In un momento carico di ansia per l’Europa, lo spettro della recessione incombe nuovamente sul continente, non come una possibilità lontana, ma come uno scenario che prende gradualmente forma nei corridoi del potere di Bruxelles e delle capitali nazionali. La nuova bozza della Commissione europea sugli aiuti di Stato – presentata in vista della prossima riunione del Consiglio UE a Cipro – rappresenta meno una rottura con il passato che un tentativo moderno di gestire una crisi già nota: lo shock energetico, ma questa volta sullo sfondo di tensioni geopolitiche più complesse in Medio Oriente.
La proposta europea amplia la portata degli interventi, consentendo ai governi di coprire fino al 50% dei costi aggiuntivi di carburante e fertilizzanti nei settori più vulnerabili, principalmente l’agricoltura, e innalzando al 70% il tetto massimo per il sostegno alle industrie ad alta intensità energetica. Tuttavia, questa flessibilità, pur nella sua ampiezza, rimane vincolata da un limite immutabile: i confini dei bilanci nazionali. Qui risiede il vero dilemma, tanto politico quanto economico.
Il Ministro per gli Affari Europei, Tommaso Foti, riassume il problema con cautela: le proposte sul tavolo vanno valutate, in particolare per quanto riguarda il coordinamento dell’offerta e l’allentamento delle norme sui sussidi. Ma va oltre, sottolineando che il cuore della crisi risiede nel costo strutturale dell’energia, non nelle misure temporanee di sussidio. Da qui la sua richiesta di una revisione di meccanismi come il sistema di scambio di quote di emissioni, che considera parte del problema, e non semplicemente un quadro normativo neutrale.
Dall’altra parte dello spettro politico, Matteo Salvini assume una posizione più esplicita, persino conflittuale. Considera l’allentamento delle norme sui sussidi statali una soluzione temporanea e chiede una revisione completa delle politiche europee, a partire dalla sospensione del Patto di Stabilità. Per lui, l’attuale shock energetico è più grave sia della pandemia che della guerra in Ucraina, e richiede una risposta eccezionale che vada oltre gli strumenti tradizionali.
Tuttavia, questo approccio si scontra con una realtà europea divisa: l’assenza di uno spazio fiscale comune implica che qualsiasi flessibilità concessa non sarà distribuita equamente e potrebbe addirittura acuire il divario tra i paesi che possono permettersi di spendere e quelli gravati dal debito. Pertanto, i sussidi si stanno trasformando da potenziale strumento di solidarietà in un’ulteriore fonte di disuguaglianza all’interno del mercato unico.
Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), operando al di fuori del continente, offre un contrappeso a questa tendenza. Il suo rapporto Fiscal Monitor traccia una linea chiara: la spesa espansiva non può continuare indefinitamente. L’avvertimento è severo: la finestra per un aggiustamento fiscale ordinato si sta chiudendo e la stabilità del debito richiede decisioni difficili, sia attraverso l’aumento delle entrate che la riduzione della spesa. In altre parole, il percorso verso la sostenibilità fiscale comporta inevitabilmente misure di austerità, anche in un momento economico delicato.
Per l’Italia, il quadro è ancora più complesso. Secondo le stime del FMI, il deficit si ridurrà gradualmente al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, dopo aver raggiunto il 3,1% nel 2025. Tuttavia, il debito pubblico continua ad aumentare, passando dal 137,1% al 138,8% del PIL. Questa discrepanza rivela i limiti delle politiche di riduzione del deficit quando non sono accompagnate da una solida crescita economica. Da qui le raccomandazioni del FMI: razionalizzare la spesa, rafforzare la conformità fiscale e collegare il risanamento di bilancio alle strategie di crescita, in particolare attraverso l’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza.
Tuttavia, questo approccio, pur apparendo coerente sulla carta, comporta un rischio evidente: l’attuazione di politiche restrittive durante una fase di rallentamento economico potrebbe soffocare l’attività reale anziché stimolarla.
Le stime della Corte dei Conti confermano questa tendenza, indicando che la crisi energetica potrebbe ridurre la crescita fino a mezzo punto percentuale nei prossimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’inflazione e il rallentamento dell’economia. Nel primo trimestre del 2026, la crescita è prevista tra lo 0,1% e lo 0,2%, cifre che riflettono un’economia sull’orlo della recessione.
In definitiva, emerge un panorama europeo paradossale: da un lato, interventi di emergenza limitati e condizionati; dall’altro, crescenti pressioni per il risanamento delle finanze pubbliche. Tra queste due strade, il margine di manovra si sta riducendo. Si tratta di un’equazione delicata che, se non gestita con attenzione, potrebbe trasformarsi in una ricetta per la recessione, uno scenario che i responsabili politici, primo fra tutti il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, stanno cercando di evitare a tutti i costi.