Tipologia delle concezioni del sistema multilaterale
L’esistenza di un sistema multilaterale, cioè la cooperazione degli Stati in ambiti multilaterali, e l’esistenza di un mondo multipolare non sono fenomeni necessariamente associati e si sovrappongono perfettamente, eccetto che per una visione ideale. Mentre oggi assistiamo all’emergere di un mondo multipolare, di cui i paesi del BRICS sono un’illustrazione, l’ONU come organizzazione politica appare paralizzata; al contrario, la cooperazione multilaterale è stata possibile nel contesto del Nuovo ordine mondiale, sotto dominio americano; l’accordo dei Cinque più uno (Germania), il 14 luglio 2015, riguardo al programma nucleare iraniano è stato ad esempio possibile, ma ciò non è concepibile oggi.
Si possono infine distinguere – anche se questa classificazione è ovviamente artificiale – quattro concezioni del sistema multilaterale: il “multilateralismo di espressione” consente a Stati ridotti per dimensioni e limitati nella loro potenza di trovare, se necessario, ampi eco all’interno delle sedi internazionali; il “multilateralismo di cooperazione” consente a Stati deboli dal punto di vista economico o colpiti in modo congiunturale di beneficiare della solidarietà della comunità internazionale; il “multilateralismo moltiplicatore di potenza” riguarda potenze medie, come la Francia o il Regno Unito, che hanno potuto sviluppare reti e animarle, beneficiando così di coalizioni tematiche o circostanziali più ampie delle proprie alleanze; il “multilateralismo di dominio” è riservato alle potenze maggiori, come gli Stati Uniti, che esitano ad accettare la cooperazione internazionale ma alla fine vi acconsentono perché sono i padroni del gioco. La Cina rifiuta di essere catalogata in quest’ultimo insieme perché vuole continuare, nonostante la sua nuova potenza, a dare l’impressione “di giocare collettivamente”. Si tratta di una realtà o di una suprema abilità per dominare infine il sistema?
Esiste ancora oggi un sistema?
Paradossalmente, si può rispondere affermativamente a questa domanda, nonostante la scomparsa di alcuni meccanismi di regolazione, poiché ogni realtà duratura costituisce infine un sistema. Il mondo, ad esempio, è diventato meno unipolare rispetto a quello denunciato da V. Putin alla Wehrkunde di Monaco nel 2007; per l’Europa, il concetto di “autonomia strategica” fatica a progredire, ma si delinea un orientamento; la società internazionale, nonostante una narrazione che mira a mettere in evidenza un antagonismo marcato tra “l’Occidente collettivo” e il “Sud globale”, non si riduce a uno scontro Oriente-Occidente; l’Oriente e il Sud, come l’Occidente, rimangono diversi e talvolta persino fratturati; nonostante una certa rinascita, il nuovo mondo non si riduce allo scontro tra blocchi: è volatile e piuttosto fatto di cooperazioni “à la carte”, come illustra perfettamente la politica dell’India, ad esempio nella sfera indo-pacifica (NB: Nuova Delhi non fa parte dell’AUKUS ma coopera con gli Stati Uniti, l’Australia e il Giappone in una configurazione a Quattro; l’India è un partner strategico della Francia dal 1998). La NATO, definita fino a poco tempo fa come un insieme “in stato di morte cerebrale”, ha conosciuto un rinnovamento, effetto immediato della guerra in Ucraina, e si è inoltre ampliata alla Svezia e alla Finlandia; la questione dell’adesione dell’Ucraina continua a porsi; ciò non significa necessariamente che l’Alleanza Atlantica sarà domani al centro dell’architettura di sicurezza europea.
Il mondo com’è e come non è
È infine più facile dire cosa il mondo di oggi non è rispetto a cosa è, rispetto a un sistema che aveva rivelato una certa stabilità per alcune decine di anni; il nucleare militare non sembra più garantire l’equilibrio dell’insieme e si vive piuttosto in un contesto “infra-nucleare” in cui è possibile fare affidamento sul possesso dell’arma assoluta per fare la guerra a uno Stato dotato solo di mezzi convenzionali. Il mondo è infatti “destrutturato”. Potremo un giorno parlare di “distruzione creatrice”, come fanno alcuni teorici dell’economia? Il sistema delle relazioni internazionali è indiscutibilmente diventato più volatile, a causa del blocco delle sue regole di funzionamento passate, di una certa anarchia dei rapporti tra Stati e soprattutto della modifica della distribuzione del potere. Si sentono “scricchiolii” da tutte le parti. Come ai tempi di Hobbes, rispetto allo stato di natura, sarà necessario ritrovare una forma di “contratto sociale” a livello dell’intera umanità. Il modello imperiale non è forse un’illusione anacronistica? Quello di Deng Xiao-ping di una disconnessione – e di una coesistenza allo stesso tempo – dell’economia dal monopolio politico del Partito Comunista Cinese (PCC), che aveva permesso una crescita a due cifre della Cina, è ancora valido? La democrazia americana non è forse minacciata, per attenersi agli avvertimenti passati dei leader democratici, incluso il presidente Biden stesso? L’Europa non è stata forse frenata, se non spezzata, nelle sue velleità di emancipazione a causa della guerra in Ucraina? La globalizzazione sarà completamente messa in discussione, smentendo le affermazioni avventurose di Fukuyama, o la globalizzazione non conserverà forse alcuni meriti? Quest’ultima – attraverso il mercato – non si è infatti sostituita all’ordine politico, ma si vede comunque che può fungere da freno alle tensioni più estreme (NB: la politica dell’Arabia Saudita che oggi privilegia il suo sviluppo per il dopo-petrolio, rispetto ad alcune solidarietà regionali, non ne fornisce forse un esempio?). La Cina e gli Stati Uniti non dispongono forse ciascuno di vantaggi comparativi (es. i semiconduttori per gli USA, il 65% delle riserve mondiali di litio per la Cina)? La Germania, particolarmente penalizzata dalla guerra in Europa che coinvolge il suo importantissimo partner economico russo, per non parlare della Cina, coglierà il momento per “rompere alcune catene” in un movimento storico di Zeitwende? La Russia potrà essere ostracizzata a lungo dall’Europa, legata reciprocamente da tanti legami con essa? Quanto al sistema dell’ONU, alcuni dei suoi meccanismi dovranno inevitabilmente essere modificati e un ampliamento del Consiglio di Sicurezza sarà evidentemente necessario. L’abilità dei giuristi non basterà a rifondare un sistema, ma è anche nei momenti più gravi che sono possibili salti qualitativi. La SDN non è forse nata dalla Prima Guerra Mondiale e l’ONU dalla Seconda a San Francisco nel 1945?
