Negli ultimi anni, il Mediterraneo ha riconquistato una centralità strategica che sembrava in parte sopita dopo la Guerra Fredda. La ritirata progressiva degli Stati Uniti da alcune delle sue storiche posizioni nel bacino, in particolare con la chiusura della base per sommergibili nucleari de La Maddalena in Sardegna, ha segnato una fase di transizione che oggi si rivela cruciale.
Quella base, dismessa durante l’amministrazione Biden, rappresentava un presidio fondamentale per il controllo dei “mari caldi”. La sua dismissione non solo ha ridotto la proiezione militare americana nel Mediterraneo occidentale, ma ha anche simbolizzato un ridimensionamento dell’interesse strategico USA per l’area a favore del Pacifico e dell’Asia.
Russia e Cina: le nuove presenze nel bacino
Questo arretramento ha lasciato spazio a nuovi attori. La Russia ha consolidato la sua presenza navale nel Mediterraneo orientale, soprattutto attraverso la base di Tartus in Siria, divenuta il suo principale punto di appoggio nella regione. Parallelamente, la Cina ha messo in atto una strategia meno visibile ma altrettanto incisiva, fondata su porti, logistica e infrastrutture dual-use (civili e militari).
Gibuti, dove Pechino ha stabilito la sua prima base militare all’estero, è un tassello chiave di questa espansione. Situata all’ingresso del Mar Rosso, la base consente l’accesso diretto al Mediterraneo tramite il Canale di Suez, rendendola una piattaforma operativa per proteggere le rotte commerciali cinesi e proiettare potenza a lungo raggio. La presenza cinese non si limita al Corno d’Africa: investimenti significativi in porti greci, nordafricani e balcanici mostrano l’interesse di Pechino per una presenza stabile e capillare nel bacino mediterraneo.
Italia in posizione chiave: tra Alleanza Atlantica e pressioni multipolari
In questo nuovo scenario, l’Italia si trova in una posizione strategica. Non solo per la sua collocazione geografica, ma anche per la crescente importanza politica all’interno dell’equilibrio euro-atlantico. Il rapporto tra la premier Giorgia Meloni e l’ex presidente americano Donald Trump riflette, al di là dell’affinità ideologica, una visione condivisa della necessità di rafforzare la presenza occidentale nel Mediterraneo.
Meloni ha più volte sottolineato il ruolo dell’Italia come ponte tra Nord e Sud, tra Europa e Africa, ma anche come frontiera orientale nel confronto con le strategie di Mosca e Pechino. La crescente instabilità nel Nord Africa, le rotte migratorie, il controllo energetico e il traffico marittimo fanno del Mediterraneo uno snodo critico che non può più essere trascurato.
Un mare di tensioni e opportunità
Il Mediterraneo non è più una zona secondaria nella geopolitica mondiale: è tornato ad essere un crocevia vitale dove si incrociano interessi militari, economici e culturali. La competizione tra potenze è ormai aperta, e coinvolge anche lo spazio africano, mediorientale ed europeo. In questo contesto, la presenza cinese a Gibuti e il ritiro americano da posizioni storiche come La Maddalena assumono un significato che va ben oltre il gesto simbolico.
Il futuro del Mediterraneo si giocherà sull’equilibrio tra le vecchie alleanze e le nuove sfide globali. L’Italia, più che mai, è chiamata a decidere se restare un perno dell’Alleanza Atlantica o cercare un proprio spazio di manovra tra Est e Ovest.