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La consapevolezza di sé non sarebbe generata dalla materia. Il professor Federico Faggin è un autorevole e qualificato fisico e inventore italiano, famoso in determinati ambienti anche se non troppo noto al grande pubblico. Nato a Vicenza nel 1941, ha lavorato all’Olivetti, si è laureato in fisica all’Università di Padova e in seguito si è trasferito negli USA, in quella che diventerà la Silicon Valley. Di lui Gates disse: “Senza Federico Faggin la Silicon Valley non si chiamerebbe così e sarebbe una semplice valley”. Infatti Faggin ha rappresentato la svolta nella rivoluzione del silicio. In un’intervista ha detto che ogni innovazione che ha fatto negli Stati Uniti l’ha potuta realizzare solo grazie a ciò che aveva appreso in Italia.
Vogliamo ricordare che Faggin è l’inventore della tecnologia MOS, essenziale per costruire transistor, del primo microprocessore, indispensabile per la realizzazione dei moderni computer, degli smartphone e di altri dispositivi. Inoltre ha avuto un ruolo chiave nella rivoluzione del digitale. Ha fondato e diretto la Synaptics, un’azienda che ha sviluppato i primi touchpad e touchscreen.
Dal 2011 i suoi interessi hanno subito una svolta degna di nota. Gli studi del fisico si sono indirizzati nel campo dell’analisi scientifica riguardante la coscienza, parola che lui stesso ha detto sarebbe più opportuno tradurre con consapevolezza. L’intuizione di Faggin è rivoluzionaria in quanto lo ha portato a teorizzare la “coscienza della materia”, un’ipotesi che a prima vista potrebbe apparire assurda e che ha il sapore di una teoria filosofica. Però sappiamo che con la fisica quantistica si sono aperti orizzonti che non seguono più gli schemi dello scientismo meccanicistico cartesiano.
La teoria di Faggin arriva a concepire l’idea che la coscienza, o consapevolezza, non sarebbe generata dalla materia ma, al contrario, sarebbe la base stessa della materia in quanto preesistente. Secondo questa ipotesi la coscienza non sarebbe il prodotto del cervello, ma antecedente a esso. Sarebbe la consapevolezza di sé, del mondo esterno, della propria identità. La realtà che a noi appare solida è formata oggettivamente da una massa di onde e in queste onde vi sarebbe ciò che denominiamo coscienza.
Quello che crediamo essere materia invece sarebbe il bit, la minima parte dell’informazione, mentre la coscienza sarebbe l’esperienza non trasferibile dell’informazione, simile a un quantum di bit, il quale può essere realizzato utilizzando sistemi quantistici come elettroni, fotoni e ioni intrappolati. La materia sarebbe solo l’aspetto esteriore osservabile, mentre la coscienza è quello interiore non trasferibile.
Inoltre le particelle muterebbero natura solo se osservate, perché nell’universo la sola percezione e osservazione può trasformare quella che crediamo essere realtà immutabile. Sempre secondo questa teoria quantistica, secondo Faggin, le “Unità di coscienza” (UC) sarebbero campi quantistici interagenti. Quella che Faggin denomina coscienza non sarebbe un prodotto del cervello ma sarebbe propria dell’esistente, e questo fatto inverte la visione materialistica che concepisce tutto come frutto della materia.
L’universo sarebbe un immenso sistema di onde interconnesse, in cui ogni parte sarebbe una consapevolezza che si auto-osserva. La materia sarebbe l’espressione e la manifestazione dell’interiorità dell’universo. L’intero universo sarebbe olistico perché frutto dell’interconnessione di tutto con tutto. La coscienza, invece di essere il risultato finale di un processo evolutivo, sarebbe l’origine di ogni cosa che osserviamo, la pietra di fondamento.
La coscienza risiederebbe nei campi e non nelle particelle, e solo questi campi sarebbero dotati di un’interiorità. Dato che la realtà è composta di campi energetici in vibrazione, la scienza ritiene che quella che chiamiamo coscienza operi a livelli sottili, dove ogni informazione è interconnessa. Le particelle altro non sarebbero che le vibrazioni dei campi in quanti. I quanti sarebbero entità che permeano ogni punto dell’universo, anche quello che noi consideriamo vuoto.
Questo campo sarebbe dotato di coscienza, capace di percepire e conoscersi, perché oltre a conoscere l’esterno desidera conoscere anche se stesso. Faggin descrive la coscienza come non trasferibile, al contrario dell’informazione. Il fisico ritiene che la consapevolezza sia una proprietà della natura, un’esperienza che non può essere spiegata come un processo del cervello ma della mente, che è altra cosa. Per Faggin, la mente non è un prodotto del cervello, ma sarebbe una parte della coscienza. La mente non farebbe parte della realtà fisica.
Secondo questa teoria quantistica, la coscienza sopravviverebbe anche dopo la morte del corpo fisico perché scollegata da una sola dimensione dello spazio-tempo. La fisica quantistica avrebbe cambiato tutte le leggi della fisica classica. Secondo lo scienziato, la teoria dell’evoluzionismo di Darwin è giusta per quanto riguarda il principio evolutivo, ma errata quando giustifica il mutamento con la casualità, mutamento che non sarebbe finalizzato. Secondo le nuove prospettive sembrerebbe invece che i mutamenti sarebbero voluti dalla coscienza o dalla mente in un perenne stato di metamorfosi dell’universo.
