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Ermeneutica fenomenologica dell’“Esistentivo” di Alfonso Sciara e il dramma dello Scarto

Esiste una fisiologia del sacro e, parallelamente, una fenomenologia della violenza che abita, segretamente e inconfessata, le architetture del dominio contemporaneo. Vi è un’economia dei simboli e del potere che, qualora venga disconosciuta o allontanata dall’orizzonte della Verità, finisce per trasmutare la cruda realtà della prevaricazione nel feticcio inattaccabile di un simulacro sociale: quel mysterium iniquitatis che calpesta la dignità umana in nome del progresso. L’opera scultorea di Alfonso Sciara, significativamente intitolata Esistentivo, disvela questa dinamica con la spietatezza formale di un’urgenza etica radicale. Essa si pone come una sutura che tenta di rimarginare una ferita inferta all’onestà stessa del nostro sguardo. L’opera non finge di essere un mero costrutto estetico passivo; si trasmuta, sotto i nostri occhi complici, nel teatro drammatico di una colossale lacerazione ontologica. È un vero e proprio “atto d’accusa” contro la suprema presunzione di un potere mondano che si illude di essere autosufficiente, slegato dalle proprie colpe storiche e sordo al grido dei poveri.

L’Idolo siderale, l’illusione dell’auto-salvezza e la sintassi mortuaria del dominio

Al centro dello spazio compositivo, la figura maschile si erge come l’incarnazione assoluta del dogma immanente: è l’idolo di un’umanità che tenta disperatamente di farsi Dio senza Dio, autocelebrandosi nella propria spaventosa e algida leggerezza. La sua “ascensione indifferente” sfida le leggi della gravità, richiamando la superbia di una ragione tecnocratica che sfugge all’ineffabile vertigine della complessità umana. Per far coincidere il mondo con la propria asfittica teoria del dominio, questo idolo mutila preventivamente la realtà. L’uomo ritratto da Sciara fluttua in una dimensione di “sospensione narcisistica”; la sua superficie lucida e intatta è progettata per riflettere la luce con un distacco siderale che lo immunizza radicalmente dal contagio del dolore altrui e, soprattutto, dallo scandalo salvifico della pietas e della compassione.

Il braccio già monco dell’uomo non rappresenta in alcun modo un infortunio formale. Al contrario, è la precisa, raggelante manifestazione fisica di una “amputazione spirituale”. Per innalzarsi, per fuggire dal fango del bisogno e abitare un “etere” illusorio, il soggetto compie un atto di inaudita violenza contro se stesso: deve recidere la caritas. Deve separarsi brutalmente dalla carne della vita, trasformando il proprio trionfo terreno in un fallimento morale assoluto. Rifiutando la logica del dono, l’uomo resta ancorato a un darwinismo sociale inconfessato, scambiando le brutali ragioni della prevaricazione per una falsa “trascendenza”. Egli diviene l’apoteosi di quella “cultura dello scarto” in cui l’isolamento egoistico viene scambiato per superiorità.

Il ritorno ineluttabile del Dato. La carne crocifissa e l’altare del sacrificio

Ai piedi di questo idolo innalzato dall’illusione del privilegio mondano, si consuma il dramma incandescente degli “scartati”. La figura femminile, frantumata, schiacciata e inesorabilmente fusa con il suolo, rappresenta la straziante eccedenza che il sistema tenta dogmaticamente di silenziare. Come il materialismo balbetta dinanzi all’abisso del dolore altrui o all’eroismo oblativo, tentando di disinnescarne la carica eversiva, così il potere maschile in questa scultura annienta la donna. La riduce a mero territorio di conquista, martoriandola unicamente per non doverne gestire lo sconcertante statuto di vittima.

Le membra spezzate e la drammatica assenza del capo sono la certificazione empirica di una colpa strutturale. La donna non è semplicemente a terra; diviene “l’altare del sacrificio” pagano su cui si erge l’impalcatura di un progresso cieco e disumano. È la memoria fisica della Passione reiterata nella storia, la testimonianza di tutto ciò che viene calpestato per alimentare le illusioni del dominio. La sua realtà frammentata smonta l’illusione che dal sopruso possa nascere, per inerzia, una società giusta. La violenza impressa nel metallo testimonia che non vi è alcuna salvezza, alcuna redenzione della storia, senza l’irruzione della Carità e della Misericordia, qui tragicamente assenti.

