Medioevo fantastico ma inesistente, un mezzo per fuggire dalla prigione del positivismo.

Tutte le idee tendono a degenerare col tempo. L’antropologia, nata dalle idee di colui che teorizzava il valore delle identità culturali nazionali, come di ogni comunità e civiltà per valorizzare le culture per il valore che avevano in sé. Oggi avanza una logica contraddittoria; taluni antropologi sembrano intenzionati a rovesciare i paradigmi da cui è nata la stessa antropologia culturale per arrivare a dichiarare che ogni identità altro non sarebbe che una maschera della discriminazione, cioè una forma di razzismo. Lo ha affermato l’antropologo Marco Aimé il cui fine ultimo sembra sia un generalizzato genocidio culturale per distruggere non una determinata cultura ma ogni cultura esistente perché identità significa cultura, storia, avere un ruolo. Questo sembra essere il mondo del nuovo mostro che si prospetta, il nuovo Behemoth che altro non sarebbe che il liberalismo privo di freni, la società della cancel culture in cui ognuno può avere valore solo come rappresentante di una minoranza oppressa e non come apportatore di cultura, di qualsiasi si tratti.

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