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Introduzione: dall’occupazione alle barbarie istituzionali
Mentre il mondo resta focalizzato su notizie relative al “conflitto” e alla “sicurezza”, la situazione in Israele supera limiti sempre più difficili da contestualizzare in termini puramente diplomatici. L’occupazione continuativa della Palestina, la distruzione di Gaza, l’espansione della guerra in Libano e l’approvazione di leggi percepite come discriminatorie sollevano crescenti preoccupazioni sulle politiche in atto. Questi eventi appaiono frutto di scelte che colpiscono la popolazione palestinese mediante misure restrittive e severe.
Questo testo non intende criticare il popolo ebraico né negare il suo passato di sofferenze, ma analizza come uno Stato possa strumentalizzare tale storia per giustificare nuove forme di violenza. Il messaggio centrale è che le strategie del governo israeliano non solo devastano la vita palestinese, ma rischiano anche di rafforzare l’antisemitismo, riattivando movimenti d’odio che si dichiara di voler combattere.
Conquista strisciante: Gaza, Cisgiordania e Libano sotto il fuoco
L’offensiva su Gaza ha comportato la distruzione di interi quartieri, ospedali, scuole e università, costringendo molte persone a vivere in condizioni di sfollamento. Questi eventi superano, per portata, quanto normalmente si intende per “danni collaterali” e suggeriscono una strategia deliberata volta a rendere la vita nel territorio insopportabilmente difficile. In questo contesto, la vita dei palestinesi è profondamente segnata dalle operazioni militari in corso.
In Cisgiordania, l’espansione delle colonie, la presenza di coloni armati e le operazioni militari generano un clima di insicurezza tra le comunità palestinesi. Inoltre, l’estensione della guerra al sud del Libano, con bombardamenti e sfollamenti, coinvolge numerosi civili. Mentre la versione ufficiale indica motivi di “difesa”, vi sono ricostruzioni che evidenziano la percezione di un progetto di controllo territoriale fondato sulla forza.
Hamas e la politica israeliana: dinamiche di controllo
Un aspetto poco discusso nel dibattito su “terrorismo” e “sicurezza” riguarda il fatto che, secondo varie analisi giornalistiche e accademiche, diversi governi israeliani hanno visto in Hamas un elemento utile a indebolire l’Autorità Nazionale Palestinese e ad alimentare divisioni interne. Alcune fonti riportano che Israele abbia tollerato o favorito il flusso di denaro verso Gaza, in particolare proveniente dal Qatar, rafforzando così Hamas. Quello che ufficialmente veniva definito “aiuto umanitario” è interpretato da alcuni come un mezzo per garantire una stabilità temporanea e per mantenere un interlocutore funzionale in un contesto di tensioni future.
Secondo alcuni analisti, la strategia sarebbe stata duplice: ridurre il peso politico ed economico dell’Autorità palestinese e delle sue componenti più moderate e, al contempo, permettere a Hamas di consolidare la propria posizione a Gaza, prevedendo che ciò avrebbe avuto ripercussioni sulla rappresentatività palestinese nelle sedi diplomatiche. In questo modo, lo Stato che oggi si presenta come vittima del “terrorismo islamista” viene visto da alcuni osservatori come partecipe, indirettamente, al rafforzamento di quell’attore, con effetti negativi sull’intera società palestinese. Il rischio è quello di un circolo vizioso in cui l’esistenza di un nemico giustifica azioni di forza successive, mentre le responsabilità vengono attribuite all’intera popolazione.
La pena di morte come arma razzista e coloniale
La recente approvazione da parte della Knesset di una legislazione che introduce de facto la pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania accusati di aver ucciso israeliani ha suscitato forte dibattito. La legge stabilisce l’impiccagione come pena “standard” per atti definiti come “terrorismo” che provocano vittime, giudicati da tribunali militari, senza prevedere attualmente un’applicazione equivalente nei confronti di cittadini israeliani ebrei accusati di crimini simili. Giuristi e organizzazioni per i diritti umani ne evidenziano il rischio di discriminazione strutturale.
