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Simbologia e ideologia nell’abito

Messaggi e simbologie negli accessori dell’abbigliamento, i quali spesso si trasformano in messaggi ideologici un po’ come avvenne con l’eskimo negli anni Settanta che era diventato il saio dell’autonomia.

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Sappiamo che Gandhi a un certo momento della propria esistenza decise di indossare il Khadi, che altro non era che un abito indiano, cucito con un cotone leggerissimo che appartiene a una tradizione millenaria. È una fibra non industriale che viene tessuta a mano nelle abitazioni con un semplice fuso e una conocchia. Gandhi era un avvocato occidentalizzato e da giovane portava la cravatta, ma decise di adottare questo abbigliamento per una scelta politica, perché l’India non doveva essere dipendente dal monopolio britannico e Gandhi fece diventare il Khadi un simbolo patriottico di affrancamento. Durante il ventennio, Mussolini fece adottare al partito la divisa denominata orbace. L’orbace è una lana prodotta da sempre in Sardegna filando la lana grezza della pecora sarda. È un tessuto molto robusto, impermeabile e caldo ed è per questo che i pastori utilizzavano questa lana come mantello e per il caratteristico costume tradizionale. La divisa che prese il nome di orbace fu utilizzata con lo stesso scopo con cui Gandhi aveva fatto del Khadi una bandiera di indipendenza. Anche la lana grezza divenne un simbolo di affrancamento dall’importazione della lana, quasi monopolio degli inglesi. Frequentemente un semplice capo di abbigliamento diventa un simbolo di libertà, come durante la Rivoluzione accadde al cappello frigio che era stato simbolo di affrancamento dall’antichità col nome di pileus. In Palestina Arafat ebbe l’idea di utilizzare la kefiah, il fazzoletto che venne diffuso tra le masse dei palestinesi proprio dal leader di al Fatah, che prese l’idea da alcuni agricoltori che la utilizzavano per ripararsi dal sole cocente durante il lavoro nei campi.

Arafat ne fece un simbolo identitario, una bandiera, una sfida, una rivendicazione.

Durante la rivoluzione russa abbiamo un altro copricapo detto budënovka, il famoso e iconografico berretto a punta con visiera e paraorecchie con stella rossa in fronte. Lo chiamavano anche elmo di panno perché in effetti colui che aveva disegnato il copricapo si era ispirato a un elmo antico russo, un richiamo a un’epopea eroica. Questo perché riprendeva la forma dell’elmo del bogatyr, il simbolo del cavaliere medievale slavo, volendo ricondurre il combattente alle gesta dell’antica tradizione cavalleresca russa.

In Italia le squadre fasciste dello stesso periodo adottarono il fez, copricapo che in Italia ha una lunga storia. Durante la guerra di Crimea i nostri bersaglieri vennero a contatto con gli zuavi francesi che erano truppe coloniali di origine algerina di etnia berbera, i famosi cabili. I bersaglieri trovarono molto pratico, e osservarono che aveva un certo carattere, il fez rosso che indossavano i soldati francesi e chiesero il permesso per adottarlo. In tal modo i bersaglieri ancora oggi adottano il fez rosso. Quando lo Stato maggiore istituì nel 1917 il nuovo corpo degli arditi, senza troppa fantasia, tinsero di nero dei berretti da bersagliere perché gli arditi erano pur sempre un corpo d’assalto. Molti arditi parteciparono in seguito all’impresa di Fiume con Gabriele D’Annunzio e da questi il caratteristico copricapo passò ai fascisti che lo adottarono. Piacque probabilmente perché ricordava il cappello frigio e, insieme al fascio, lo ricordava maggiormente ed anche perché aveva un sapore liberty, uno stile di gran moda in quel periodo storico. Inoltre quel fez aveva un sapore ribelle, un po’ guascone, quasi beffardo. Infatti il fez col pantalone alla zuava e la fusciacca che stringeva in vita la camicia, che talvolta era ampia come una blusa, ricalcava la tenuta berbera degli zuavi. Fra gli islamici, da qualche anno si va diffondendo il velo in modo sempre più esteso. Non rappresenta più un retaggio del passato come molti credono, ma è un messaggio attualissimo che masse di islamici ci stanno mandando silenziosamente e noi non ce ne stiamo nemmeno accorgendo.

Basterebbe ricordarsi di Gandhi e del Khadi per afferrare il concetto. Un abito è sempre un messaggio, come lo furono le brache dei sanculotti nella Rivoluzione francese che imposero i pantaloni da uomo o come la cravatta che da accessorio militare divenne simbolo del prestigio dell’Occidente e del razionalismo illuminista.

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