Nel 2011 lo scienziato ha fondato la Federico and Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza. Per Faggin la consapevolezza di esistere non è data da un ragionamento ma è una percezione interna, un sentire. La consapevolezza, di conseguenza, risulta essere un sentimento.
L’intelligenza artificiale, al contrario, non ha un dentro e un fuori, perché è la coscienza che crea questa sensazione, quella che denominiamo interiorità, poiché la coscienza permette non solo di percepire un’esperienza esteriore ma di vivere anche l’altra realtà: che si tratti di un profumo o di un altro essere vivente, ogni presenza che faccia parte del mondo esteriore. Priva di consapevolezza, la macchina, anche la più perfezionata, si limita unicamente a percepire, ad avvertire ciò che è esterno, ma è incapace di viverlo. Solo la coscienza permette di “sentire”, perché la coscienza è legata al sé e percepisce anche il proprio sé interiore.
Faggin talvolta sembra avere un tratto quasi mistico, anche se sappiamo che la sua è un tipo di indagine molto diversa. Per meglio far comprendere la differenza, Faggin spiega che l’intelligenza artificiale può riprodurre solo imitazioni di comportamenti perché può essere munita di percezione ma non di coscienza. Faggin porta ad esempio i qualia, che non corrispondono alla percezione ma sarebbero molto più complessi. Consistono nell’impressione che provoca una determinata percezione nella coscienza.
Ogni individualità non si limita a percepire il mondo esterno, ma la percezione ricevuta provoca in ognuno sensazioni particolari che sono esclusivamente individuali, intime e variabili; non sono oggettive perché vissute come esperienza interiore e traduzione della realtà esterna. Purtroppo, fa notare Faggin, molte persone non sanno più definire cosa sentono nel momento presente perché, se hanno dei pensieri, non sanno più distinguere cosa ha generato quei pensieri.
La nota un po’ amara è la riflessione che gli uomini hanno imparato a ignorare il sentimento primario del pensiero, che è l’essenza, e con ciò avrebbero perduto il contatto diretto coi propri sentimenti. Talvolta l’uomo può pensare che un pensiero possa generare un sentimento e non si rende più conto che avviene esattamente il contrario. L’uomo vive alimentando sentimenti ed emozioni che si traducono simultaneamente in pensieri razionali.
Per quanto complessa e perfetta, una macchina non potrà mai riprodurre i qualia, perché questi simboli non possono essere programmabili, dato che i qualia non sono fenomeni fisici. La conclusione di Faggin sembra non essere originale, ma lo è invece l’approccio di tipo scientifico e non filosofico che il fisico ha scelto di seguire, data la sua formazione.
Sebbene ogni pensiero abbia una sua originalità, possiamo trovare però delle affinità fra le teorie del fisico e la filosofia del padre dell’idealismo tedesco, Johann Gottlieb Fichte, pur con le debite differenziazioni. Anche per il filosofo tedesco non sarebbe la materia a produrre il pensiero, che egli denomina “io” invece di “coscienza” o “sé”. La coscienza precede, secondo il pensiero di Fichte, la materia e quest’ultima non sarebbe che la creazione di questo io assoluto. Per il filosofo, tutto ciò che è esterno a questa interiorità è creato dall’io, che corrisponderebbe allo spirito.
Anche per Nietzsche esisterebbe una volontà cosmica e vitale, creatrice e insopprimibile, che pervade tutta la realtà, un impulso positivo universale in divenire. Per il filosofo di Röcken è questa volontà che regola il divenire.
Più di quattrocento anni fa, un frate domenicano calabrese, filosofo, teologo e poeta, Tommaso Campanella, illustrò la sua filosofia, influenzata a sua volta da Bernardino Telesio e dalla sua filosofia della natura caratteristica del Rinascimento. Anche per Campanella la natura sarebbe un organismo in possesso di una coscienza e non un meccanismo inerte, e sarebbe in continuo contatto con quello che definisce “spirito vitale”. Infatti per Campanella “conoscere” è sentire e ogni parte della natura sarebbe dotata di una forma di conoscenza di sé.
Il filosofo immagina una natura capace di sentire e addirittura di desiderare, anche se su vari livelli e in modi diversi. Il filosofo dà una sua interpretazione della Trinità, che sarebbe l’essenza di tutto: Potenza il Padre, Sapienza lo Spirito, Amore il Figlio.
Abbiamo ricordato questi pensatori unicamente per fare un paragone con le ultime teorie della fisica quantistica. Sembra quasi la realizzazione del sogno di Marsilio Ficino, quando immaginò un’età aurea della sapienza come ideale da restaurare e che denominava prisca philosophia, o sapienza originaria, la quale univa filosofia e spiritualità, quando la filosofia, intesa come sapienza, corrispondeva con la religione e insieme facevano lo stesso percorso.
Ad ogni modo crediamo nella sapienza del prezioso frammento di Eraclito di Efeso, detto l’Oscuro, il quale sentenzia: “La natura ama nascondersi”, esprimendo il concetto che la verità ultima non può essere accessibile ai sensi o alla ragione e ama celarsi dietro le apparenze. Solo coloro che sanno interpretare le apparenze e andare oltre possono comprendere.
Questo è dimostrato dal fatto che, anche se scopriamo che esiste qualcosa che via via denominiamo coscienza, consapevolezza, volontà, potenza, sé universale, ignoriamo ancora in cosa consista questa mente priva di materia.