Un amico, qualche giorno fa, mi ha inviato questa poesia.
Non l’ha accompagnata con spiegazioni, né con richieste particolari. L’ho letta una prima volta con attenzione, poi l’ho riletta più lentamente. Mi ha colpito perché non racconta solo una storia individuale, ma tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui la memoria attraversa le generazioni e diventa scelta, radice, futuro.
Per questo la riporto integralmente.
Poesia di Colucci Pasquale:
Lì, tra gente diversa ma buona, trovò l’amore.
Un uomo che non le chiese da dove veniva, ma cosa aveva nel cuore.
Lo amò. Lo sposò. E da lui ebbe figli, poi nipoti.
Ogni sera, però, raccontava una storia.
La storia di una terra rubata, di un sole che scottava più dell’odio,
di una ragazzina che divenne ombra nella notte per difendere chi amava.
E i suoi nipoti ascoltavano in silenzio,
come se quella voce venisse da un tempo sacro.
Il giorno in cui Rosa morì, aveva il sorriso sulle labbra
e tra le mani un pugno di terra
che si era portata via in una borsa di stoffa.
Fu riportata nel suo villaggio,
dove tutto era cambiato…
eppure nulla era cambiato.
E lì, tra gli ulivi tornati a fiorire,
una giovane donna con i suoi stessi occhi – la nipote Rosa,
che portava il suo nome –
posò i piedi sulla stessa terra
e sentì il richiamo.
Trovò l’amore anche lei.
E lì decise di restare.
Perché la memoria, quando è viva, genera futuro.
Morale:
Le favole non sempre parlano di fate.
A volte parlano di donne che, per amore, diventano fuoco.
E il fuoco, se non lo spegni, accende chi verrà dopo.
Questa poesia colpisce perché è essenziale. Non indulge nella retorica e non cerca effetti. Racconta una storia di sradicamento e di ritorno, ma soprattutto di continuità. Rosa, la prima, trova l’amore non come fuga dal passato, ma come spazio in cui il passato può esistere senza essere giudicato. Nessuno le chiede da dove venga: le viene chiesto cosa abbia nel cuore. In questa domanda c’è già una visione del mondo.
Il gesto del racconto serale è centrale. Rosa non trasmette solo ricordi, ma un modo di stare nella vita. Raccontare diventa un atto di resistenza silenziosa, una forma di cura. La memoria non è peso, è orientamento.
Il pugno di terra stretto tra le mani al momento della morte è un’immagine semplice e potentissima. La terra non è un simbolo astratto: è appartenenza concreta, fisica, che sopravvive allo sradicamento. Tornare con quella terra significa non aver mai davvero reciso il legame.
La nipote Rosa non replica la storia: la continua. Con gli stessi occhi, ma con una scelta nuova. È qui che il testo apre al futuro. La memoria, quando è viva, non immobilizza. Genera. Restare non è un obbligo, ma un atto libero.
Forse è per questo che questa poesia resta addosso. Perché ricorda che le vere favole non parlano di magie, ma di donne capaci di trasformare il dolore in fuoco. E che il fuoco, se non viene spento, non distrugge: illumina la strada a chi verrà dopo.