L’immagine successiva al voto è stata ampiamente commentata: il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, promotore della legge, ha celebrato in parlamento con una bottiglia di champagne, dichiarando che la mancata approvazione avrebbe potuto mettere in discussione la tenuta della coalizione. Questo gesto è stato interpretato da diversi osservatori come parte di una più ampia manifestazione del potere politico. In un momento di forte crisi a Gaza e in Cisgiordania, la scena ha suscitato reazioni contrastanti.
Criminalizzare la critica, blindare l’impunità
Per preservare tale sistema, lo Stato tende a rispondere con decisione alle critiche. Secondo Amnesty International, le critiche alle politiche israeliane vengono spesso etichettate come antisemitismo, anche quando provengono da gruppi ebraici che si oppongono a tali azioni. Questa dinamica rende difficile distinguere tra critica legittima alle decisioni di governo e ostilità verso un intero popolo.
Questa dinamica produce due effetti rilevanti: da un lato, protegge le politiche statali, trasformando il dibattito politico in un terreno delicato in cui ogni parola può avere conseguenze personali o professionali; dall’altro, rischia di ridurre l’attenzione sul vero antisemitismo, fenomeno grave e pericoloso, indebolendo un concetto che dovrebbe mantenere un significato preciso e non essere strumentalizzato come semplice difesa di governo. Se ogni critica viene etichettata come “antisemitismo”, il concetto perde chiarezza proprio quando servirebbe una definizione netta per contrastare l’odio reale.
La vergogna della schiavitù: quando nemmeno l’ovvio si riesce a condannare
La risoluzione votata a marzo 2026 dall’Assemblea Generale dell’ONU condannava in modo chiaro la tratta transatlantica degli africani schiavizzati e la schiavitù razzializzata come uno dei crimini più gravi contro l’umanità, chiedendo giustizia riparatrice e misure di riparazione per gli africani e gli afrodiscendenti. È stata approvata a larga maggioranza, con soli tre voti contrari: Argentina, Israele e Stati Uniti.
Israele e Stati Uniti hanno giustificato il proprio voto sostenendo che il testo politicizzasse la questione, gerarchizzasse i crimini contro l’umanità e proponesse riparazioni considerate inique. Il caso mette in luce come, tra interessi strategici e questioni storiche irrisolte, la tutela dei diritti umani finisca spesso per scontrarsi con priorità statali più immediate.
Che uno Stato che pone grande enfasi sulla propria memoria storica di persecuzioni e sul ruolo della democrazia non abbia sostenuto una risoluzione sulla tratta atlantica e sulla schiavitù razziale è ritenuto discutibile da molti osservatori. L’argomento della “politicizzazione” viene talvolta percepito come un pretesto per evitare di prendere posizione su questioni complesse, suggerendo che anche i crimini più gravi possano, in certe circostanze, essere trattati come elementi negoziali nella scena geopolitica.
Nessuna diplomazia, solo dominio: il monopolio economico su terra e infrastrutture
In questo contesto si nota l’assenza di una diplomazia efficace: mancano processi equi e negoziati concreti, mentre i rapporti appaiono spesso determinati dalla forza. Israele, oltre alle azioni di natura militare, esercita controlli significativi su terra e mare, sulle risorse e sulle infrastrutture, determinando una situazione di forte dipendenza per l’economia palestinese. La gestione delle strade, dei valichi, dei porti, dei confini, dello spazio aereo e delle infrastrutture ricade prevalentemente sotto il controllo di chi detiene il potere, creando una dinamica non paritaria.
La frammentazione della Cisgiordania, l’assedio ricorrente di Gaza e la distruzione delle infrastrutture civili vengono interpretati come cause principali della profonda dipendenza e vulnerabilità delle attività economiche e sociali palestinesi. Azioni presentate come “coordinamento di sicurezza” o “gestione dei confini” sono viste da alcuni critici come strumenti di controllo territoriale che limitano lo sviluppo autonomo e rafforzano il dominio di una sola parte sulle condizioni di vita, di lavoro e di mobilità.