Ucraina: diritto e giustizia?
Gli ucraini parlano spesso di diritto e giustizia e si può sentire questo lamento dovuto alle loro profonde ferite. Il diritto internazionale è stato violato, come ha riconosciuto pubblicamente il Segretario generale dell’ONU; sono stati commessi crimini di guerra che non dovranno rimanere impuniti. Ma l’organizzazione della società internazionale è più che imperfetta, rimane embrionale e disordinata, riflettendo un mondo che è ancora troppo vicino allo stato di natura. Nessuna autorità sovranazionale è in grado di far rispettare in ogni circostanza e in ogni luogo regole conformi alla civiltà a cui aspiriamo; il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è che l’embrione di una struttura ideale ed è attualmente paralizzato poiché richiede l’unanimità dei suoi membri su questioni che non sono di procedura.
Il diritto di perseguire, attualmente utilizzato da Kiev nel territorio russo, rientra nella legittima difesa definita all’articolo 51 della Carta dell’ONU. La questione che si pone è tanto più quella dell’efficacia della risposta quanto le finalità dell’operazione non sono chiare. Se ci atteniamo a questo stesso articolo 51, l’Ucraina avrebbe dovuto “portare a conoscenza del Consiglio” le misure che stava prendendo al di fuori dei suoi confini. Si trattava di fare diversione per alleviare la pressione sui combattenti ucraini nel Donbass? Si trattava di sostenere il morale di questi ultimi così come quello della popolazione, mentre Kiev ha accumulato motivi di insoddisfazione, per non dire fallimenti, dalla controffensiva annunciata e abortita dell’autunno scorso? Oggi si può dubitare che l’ambizione di sconfiggere la Russia in casa sua o almeno di scuotere il suo potere fino a destabilizzare eserciti ancora una forte influenza sulle menti dei decisori di Kiev.
Su quest’ultimo punto, prodotto di un nazionalismo antico ed espressione di frustrazioni più recenti, bisogna anche comprendere le interrogazioni, se non le reticenze, che i sostenitori militari e finanziari dell’Ucraina hanno avuto nel fornire tutti i tipi di armamenti e nell’autorizzare il loro utilizzo in profondità presso il nemico. Non bisogna mai dimenticare infatti il disequilibrio delle forze e in particolare il fatto che, sebbene alcuni vogliano ignorare le linee rosse, siamo davanti a una guerra tra uno Stato nucleare e uno Stato non dotato. Mosca, per difendere i suoi interessi considerati vitali, ha sempre avuto infine la capacità di “alzare i toni”, sia per quanto riguarda la mobilitazione di truppe aggiuntive – cosa che le consente una popolazione tre o quattro volte più grande di quella ucraina – sia per l’escalation riguardo alla natura dei mezzi militari.
Tale è la dura realtà di un mondo violento e sempre più deregolarizzato. L’ora dovrebbe essere ancora una volta per la diplomazia, che sembra spenta e dimenticata, nonostante alcuni balbettamenti recenti di conferenze organizzate senza uno dei protagonisti. Ha lasciato il posto ai tattici senza visione d’insieme e ai commentatori della cosa militare che non coinvolgono che se stessi. Alla stregua delle trincee del Donbass, è un po’ come se si contassero i bottoni delle ghette in quelle di Verdun, più di un secolo fa, quando fu inventata la guerra totale.
La guerra ha già distrutto l’Ucraina, nonostante la sua resistenza legittima e coraggiosa che non le consente più che guadagni territoriali marginali, ed è orribilmente costosa in termini di vite umane. La superpotenza nucleare russa è anche come un Gulliver intrappolato che scopre e registra le sue fragilità e può solo essere preoccupata per il suo futuro, in particolare economico e sociale; si è infatti tagliata fuori da un mercato europeo che le forniva tecnologia e che le resta potenzialmente vitale per l’esportazione di una delle sue principali ricchezze, il gas. Quanto all’Europa, che subisce anche questa situazione senza precedenti sul continente, ne paga, come la Germania, il prezzo alto simboleggiato dal sabotaggio di Nord Stream e dalla rottura delle sue forniture energetiche tradizionali. Ha comunque compiuto sforzi significativi, per non dire sacrifici riguardo ai suoi Stati meno potenti, per aiutare l’Ucraina nella ricerca della sua sopravvivenza come nazione indipendente. Ma l’Europa non si chiede forse se non sta lavorando per il re di Prussia? I consiglieri solitamente non sono i pagatori, come si sa. L’esempio della ricostruzione del Kuwait e ancor più dell’Iraq è lì a testimoniare.
