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L’organizzazione dello Stato è un istituto che troviamo agli albori della storia e che ha fatto la sua apparizione nelle epoche di transizione in cui gli uomini passarono dalle prime comunità di cacciatori nomadi che vivevano di un’economia di sussistenza, alle più complesse civiltà stanziali. Questa organizzazione politica sta attraversando un periodo in cui sembra ci siano interessi che tenderebbero a metterla in discussione con tentativi di delegittimazione, almeno nella sfera culturale occidentale, dove è egemone un determinato modello economico. Dato che trattiamo del tramonto del concetto di Stato, forse è opportuno ricorrere alla teoria di Oswald Spengler, l’originale pensatore tedesco che ha descritto in una corposa opera, il percorso di ogni civiltà paragonandolo a quello di ogni altro organismo vivente con i medesimi cicli vitali: nascita, sviluppo, declino e morte. È una tesi simile a quella del filosofo Johann Gottfried Herder che sosteneva che ogni nazione ha una propria peculiarità, un’anima ed una completezza nella propria parabola storica.
Spengler, descrive la fase terminale di una civiltà, da lui denominata civilizzazione e che sarebbe caratterizzata da vari fenomeni tra cui la perdita della spiritualità. Come la civilizzazione sarebbe la fase di declino, così la fase creativa originaria, viene denominata Kultur. Una delle principali cagioni del declino sarebbe dovuta allo smarrimento dell’anima collettiva. Secondo lo studioso, le cause di ogni decadenza sarebbero di natura quasi fisiologica; ogni civiltà, pur seguendo gli stessi meccanismi, avrebbe delle caratteristiche che gli sono proprie.
Il filosofo idealista Hegel, invece prende in esame prevalentemente l’istituto dello Stato e ipotizza che l’analisi basata sul solo intelletto abbia una valenza negativa e accusa questo metodo di essere un divisore perché tenderebbe a separare, isolando e analizzando separatamente ogni cosa, alienando tutto dal proprio contesto perdendo di vista l’armonia complessiva perché ogni cosa esistente è sempre in relazione col tutto. Quando fece queste affermazioni, Hegel pensava certamente agli uomini, animali sociali alieni dal solipsismo e che sanno dar vita a grandi comunità.
Hegel, similmente ad Aristotele, vede nella realizzazione dello Stato, la creazione di un’istituzione atta a perseguire il bene comune, come realizzazione e fine ultimo. Per Hegel, lo Stato, sarebbe la comunione fra razionalità ed etica. Il filosofo di Stoccarda, vede nello Stato la piena realizzazione comunitaria dove il cittadino si identifica con la collettività e dove può realizzarsi nella superiore volontà collettiva, uscendo in tal modo dall’egocentrismo. Con questo ragionamento il pensiero di Hegel sembra avvicinarsi a Rousseau e al contratto sociale. Infatti, sia per Rousseau che per Hegel, lo Stato è la realizzazione della vera libertà. Hegel sostiene che lo Stato è la razionalità che realizza il principio etico.
Precedentemente, nella Firenze rinascimentale, il diplomatico e scienziato della politica Niccolò Machiavelli, aveva sostenuto la necessità dello Stato come rimedio alla malvagità della natura umana a suo vedere, ondivaga e instabile, Machiavelli anticipa di qualche secolo la descrizione delle moltitudini che darà lo psicologo Gustave Le Bon il quale al volgere del XIX secolo, descrive le folle come instabili e mutevoli. Per Machiavelli lo Stato è l’unica difesa per i nemici della comunità sia interni che esterni. Per il fondatore della scienza della politica, tale istituto deve per forza di cose essere al di sopra della morale e teorizza, di conseguenza, la ragion di Stato per la salvaguardia del bene comune che è il valore supremo. Per il filosofo fiorentino la natura degli uomini tenderebbe al caos perché ogni persona avrebbe in sé potenzialità disgreganti e solo l’autorità dello Stato e la morale religiosa possono contribuire alla salvaguardia di un ordine sociale.
Tornando alla concezione dello Stato di Hegel, occorre dire che egli non credeva nelle libertà individuali astratte perché le considerava realizzabili solo all’interno dello Stato e del suo ordinamento che per lui rappresenta l’incarnazione della libertà concreta e razionale. La vera libertà per Hegel si può trovare solo nell’adesione al dovere verso lo Stato, il quale non limita, ma libera l’individuo dalla naturalità e dall’egoismo, naturalità che Hegel al contrario di Rousseau vede come fattore negativo. Il filosofo idealista definiva la sola libertà individuale e atomistica una contraddizione in termini e la considerava una astrazione perché sterile in quanto le libertà individuali tendono immancabilmente ad annullarsi l’una con l’altra.
Hegel pensava ad una libertà che non si limitasse ad una utopica assenza di vincoli. In effetti, se non ci fosse uno Stato che impone una razionalità, togliendo l’uomo dal suo individualismo egoistico, si realizzerebbe una regressione generalizzata perché l’uomo ha perso da tempo immemorabile l’istinto naturale che guida ancora la fauna e la fa vivere in perfetta armonia con gli elementi.
