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La Rivoluzione Francese e la nascita dei concetti di Destra e Sinistra: una storia di idee e di potere
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La Rivoluzione Francese e la nascita dei concetti di Destra e Sinistra: una storia di idee e di potere

Dai banchi della Convenzione al lessico politico moderno: come Gironda e Montagna hanno plasmato “destra” e “sinistra” fino alle letture contemporanee.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

È risaputo che la nascita dei concetti di Destra e di Sinistra applicati alla politica, vedono la luce, storicamente, al tempo della Rivoluzione. In un primo momento le posizioni dividevano semplicemente i repubblicani dai monarchici ma la suddivisione che interesserà l’età moderna sarà un’altra.

Durante la Convenzione Nazionale, un’assemblea legislativa ed esecutiva al contempo, attiva solo per pochi anni dal 1792 e che proclamò la nascita della repubblica francese, si vollero rappresentare quasi visivamente alcune divisioni politiche e ideologiche. Nei banchi a destra alla presidenza sedevano i Girondini che adottarono tale nome solo perché molti deputati erano originari del dipartimento francese della Gironda. Erano repubblicani federalisti di estrazione borghese ed erano a favore di un decentramento amministrativo. Indicativo il provvedimento che un noto esponente del terzo Stato, Isaac Le Chapelier, vicino ai Girondini, fece approvare con una legge che portava il suo nome con cui vennero abolite le corporazioni per realizzare un vero libero mercato e si vietarono anche le organizzazioni sindacali e gli scioperi per salvaguardare la libertà di impresa.

A Sinistra, invece, sedevano i componenti della Montagna ed erano rivoluzionari più radicali. Venivano indicati come la Montagna perché sedevano nei banchi più alti e di questo gruppo facevano parte anche i Giacobini. Al centro sedevano i componenti della pianura denominata anche la palude, il gruppo più numeroso ma che non aveva un carattere ben definito tranne una pretesa moderazione, e i componenti usavano ondeggiare ora da una parte, ora dall’altra. Come già accennato è al gruppo dei Montagnardi, che appartenevano i Giacobini i quali sedevano alla sinistra perché davano molta importanza al concetto di sovranità popolare, erano sostenitori del dirigismo politico ed economico, si opponevano agli eccessi del liberalismo ed erano fautori dello Stato unitario.

I Giacobini erano molto influenzati dalle teorie di Jean-Jacques Rousseau, ma erano anche estimatori delle virtù degli antichi e dello stoicismo. Le idee dei Giacobini ispirarono molte rivoluzioni nel XIX secolo e trovarono ammiratori anche nel XX secolo. A loro si ispiravano i rivoluzionari della Comune di Parigi e per certi aspetti anche una componente dei moti del 48 subì influenze culturali giacobine. Sia Lenin che Gramsci con dei distinguo, ammisero di essere debitori a questo filone culturale. Il giacobinismo orientò tutti i movimenti socialisti ottocenteschi.

I Girondini, al contrario, avevano ben diverse aspirazioni. La loro era un’anima borghese e di conseguenza erano maggiormente attratti dalle possibilità di commerci e di affari e più che alla sovranità del popolo guardavano con interesse al concetto di libertà, ai diritti individuali e possiamo dire che erano la componente veramente liberale della Rivoluzione. Karl Marx criticherà questa fede nei diritti bollandola come tipicamente borghese. La Gironda era meno interessata al concetto di nazione ed anche allo Stato perché guardavano con maggior interesse ai legami economici anche oltre i confini della Francia. Possiamo affermare che la Gironda era la Destra perché tendenzialmente cosmopolita.

I Giacobini invece possedevano una volontà rivoluzionaria che perseguiva la realizzazione del mito Rousseauiano dell’uomo nuovo, il cittadino. I Girondini più pragmaticamente già pensavano ad eventuali affari col mondo esterno. Abbiamo osservato che invece la componente più a sinistra della Rivoluzione dava una grande importanza all’istituzione dello Stato, alla nazione, alla centralità, ispirandosi a Rousseau e al mondo classico, in particolare modo alla repubblica romana.

Un filosofo che sottolineerà l’importanza del concetto di Stato, è Hegel che aveva definito la Rivoluzione l’alba di una nuova era e pensava fosse stata la realizzazione dello spirito, anche se prese le distanze dagli eccessi del terrore. Il filosofo tedesco pensava che lo Stato fosse la massima espressione etica e razionale perché rispecchierebbe la legge universale del progresso storico attraverso cui lo spirito si realizza e prende coscienza di sé. Una legge della ragione contrapposta al caos dell’individualismo. Anche Hegel ebbe una grande ammirazione per Rousseau e ne subì l’influenza. Hegel vede lo Stato come realtà dell’etica, l’essenza dello spirito del popolo. Un concetto che anni dopo ritroveremo in un altro pensatore che alla teoria di Hegel si ispirerà e si tratta del filosofo italiano Giovanni Gentile.

