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Il disturbo borderline: una malattia della società liquida

Disturbo borderline della personalità e femminicidi, un fenomeno in netta crescita nel mondo industrializzato.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Le cronache riportano troppo frequentemente, come in uno stillicidio, notizie di uccisioni di giovani donne e troppo spesso per mano di ex, mariti, fidanzati o compagni che siano, soggetti in preda a disperazione o depressione, stati d’animo che si trasformano in follia omicida fino a quel momento tenuta nascosta.

Molti scambiano tale fenomeno per un qualcosa di analogo al vecchio delitto d’onore. Quelli erano fatti di sangue, frutto di mentalità arcaica, che avvenivano nelle contrade più arretrate del Paese ed erano intesi quasi come un dovere sociale per riscattare agli occhi della comunità quella che si pensava fosse l’onorabilità perduta. Con un crimine si pensava di riscattare il nome della famiglia. Erano delitti indirettamente incoraggiati dalla comunità di villaggio e da un malinteso senso dell’onore.

Oggi sono delitti di diversa natura che avvengono sia a nord che a sud, in città come in provincia, e non sono più una caratteristica di culture mediterranee. Inoltre, questi sono delitti compiuti più per disperazione che per riscatto d’onore, da uomini in preda ad angoscia.

Sembra addirittura che nell’Europa del nord il fenomeno sia ancor più marcato e frequente. Rispetto agli altri Paesi europei l’Italia, anche se sembra strano, nonostante la frequenza dei fatti di sangue, ha un tasso di femminicidi indubbiamente inferiore. In testa abbiamo i “civilissimi” ed evoluti Paesi baltici, Lituania e Lettonia, poi compaiono la Slovenia, l’Ungheria, la nordica Germania. Seguono altri Paesi come, ad esempio, l’Olanda, patria della tolleranza e delle libertà individuali, dove sono permessi ogni eccesso e trasgressione.

Come abbiamo visto, per quanto preoccupante sia il fenomeno dei femminicidi, per quanto riguarda l’Italia la statistica ci vede agli ultimi posti del continente. Allora perché tutto questo straparlare di retaggi patriarcali del mondo rurale, della cultura latino-mediterranea arretrata e perché questa volontà di incolpare la cultura italiana che andrebbe ulteriormente corretta?

Chiaramente è in atto un tentativo di mettere sotto accusa la figura del maschio italiano come un unicum da rieducare, come veniva fatto durante la rivoluzione culturale. Perché si preferisce incolpare la cultura del patriarcato, ormai scomparsa da tempo immemore, e nessuno si preoccupa di analizzare il modello della società industrializzata che sta creando fin troppi scompensi caratteriali, che prendono il nome di stress, depressione, disturbi della personalità?

Ogni volta che accade un femminicidio sento commenti fuori luogo. Viene accusato, in salotti mediatici, il maschio in quanto tale e i ruoli che lo definiscono, nel tentativo esplicito di abbattere ulteriormente le caratteristiche di identificazione e propagandare ideologie come quella Gender per portare ulteriore acqua al mulino delle teorie sociologiche che pretenderebbero dimostrare che il genere è solo una costruzione sociale e non riguarderebbe la biologia.

Ascolto, a proposito dell’ennesimo femminicidio, personaggi che arrivano ad affermare che esiste una subcultura che trova disdicevole per l’uomo piangere in pubblico e che questo è l’equivoco dei ruoli, e che finché esisteranno i ruoli esisteranno i femminicidi. Siamo alla destrutturazione della figura del maschio e al tentativo di sostituirlo con una creatura indefinita e soprattutto fragile.

Infatti qualcuno, a questo proposito, ha già proposto di introdurre nelle scuole l’ora della fragilità, non per curarla ma per diffonderla come un’epidemia.

Non ne conosciamo le ragioni precise ma sappiamo invece che determinati disturbi borderline tendono ad aumentare nelle società più industrializzate a causa di vari fattori sociali e ambientali. Uno di questi fattori può essere proprio l’instabilità delle relazioni sociali, che non è esattamente una prerogativa della società patriarcale di tipo rurale.

Una caratteristica del tipo borderline è proprio la paura dell’abbandono e una totale incapacità di tollerare la solitudine. Il tipo borderline tende all’impulsività e alla perdita del controllo. Questo sintomo della paura o panico dell’abbandono è il sintomo centrale che talvolta lo porta a comportamenti ossessivi nel tentativo di cercare di evitare l’abbandono. Il tipo borderline percepisce come intollerabile il senso di vuoto causato dalla solitudine.

Il modello di società “liquida” attuale è caratterizzato da mutamenti improvvisi, mentre i mass media creano modelli predefiniti, come nella pubblicità, in cui la fragilità del borderline fatica ad adeguarsi, non avendo il soggetto un’identità ben definita perché cerca sempre di adeguarsi.

La nostra società moderna si basa sulla mobilità, sulla precarietà sia nel lavoro che nell’affettività. È una società in cui ognuno sembra intercambiabile e sostituibile. Non sembra una società per soggetti fragili. Infatti il fenomeno è talmente esteso che si parla spesso di recupero di coloro che rimangono indietro.

Il tipo borderline attribuisce il sentimento cronico di vuoto che si porta dietro come un fardello ai suoi accadimenti contingenti o alla persona su cui vuole talvolta scaricare la rabbia del proprio malessere esistenziale, che è dovuto esclusivamente alla sindrome di cui soffre e che lo porta a idealizzare in modo irreale una persona per poi arrivare a svalutarla repentinamente fino ad odiarla e magari commettere l’irreparabile.

Però, invece di analizzare attentamente il nuovo che stiamo costruendo e cercare eventualmente di usare correttivi per mitigare il senso di solitudine e angoscia che si crea in una società dove viene estremizzato fino al parossismo l’individualismo, isolando sempre maggiormente ogni componente della comunità, stranamente si cerca il rimedio tentando una fuga in avanti, atomizzando ulteriormente la società, combattendo contro i ruoli e le identità, creando un maggiore spaesamento e smarrimento nelle persone.

Colpevolizzando, si finisce per attribuire la responsabilità alla figura ideale, ormai solo letteraria e scomparsa, del vecchio patriarca, quella che era la quercia della comunità familiare, il punto di riferimento e che sapeva mantenere unito il gruppo familiare con l’autorità che gli veniva conferita proprio dal ruolo, analogamente a un monarca o a un presidente il cui rispetto è dovuto unicamente al ruolo ricoperto più che ai meriti personali.

Ogni autorità ha in sé sempre una certa componente di convenzione sociale.

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