Il personaggio fantastico, creato dalla penna dello scrittore Edgar Rice Burroughs, quel Tarzan re della foresta, ispirato al mito del buon selvaggio di Jean Jacques Rousseau, nella realtà delle cose, sarebbe un povero demente. Questo perché sappiamo che è il linguaggio che crea il pensiero articolato. Il linguaggio è una creazione dell’intelligenza e al contempo un moltiplicatore del pensiero. Se fosse stato privo della parola, Tarzan sarebbe stato non solo al pari di un sordomuto, ma totalmente privo anche di ogni tipo di altra comunicazione. Avrebbe saputo esprimere unicamente emozioni e non pensieri articolati e razionali. La cultura, non è solo creatività ma è prevalentemente comunicazione ed anche imposizione, dettatura, memoria.
L’utopia delle libertà individuali, porterebbe al decadimento cognitivo e alla incomprensione reciproca perché anche la lingua è una convenzione dettata e imposta dalla comunità e invece con l’atomizzazione del potere si tenderebbe a disarticolare anche il linguaggio e di conseguenza anche il pensiero potrebbe retrocedere ad una maggiore essenzialità, un impoverimento. L’indebolimento dell’autorità, non solo rappresentante del potere ma anche spirituale e culturale, responsabile di ogni trasmissione, potrebbe essere causa della rovina di quel complesso castello di carte edificato nei millenni, edificio raffinato quanto fragile.
Tornando ai giorni nostri, l’esasperazione dell’individualismo creerebbe una realtà ostile ad ogni regola a causa della predilezione del potere finanziario per l’integrazione esclusivamente economica e globale. Si creerebbe un’opposizione a quella che sarebbe ritenuta un’ingerenza dello Stato nei rapporti economici che dovrebbero essere esclusivamente privati. Infatti l’ideale dichiarato sarebbe una società in cui i legami tra individui dovrebbero essere unicamente di carattere contrattuale. Sappiamo che al neoliberismo preme unicamente un mercato che si auto regoli con proprie leggi. Il potere economico liberale per sua natura trascurerebbe l’importanza della politica, vista come amministrazione di una ideale polis. Questo potrebbe accadere perché il neoliberismo tende per sua convenienza a deregolamentare e privatizzare come abbiamo avuto modo di vedere.
Il liberalismo, se lasciato a se stesso, tende a globalizzare, a strizzare l’occhio ai no borders perché persegue il miraggio della totale libera circolazione delle merci e dei capitali. Questa è una tendenza che ha il solo interesse di indebolire l’Istituto dello Stato che è visto come un limite al suo potere che tende a rendersi assoluto. Il suo fine è la deregolamentazione e la sostituzione della cosa pubblica con l’intervento di una finanza privata e magari anche con multinazionali.
Il liberalismo selvaggio, senza alcun controllo e autorità, tende a costruire una forte rete di interessi con intrecci finanziari ed economici talmente vasta e interconnessa che i gestori della cosa pubblica, sempre più spesso non riescono ad esercitare la sovranità perché anche le decisioni politiche tendono ormai a essere condizionate esageratamente dal potere economico. Il liberalismo, quando cresce a dismisura si trasforma in un meccanismo incontrollabile, un gigantesco essere simile al biblico Leviatano generatore del caos o al mostro Behemoth e potrebbe diventare un serio pericolo per la stessa democrazia e per la vita politica. Un pericolo concreto per la realizzazione della volontà popolare che potrebbe insidiare anche l’ordinamento sociale.
Solo tenendo conto di questa realtà, possiamo comprendere le parole apparentemente sibilline di Carl Schmitt, il più importante giurista del XX secolo, quando ebbe ad affermare: “Più una democrazia è liberale, meno è democratica”. I due concetti non sempre collimano e non sono sinonimi. Quello di Schmitt non è un controsenso perché senza l’autorità dello Stato, la classica dottrina liberale può tramutarsi in liberalismo antistato se si trasforma in liberismo economico, una teoria che mira al totale disimpegno dello Stato dall’economia in nome della legge del mercato, nuova divinità del nostro tempo.
Hegel e la sua visione dello Stato sono stati apprezzati da vari personaggi; sia da Lenin che da Mussolini. A conferma di ciò vogliamo ricordare un’affermazione dello stesso Mussolini sui rapporti tra il movimento fascista e lo Stato; dopo attenta riflessione ebbe a dire: “Lo Stato resta, il movimento passa”. A proposito di Lenin, il rivoluzionario bolscevico affermò che se non si capiva Hegel non si sarebbe potuto capire Marx. Quasi tutta la cultura moderna ha subito l’influenza di Hegel. Un altro intellettuale che, ad esempio, si disse debitore al filosofo tedesco fu il drammaturgo Jean Paul Sartre, esponente dell’esistenzialismo.