Come queste politiche alimentano l’antisemitismo che dicono di combattere
Esiste una conseguenza che, secondo diversi analisti, rischia di essere sottovalutata: alcune politiche, tra cui l’occupazione, le punizioni collettive, le esecuzioni mirate e la percezione di una mancanza di sensibilità verso la popolazione palestinese, possono contribuire ad alimentare proprio l’antisemitismo che si sostiene di voler combattere. Quando la comunità internazionale assiste a celebrazioni per l’approvazione della pena di morte per i palestinesi, alla distruzione di città o a voti contrari su risoluzioni che condannano la schiavitù, in assenza di strumenti interpretativi adeguati, rischia di confondere il governo israeliano con l’intero popolo ebraico. Molti osservatori considerano questa confusione particolarmente pericolosa.
Non si tratta di giustificare neppure un singolo atto antisemita, ma di capire la dinamica: più lo Stato di Israele appare violento, impunito e arrogante, più diventa facile per i vecchi discorsi antiebraici presentarsi come “risposta” o “vendetta”. Pregiudizi che dovrebbero essere superati riacquistano forza nelle immagini quotidiane di Gaza distrutta e nella brutalità istituzionalizzata. Ciò che le élite israeliane chiamano “difesa” sta di fatto riattivando un antisemitismo diffuso, che si espande nelle strade, nei quartieri, sui social, e viene poi utilizzato come prova di essere “assediati” e di aver bisogno di ancora più violenza, di più leggi razziste, di più guerra.
Si chiude così un circolo perverso: si adottano politiche che alimentano l’odio contro gli ebrei in generale, si strumentalizza tale odio per giustificare nuove aggressioni, e a pagare il prezzo sono le comunità ebraiche nel mondo, trasformate in bersaglio da chi non distingue tra un governo e un popolo.
Memoria tradita e ritorno dei vecchi movimenti d’odio
Dopo la Seconda guerra mondiale, gran parte dell’Europa ha promesso “Mai più” e ha costruito la propria identità democratica sul rifiuto del razzismo e della disumanizzazione. Oggi, però, quella memoria viene usata in modo selettivo: serve a giustificare ogni azione di Israele, ma non a proteggere chi subisce le sue bombe e le sue leggi. Non serve ripetere la storia degli anni Quaranta per riconoscere segnali preoccupanti: la celebrazione pubblica della morte, la riduzione dell’altro a categoria inferiore, la normalizzazione di misure estreme come la pena di morte discriminatoria.
In questo clima, i vecchi movimenti d’odio trovano terreno fertile. Gruppi di estrema destra, complottisti antisemiti e nostalgici di ideologie passate si sentono rafforzati da ogni immagine di devastazione, da ogni segno di impunità e da ogni gesto di disprezzo nei confronti della vita palestinese. Il messaggio implicito è che alcune vite sono sacrificabili e che alcuni popoli possono essere condannati senza conseguenze; quando questa logica viene accettata da alcuni, altri potrebbero usarla contro i propri nemici.
Conclusione: non in nostro nome
Denunciare l’occupazione, la pulizia etnica, la pena di morte discriminatoria e persino il rifiuto di condannare la schiavitù non è antisemitismo. È il minimo gesto di dignità di fronte a un sistema che sta distruggendo non solo la Palestina, ma anche le basi morali su cui si afferma di aver costruito il mondo dopo la guerra. Restare in silenzio di fronte a celebrazioni per la pena di morte, città rase al suolo e voti controversi all’ONU significa voltare le spalle alla violenza, legittimarla e permettere che l’ingiustizia si radichi ancora più profondamente.
Il “Mai più” non può essere usato come slogan da uno Stato che oggi opprime un altro popolo. O è un principio valido per tutti, oppure non ha valore. Se permettiamo che venga banalizzato e usato per giustificare nuove violenze, rischiamo di tornare a un conflitto globale in cui vecchi odi e desideri di eliminazione tornano a farsi sentire. Non in nostro nome, né in nome di una memoria che voglia essere davvero umana.