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Iran 2025: quando le vittime diventano arma di guerra

Una riflessione sulla contabilità delle vittime, sul ruolo dell’informazione e sull’uso politico del casus belli umanitario negli scontri iraniani del 2025.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Riguardo alla macabra contabilità sul numero delle vittime causate dagli scontri in Iran avvenuti nel dicembre del 2025, quei caduti hanno fatto molto comodo agli ambienti che ora sappiamo stavano già preparando una guerra assurda contro l’Iran. Molti organi di informazione, a tal proposito, si sono affrettati a far rimbalzare stime poco credibili perché eccessivamente divergenti, con numeri che sono stati accettati troppo superficialmente a scatola chiusa, senza la minima preoccupazione di controllare le fonti.

Troppi fatti risultano poco chiari, come l’affermazione di Trump, il quale ha confessato candidamente che gli USA avevano fornito armi a gruppi di oppositori iraniani. Poi il mondo è venuto a sapere che il 29 dicembre 2025 l’account X/Twitter ufficiale in farsi del Mossad ha pubblicato un post rivolto ai manifestanti iraniani in cui si asseriva: “Venite insieme nelle strade. È arrivato il momento. Siamo con voi. Non solo da lontano e a parole. Siamo con voi anche sul campo”. Parole inquietanti lette alla radio militare israeliana, che citava il post del Mossad.

Oggi sappiamo che erano scontri che avrebbero dovuto essere preliminari all’insurrezione che sarebbe servita a giustificare un “regime change” durante l’attacco già preventivato insieme ad Israele. Risulta che molti agenti di polizia iraniani sono rimasti uccisi da armi automatiche. Una vera battaglia fra uomini armati si sarebbe svolta, come documentato da molte riprese filmate. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha mostrato filmati per documentare la presenza di agenti armati. Molti uomini sono stati arrestati ancora con le armi in pugno.

La “Fondazione dei Martiri e dei Veterani dell’Iran”, la fonte ufficiale della Repubblica Islamica, ha dichiarato che gli scontri si sono trasformati in una vera battaglia, con agitatori infiltrati, e che le perdite sono state 3.117. Le autorità hanno sostenuto che molti caduti risultavano sia tra forze di sicurezza che tra civili, vittime di “gruppi terroristici armati”. Sembra che agenti del Mossad, in modo del tutto simile a ciò che avvenne durante il golpe di Euromaidan, abbiano aperto il fuoco sui poliziotti e anche su ignari manifestanti che si trovavano in piazza per la manifestazione di protesta di tipo economico, organizzata dai Bazar.

A qualcuno certamente occorrevano vittime da imputare al regime per giustificare l’imminente attacco. Alcune ONG si sono limitate a dire che ci sono stati dei morti perché ci sono stati degli spari. L’HRANA, Iran Human Rights, ha parlato di 3500-550 manifestanti uccisi più 70 o 80 tra forze di sicurezza. Però la fonte principale sul numero dei morti è stata “Iran International”, un canale satellitare in persiano fondato nel 2017 a Londra, una televisione di ambienti dell’opposizione alla Repubblica Islamica.

Questa fonte ha fornito stime che appaiono eccessive, citando presunte fonti ospedaliere. Loro avrebbero fornito un numero di oltre 12.000 morti, cifra che poi hanno fatto salire a 30.000 per arrivare a 36.000. Un numero che varie “dichiarazioni politiche” faranno lievitare ad un esorbitante 42.000. Le menzionate fonti mediche sono rimaste naturalmente anonime. Il divario delle cifre è enorme perché mancavano osservatori internazionali indipendenti sul terreno. Nessun organismo internazionale accredita cifre sopra i 12.000. Il bilancio più citato da ONU/ONG è nell’ordine delle centinaia, non decine di migliaia.