L’ermeneutica dell’ottone, la cronaca del privilegio e la nostra complicità

L’intera sintassi scultorea forgiata da Sciara attraverso la cera persa funge da potentissimo antidoto contro la cecità di chi vorrebbe normalizzare l’ingiustizia. In questo teatro di “carne metallica”, l’ottone abbandona la sua passività minerale per farsi veicolo di un severo esame di coscienza. Il chiaroscuro diviene letteralmente la “divisa del privilegio”: i riflessi dorati fungono da armatura impenetrabile per chi vola lontano dagli ultimi, mentre le implacabili ombre brune costituiscono il rifugio forzato degli oppressi.

L’opera ci scaglia addosso un’economia spietata in cui “la luce è rubata, l’oscurità è imposta”. Non vi è spazio per la contemplazione neutra; la scultura interroga apertamente la nostra complicità di osservatori. Ci costringe a domandarci quanto del nostro benessere sia in realtà sorretto dal silenzio di chi, schiacciato al suolo, non ha più né voce né volto per rialzarsi, ricordandoci il monito evangelico sulle responsabilità verso i nostri fratelli più piccoli.

Il collasso dell’idolo e la necessità della Kenosi

Dinanzi a questa titanica e lancinante ferita tramutata in scultura, il dogma del dominio crolla sotto il peso del reale. Il titolo Esistentivo scende dai vocabolari filosofici per posarsi sul crinale doloroso dove l’esistere biologico viene spezzato. Esso decreta che l’ascensione superba del potere è un “debito d’aria” calcolato sul respiro interrotto degli ultimi. Abbracciare profondamente la lucida condanna di quest’opera significa, in ultima istanza, compiere un atto di suprema igiene spirituale e morale. Significa rifiutare l’idolatria del volo solitario e riconoscere che l’esistenza umana non si eleva stritolando i fragili. La vera altezza non risiede nell’ascensione narcisistica, ma nel movimento inverso: in quella Kenosi, in quell’abbassamento e chinarsi verso il suolo per risollevare chi è caduto, che costituisce l’unico, autentico fondamento di una civiltà pienamente umana.

Nota Biografica

Alfonso Sciara vive e opera nella provincia di Agrigento, un territorio in cui la densità della memoria storica dialoga costantemente con le asprezze del paesaggio siciliano. Docente di Scienze Umane, affianca alla sua vocazione pedagogica e di indagine socio-psicologica un’intensa e personale ricerca plastica. Artista profondamente autodidatta, il suo percorso è animato da un’urgenza espressiva libera da rigidi accademismi. Sciara si dedica con viscerale passione alla scultura e, in particolar modo, all’antica e imprevedibile tecnica della ceramica Raku, attraverso la quale plasma la materia in una continua sfida tra controllo formale e abbandono agli elementi naturali. L’orizzonte creativo di Alfonso Sciara non può in alcun modo essere scisso dalla sua professione e dalla sua profonda conoscenza delle Scienze Umane. Laddove il docente scruta le dinamiche della psiche, le fragilità sociali e le tensioni dell’esistenza, lo scultore incarna questi stessi paradigmi nella terra cruda. La scelta di eleggere la ceramica Raku a suo linguaggio d’elezione non è meramente estetica, ma profondamente filosofica e teologica. Il Raku è, per sua intima natura, un’arte dello shock e della trasformazione radicale. La creta, estratta incandescente dal forno e sottoposta a una violenta riduzione di ossigeno, subisce un trauma termico che ne modifica irreversibilmente la struttura, generando riflessi metallici imprevedibili e quelle caratteristiche fessurazioni (i craquelé) che solcano lo smalto. In questo processo vi è un’assoluta specularità con la condizione umana: la materia di Sciara subisce il “battesimo del fuoco” e il trauma dell’esistenza, emergendo non come un prodotto industriale levigato e perfetto, ma come un corpo segnato, ferito, eppure capace di trattenere una luce nuova. Il suo essere autodidatta si rivela qui come un punto di forza assoluto: la sua arte è scevra da sterili manierismi e si pone come una ricerca brutale, onesta e diretta. L’opera di Sciara smette di essere semplice manufatto per divenire un vero e proprio “esistentivo plastico”, un saggio visivo che ci interroga sul limite, sulla violenza delle forze che ci foggiano e sulla misteriosa, tragica bellezza che scaturisce dalla nostra intrinseca vulnerabilità.

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