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Intervista a Don Francesco Maria Cerqua Rettore del Seminario Arcivescovile di Napoli Alessio Ascalesi

Il calo delle vocazioni sacerdotali è uno dei temi più discussi e, al tempo stesso, più delicati per la Chiesa contemporanea. Spesso letto come un segnale di crisi irreversibile, esso interroga in realtà questioni più ampie: il cambiamento culturale, la fragilità delle scelte definitive, la crisi della fede e il modo stesso di concepire i percorsi di formazione. In questo scenario complesso, il seminario resta un osservatorio privilegiato per comprendere chi sono oggi i giovani che si pongono la domanda vocazionale e come la Chiesa li accompagna nel discernimento. Ne abbiamo parlato con Don Francesco Maria Cerqua, rettore del Seminario Arcivescovile di Napoli, che offre uno sguardo lucido e realistico sulle sfide attuali, senza rinunciare alla fiducia nel futuro del sacerdozio e nella forza sempre giovane del Vangelo.

1) Il calo delle vocazioni è ormai un dato strutturale: a suo avviso nasce più da un cambiamento culturale profondo o mette in discussione anche il modo in cui oggi i seminari formano i futuri sacerdoti?
Rettore: Il calo delle vocazioni è certamente un dato indubbio; tuttavia, riguarda non soltanto quelle al presbiterato e nemmeno solo quelle alla vita consacrata. Fortemente in crisi è anche la vocazione al matrimonio. Questo ci lascia intuire che la problematica è più generale e strutturale e personalmente ritengo che sia legata ad un fattore culturale, che rende difficili le scelte, soprattutto quando hanno il carattere della definitività. D’altra parte, non va trascurata una crisi della fede e della consapevolezza che la vita sia un dono e un impegno. I giovani fanno fatica a pensarsi dentro “progetti definitivi” e questo genera una vera e propria “crisi vocazionale”. Certamente, poi, possono essere ripensate le forme della formazione dei seminari, ma non penso che il calo delle vocazioni sia legato a questo!

2) Quando un giovane chiede di entrare in seminario, quali fragilità personali e culturali emergono più spesso nel discernimento iniziale?
Rettore: Mi piace pensare innanzitutto alle potenzialità espresse dai giovani che chiedono di iniziare un percorso in seminario: manifestano uno slancio bello di generosità, inoltre sono generalmente sinceri e per questo capaci di fidarsi e di affidarsi. Indubbiamente presentano anche delle fragilità, soprattutto nell’aria umana, legate fondamentalmente alle situazioni familiari: appaiono molto meno strutturati e per questo si fa anche più fatica a portare i pesi degli impegni; risulta accresciuta l’insicurezza, che spesso è anche disistima di se stessi e nei propri mezzi. Infine, appaiono spesso anche vissuti passati di ferite (molte volte proprio nell’ambito familiare), per cui emerge la necessità di riconciliarsi con la propria storia, ancor prima di approfondire il discorso vocazionale.

3) In che misura il percorso seminaristico riesce a confrontare queste fragilità con la realtà concreta del ministero, evitando il rischio di una formazione troppo protettiva o idealizzata?
Rettore: Il pericolo di poter vivere il seminario e dunque il percorso formativo come una confort zone, creando spazi ovattati e protetti, è certamente sempre dietro l’angolo. Attualmente sono in atto alcune sperimentazioni pastorali che mirano proprio ad evitare questo rischio, quelle che i documenti chiamano stage pastorale-missionario-caritativo. In un anno del loro percorso, i seminaristi sono inviati a vivere stabilmente in una canonica, così da sperimentare la quotidianità della pastorale e anche la difficoltà di coniugare insieme studio, preghiera, pastorale, vita fraterna. Nel nostro Seminario, inoltre, prima di diventare diaconi ricevono l’incarico dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e durante il diaconato sono inviati in missione all’estero: anche queste esperienze li formano in maniera concreta, senza idealizzazioni o condizioni iper-protettive.

4) Alla luce degli scandali che hanno colpito la Chiesa, come si lavora oggi in seminario sulla maturità umana, sull’esercizio della autorità e sulla credibilità pubblica del sacerdote?
Rettore: Gli scandali sono certamente una ferita che sanguina e che addolora tutti e che speriamo non si ripeta mai più, in alcun caso. Innanzitutto bisogna sottolineare come anche gli uffici competenti della CEI abbiano lavorato in questa direzione, producendo pure alcuni sussidi pratici, in particolare uno dal significativo titolo: “La formazion iniziale in tempo di abusi”, che fornisce utili indicazioni pedagogiche e itinerari tematici specifici. Inoltre, oramai già da diversi anni, nel tempo della Tappa Propedeutica viene richiesto a tutti i candidati un profilo della personalità, che possa essere un aiuto per il giovane a conoscersi meglio e quindi ad individuare aree della propria crescita umana. Altro sostegno, che può aiutare soprattutto nell’esercizio della autorità, viene dal lavorare sulle dinamiche di gruppo e dall’inviare a due a due per il tirocinio pastorale, in modo che si impari a collaborare e confrontarsi, senza mai scadere in atteggiamenti di autoreferenzialità. Sicuramente bisognerà continuare ad essere vigilanti e ad insistere su questi aspetti, in sincerità bisogna però ammettere che si cerca di fare tutto il possibile per evitare tali derive.