Facciamo notare che la televisione “Iran International” di Londra era risultata essere stata finanziata dal principe ereditario Moḥammad bin Salmān Āl Saud. In pratica, un alleato degli USA in questa guerra e ostile da sempre alla rivoluzione sciita. Il giornalista del Washington Post Khashoggi fu fatto assassinare dal principe saudita, che oggi ricopre la carica di primo ministro. Khashoggi fu fatto uccidere il 2 ottobre 2018, lo stesso giorno in cui uscì l’articolo del Guardian con la sua soffiata anonima. Khashoggi scriveva per il Washington Post, ma a proposito dei finanziamenti a Iran International aveva parlato al telefono con il giornalista del Guardian il 26 settembre 2018. In pratica veniva rivelato che la televisione londinese che si spacciava per voce libera dell’opposizione iraniana era invece una creatura saudita.

Riassumendo, su Fox News, Trump ha detto: “Gli USA hanno sostenuto i manifestanti” e “l’Iran sa che abbiamo aiutato”. In seguito ha affermato addirittura di aver “mandato molte armi tramite i curdi”, ipotizzando che forse i curdi se ne sarebbero tenute una parte. Un account ufficiale del Mossad in lingua farsi, poi ripreso dalla radio dell’esercito israeliano durante gli scontri, ebbe a lanciare il messaggio: “siamo con voi nelle strade”, facendo intuire che agenti del Mossad probabilmente stavano agendo a Teheran. L’informazione del povero Khashoggi aveva rivelato che la fonte Iran International, che dopo gli scontri aveva fornito un numero eccessivo di morti, in realtà era influenzata dal principe ereditario saudita.

Il movente per la guerra all’Iran, oltre a quello pretestuoso delle atomiche, le consuete armi di distruzione di massa, come con Saddam, doveva essere anche quello che l’Iran stava facendo strage del proprio popolo per fare scattare all’ONU il Responsibility to Protect, mozione adottata nel 2005, la norma internazionale che sancisce che, se uno Stato non protegge la propria popolazione da atrocità di massa, tale responsabilità passa alla comunità internazionale, che deve intervenire anche con mezzi coercitivi. Fu la medesima motivazione utilizzata per eliminare Gheddafi.

L’ONU nel caso Iran non ha adottato risoluzioni simili, anche perché Russia e Cina hanno contestato la narrazione occidentale. Se ci fossero state delle prove, l’ONU avrebbe legittimato l’intervento secondo l’articolo ben preciso. Questa è la ragione per cui determinati ambienti speravano in una legittimazione che non è arrivata. Avrebbe avuto lo stesso valore dell’ormai famosa provetta di Powell mostrata durante un discorso del 5 febbraio 2003 all’ONU sulle armi di distruzione di massa irachene, poi rivelatesi inesistenti. L’uso disinvolto del “casus belli umanitario” è un pattern già visto in Iraq e Libia, e sarebbe stato un parallelo.

Riguardo al pericolo della presunta arma nucleare, in base alle valutazioni pubbliche più recenti di AIEA e intelligence USA a inizio 2026, ci sono motivi tecnici e politici per cui l’Iran non sarebbe “vicino” a un’arma nucleare funzionante, anche se ha uranio arricchito: avere uranio arricchito al 60% non basta. Per fare una testata servono ben altri passaggi. Il direttore dell’AIEA ha detto alla CNN che “non ci sono dati che indichino uranio arricchito a un punto tale da avere un’arma che sia lanciabile”. Secondo le analisi, “gli attacchi israeliani a Natanz hanno eliminato tutto ciò che c’era in superficie, quindi tutta l’alimentazione elettrica, perciò sicuramente al momento le centrifughe sono ferme”.

È stato accertato che per progettare un’arma di questo tipo sono sempre necessari mesi se non anni. L’Iran non ha mai fatto un test nucleare, passaggio ritenuto necessario. Inoltre, nel marzo 2025, Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence USA, ha dichiarato al Congresso che “l’Iran non sta lavorando ad un’arma atomica”. L’AIEA a fine 2025 riteneva che “l’Iran non fosse in possesso di armi atomiche e che probabilmente non lo sarà ancora per diverso tempo”. Inoltre, dopo gli attacchi dell’anno scorso, l’Iran ha ridotto l’accesso degli ispettori AIEA. Meno controlli significano meno certezze e questo è dovuto a causa di USA e Israele.

Allora ci si domanda: perché Israele pretendeva l’annientamento della Repubblica Islamica, quando invece era lui ad essere in possesso di un arsenale nucleare?

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