L’Armenia riscrive la storia del Karabakh: Pashinyan dichiara la rottura con il passato
In quella che potrebbe essere definita la sua dichiarazione più audace dalla fine della guerra con l’Azerbaigian, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha scatenato una tempesta politica e pubblica nel suo Paese, dichiarando con una chiarezza senza precedenti che “il Karabakh non è mai stato nostro”. Ha considerato quello che storicamente è stato conosciuto come il “movimento del Karabakh” un “grave errore” che ha portato l’Armenia all’isolamento e a un conflitto prolungato.
Il discorso, trasmesso dai media locali domenica sera, non è stato una semplice rivalutazione politica passeggera, ma piuttosto una dichiarazione ufficiale della fine di un’intera era della coscienza nazionale armena e dell’inizio di un doloroso tentativo di ridefinire l’identità nazionale su basi più realistiche, meno legate all’eredità emotiva del conflitto.
Pashinyan, che per anni ha dovuto affrontare accuse interne di aver “ceduto” il Nagorno-Karabakh dopo la sconfitta militare contro l’Azerbaigian, ha scelto questa volta di confrontarsi direttamente con la narrativa tradizionale su cui si è basata la politica armena per decenni. In risposta ai suoi critici, ha chiesto, con tono duro e di sfida:
“Come poteva quella terra essere nostra? Spiegatemi come poteva essere nostra?”.
Con queste parole, il Primo Ministro armeno non solo ha criticato le politiche passate, ma ha anche scosso uno dei principi più sensibili della psiche armena, in una mossa che potrebbe rimodellare il futuro delle relazioni tra Yerevan e Baku e forse aprire la strada a una tanto attesa soluzione storica nel Caucaso meridionale.
Dalla retorica di guerra alla logica di Stato
Gli osservatori ritengono che le dichiarazioni di Pashinyan riflettano un profondo cambiamento strategico all’interno della leadership armena, basato sul riconoscimento del nuovo equilibrio di potere nella regione dopo che l’Azerbaigian ha ripreso il pieno controllo del territorio. Queste dichiarazioni riflettono anche il tentativo di superare la retorica nazionalista che ha dominato la politica armena dal crollo dell’Unione Sovietica, per orientarsi verso un approccio incentrato sulla stabilità dello Stato armeno stesso, piuttosto che su progetti espansionistici o simbolici.
Ma questo cambiamento non sarà facile.
In Armenia, la questione del Karabakh rimane profondamente intrecciata con l’identità storica e la memoria collettiva, e molti la considerano una “questione esistenziale”, non semplicemente una disputa di confine. Pertanto, le dichiarazioni di Pashinyan hanno suscitato rabbia diffusa tra i nazionalisti e l’opposizione, che le hanno interpretate come una “concessione umiliante” e una “legittimazione della sconfitta”.
Una pace dolorosa o una resa politica?
Nonostante le turbolenze interne, Pashinyan sembra scommettere che l’attuale shock politico possa essere un prezzo necessario da pagare per evitare guerre future. L’uomo salito al potere con gli slogan di riforma e democrazia si trova ora ad affrontare un compito più complesso: convincere un popolo oppresso dalle sconfitte che la pace a volte inizia con il riconoscimento delle dure realtà. Mentre l’Azerbaigian continua a consolidare la sua influenza regionale con il chiaro sostegno della Turchia, Yerevan sembra entrare in una fase di riposizionamento storico che potrebbe porre fine a decenni di conflitto aperto, ma che, a sua volta, sta costringendo la società armena a un difficile confronto con se stessa e con le proprie narrazioni fondative.
Le parole di Pashinyan non sono state una semplice dichiarazione politica passeggera, ma un momento cruciale che potrebbe essere ricordato in futuro come l’inizio della fine di uno dei conflitti post-sovietici più complessi e sanguinosi.