Per Hegel la vera libertà si realizza nell’osservanza della legge perché questa sarebbe la massima espressione della ragione. Hegel condanna il liberalismo individualista apportatore solo di caos. Hegel, inoltre diffidava dell’eccessiva sovranità popolare preferendo lo Stato organico. La concezione hegeliana dello Stato organico vede nello Stato un organismo vivente in cui il tutto armonico è superiore agli individui e questi possono realizzarsi solo dentro una realtà etica. Per Hegel lo Stato non è uno strumento unicamente al servizio dei cittadini, ma la realizzazione della ragione che corrisponderebbe all’eticità. Il concetto di Stato non rappresenterebbe la società civile ma è superiore perché nella società civile invece prevalgono interessi particolaristici. Il bene comune sarebbe superiore agli interessi particolari.

In Hegel troviamo una certa affinità sia con Aristotele che con Rousseau. Anche Aristotele vedeva l’istituzione dello Stato come una realtà nata per perseguire il bene comune. Infatti, anche per il filosofo greco il bene della collettività è visto come bene supremo, più che il bene individuale.

Nel Novecento, la filosofia di Hegel influenzò, anche se in modo diverso, due grandi teorizzatori rivoluzionari, Mussolini e Lenin. In un colloquio col giurista e filosofo Carl Schmitt, Mussolini rivendicò orgogliosamente le proprie radici hegeliane e il filosofo tedesco volle allora ricordare allo statista italiano che anche Lenin si era dichiarato debitore di Hegel. Schmitt ammetterà però che lo Stato che in Europa si avvicinava maggiormente all’ideale dello Stato organico di Hegel era l’Italia.

Anni dopo, nel dopoguerra, con il fenomeno della Controcultura americana, l’apporto di Marcuse della scuola di Francoforte e il movimento del ‘68 in Europa, vengono mossi i primi passi di un processo storico che subirà un’accelerazione dopo l’eclissi del cosiddetto blocco comunista che aveva il proprio perno nell’Unione Sovietica. Si afferma una nuova inedita Sinistra che non ha più radici nella tradizione rivoluzionaria europea e nei fatti vengono rinnegate le radici dei movimenti socialisti tradizionali. Rousseau, Hegel, Marx, Engels, Sorel, Lenin e in sostanza lo stesso Gramsci vengono frettolosamente accantonati anche se di Gramsci rimane solo il feticcio antifascista e ci si inventa un Gramsci liberale moderato, dimenticando che nei suoi scritti rivendicò l’attuazione dello Stato totalitario.

Questa nuova Sinistra subisce l’irresistibile fascino della globalizzazione ed è attratta, come un tempo i borghesi della Gironda, dalle libertà individuali, sessuali, civili, in cui un accentuato ed esasperato individualismo, oscura ogni precedente ideale comunitario tanto da approdare ad un tipo di società ideale con risvolti che vengono diagnosticati narcisisti da più di un pensatore. Ogni aggregazione sociale a causa della nuova tendenza individualista tende a sfaldarsi e a disintegrarsi a causa di un’eccessiva atomizzazione generalizzata. A Sinistra esplode una vera idiosincrasia per ogni ordinamento, regolamento, aggregazione sociale.

In effetti sembra di assistere al trionfo di un neoliberismo finanziario apolide che ha delle derive che arrivano anche ad eccessi di tipo anarchico perché nemico di ogni ordinamento statale e identità. In modo confuso sembrano idee che al tempo della Rivoluzione sarebbero state catalogate come di Destra e che oggi vengono scambiate per ideali della Sinistra. Probabilmente determinate idee vengono, in modo equivoco, scambiate per tendenze di Sinistra a causa dell’evidente nichilismo di cui sono permeate ma la realtà è che il neoliberismo con anima apolide, insofferente di ogni regolamentazione e delle leggi di uno Stato che lo limiti, tende inevitabilmente a corrodere ogni corpo sociale. Infatti il liberismo, privo di Stato non ha più alcun fine di emancipazione sociale o di progresso morale. Come è indifferente delle leggi è indifferente anche a ogni codice etico.

Oggi, come nella Convenzione, il mondo è di nuovo diviso tra Paesi fermamente intenzionati a salvaguardare le sovranità dello Stato e le proprie identità e un Occidente globalizzato che sembra aver dichiarato guerra al concetto stesso di Stato, di sovranità, di identità, in alcuni casi come nell’Argentina di Milei, anche alla legalità. Tra i primi troviamo un fronte che unisce indifferentemente molti Stati detti in via di sviluppo ma altri già molto avanzati, e tra i secondi i Paesi della NATO e del G7. Per il filosofo Costanzo Preve, la globalizzazione capitalistica ha una natura di Destra in economia, di Centro in politica e chiaramente di Sinistra nella cultura. Sembra che Preve stia descrivendo un’idra.

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