5) La fedeltà alla tradizione è spesso percepita come distanza dal mondo contemporaneo: come si può evitare che diventi chiusura o autoreferenzialità?
Rettore: Nella lettera apostolica in occasione del sessantesimo anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis, Papa Leone ha parlato di “una fedeltà che genera futuro”. Questo ci aiuta a comprendere che, ovviamente, la tradizione non è assolutamente negativa né da rinnegare; di pari passo, tuttavia, bisogna cogliere che ogni autentica tradizione apre al futuro, desiderando offrire risposte adeguate ai tempi e alle problematiche attuali. L’attenzione alla realtà, l’ascolto del mondo e la ricerca di un sano equilibrio potranno dunque aiutare ad evitare semplici chiusure e autoreferenzialità.

6) Il linguaggio ecclesiale è ancora in grado di parlare ai giovani di oggi o richiede un ripensamento profondo già nella formazione seminaristica?
Rettore: Penso che dobbiamo partire da una verità essenziale: il Vangelo è sempre attuale ed è sempre giovane, per cui è capace di toccare sempre il cuore di ogni uomo, come
effettivamente avviene anche oggi e anche tra i giovani. Animati da questa consolante certezza potremo allora anche saperci mettere in ascolto dello Spirito, che saprà suggerirci i modi migliori, a seconda del contesto, per rendere più attuale e comprensibile l’annuncio. In fondo è quello che già san Paolo ci ha insegnato nell’annuncio all’Areopago ateniese! Da questo punto di vista bisognerà certamente continuare ad aiutare anche i seminaristi a radicarsi sempre di più nella Parola di Dio, per riconoscere l’efficacia che ha in sé; e, d’altra parte, accompagnarli a conoscere nuove metodologie di evangelizzazione e nuovi linguaggi dell’annuncio, ivi compreso un corretto e adeguato utilizzo dei social.

7) Guardando al futuro del sacerdozio, quale cambiamento ritiene più urgente e non più rimandabile nel modello formativo attuale?
Rettore: Nella Chiesa comunionale e sinodale, così come il Concilio Vaticano II ce l’ha consegnata, è fondamentale che il presbitero si educhi sempre di più alla corresponsabilità e alla partecipazione nell’annuncio e nella vita ecclesiale. Il sacerdote non può essere battitore libero né pensare di fare tutto da solo; questo presuppone l’apertura al vescovo, la comunione all’interno del presbiterio e la condivisione con i fedeli laici; tutto questo risulterà di grande aiuto anche per lui, nell’esercizio del suo ministero di pastore e guida della comunità. Ritengo pertanto questa l’urgenza maggiore anche in ambito formativo: educare alla comunione e alla corresponsabilità, che si fonda sulla comune dignità e missione battesimali. In questo senso si sta già cercando di fare molto, ad esempio con il coinvolgimento di famiglie nel cammino formativo, con l’invito di figure femminili oltre che maschili per incontri di catechesi o ritiri, con appunto l’esperienza dello stage di cui parlavamo prima, con esperienze missionarie presso realtà ecclesiali – come quelle del nord Europa – dove questo avviene già da tempo. Ancora altro si potrà certamente pensare, ma la strada appare tracciata e già percorsa!

Conclusione
Dalle parole del rettore emerge un’immagine del seminario lontana da ogni idealizzazione: un luogo chiamato a confrontarsi con le fragilità umane, con le ferite della storia personale e con le sfide di un mondo in rapido cambiamento. Al tempo stesso, però, si delinea un cammino formativo che non rinuncia all’esigente bellezza della vocazione sacerdotale, puntando sulla maturità umana, sulla corresponsabilità ecclesiale e su un radicamento profondo nella Parola di Dio. In un tempo segnato da crisi e scandali, la risposta non sembra essere la chiusura difensiva, ma una “fedeltà che genera futuro”: capace di ascolto, di comunione e di linguaggi nuovi. È su questa strada, già tracciata ma ancora da percorrere con coraggio, che si gioca la credibilità del sacerdozio di domani e la capacità della Chiesa di continuare a parlare al cuore degli uomini e delle donne di oggi.

Esposito Santolo Simone

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