Dark Mode Light Mode

Una voce da Gerusalemme rompe il silenzio

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

In un momento in cui abbondano le zone grigie e le parole si celano dietro un velo di diplomazia, Pierbattista Pizzaballa ha scelto di dire ciò che molti vedono ma non osano nominare. Come Patriarca latino di Gerusalemme, ha pronunciato un messaggio pastorale né adulatorio né evasivo, puntando il dito al cuore della tragedia in Palestina: un profondo squilibrio di potere, una realtà che non può essere mascherata da una falsa neutralità.

 

Dal cuore della Striscia di Gaza, dove scene di distruzione si susseguono sotto gli occhi di un mondo contento di limitarsi a osservare, un’altra catastrofe si sta intensificando – silenziosamente ma con meno clamore – divorando ciò che resta della terra e del popolo palestinese. Qui, il Patriarca non parla di un dolore astratto, ma di una cruda realtà: una parte che detiene il potere e le armi, l’altra che soffre sotto il loro peso.

 

Nella sua lettera, scrive con sorprendente chiarezza: «C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi ne subisce le conseguenze, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede armi e chi le minaccia, tra chi occupa e chi è occupato. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità». Queste parole, nel contesto del conflitto israelo-palestinese, sembrano una deliberata rottura con il tradizionale silenzio che spesso caratterizza il discorso religioso.

 

La lettera non si nasconde dietro il comodo vocabolario della neutralità; al contrario, ridefinisce la neutralità stessa. Per il Patriarca, neutralità non significa compromesso tra vittima e oppressore, ma piuttosto riconoscere la realtà così com’è. Da questa prospettiva, il linguaggio diventa strumento di responsabilità, non mero mezzo di pacificazione.

 

Ciò che Pierbattista Pizzaballa afferma trascende i confini della Chiesa, raggiungendo una sfera più ampia: quella dell’opinione pubblica internazionale, da tempo intrappolata tra la solidarietà verbale e l’impotenza pratica. La sua lettera pone alla comunità internazionale un dilemma etico diretto: è sufficiente provare dolore, o riconoscere la disuguaglianza tra le parti è il primo passo verso una giustizia a lungo attesa?

 

In un’epoca in cui le tragedie vengono ridotte a numeri, queste parole restituiscono il volto umano alla sofferenza e il significato perduto della giustizia.

Previous Post

Divinità egizie nel cuore di Roma

Next Post

HOSNEY ABDELATY: un ponte di pensiero e di dialogo