A cura di: HOSNEY ABDELATY – Studente di Giurisprudenza
In uno scenario che rivela la portata della collusione politica e legale contro il popolo palestinese, sono emerse richieste americane, rivolte a Israele, di trasferire le entrate fiscali palestinesi trattenute al cosiddetto “Piano Gaza”. Questa mossa non può essere considerata una semplice misura finanziaria o umanitaria; rappresenta piuttosto un attacco combinato al diritto internazionale e ai diritti politici ed economici del popolo palestinese.
In primo luogo, la trattenuta da parte di Israele delle entrate fiscali palestinesi costituisce una chiara violazione degli accordi firmati, in particolare del Protocollo economico di Parigi, che regola i rapporti finanziari tra le due parti. Questi fondi non sono un favore dell’occupazione; sono fondi esclusivamente palestinesi, raccolti dalle tasse dei cittadini palestinesi, e mantenerli sotto il controllo israeliano costituisce una punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale.
In secondo luogo, dirottare questi fondi verso progetti o piani imposti contro la volontà dei palestinesi costituisce un’illegittima appropriazione indebita di fondi pubblici palestinesi. Né gli Stati Uniti hanno il diritto di disporre di questi fondi, né Israele ha la legittimità di trattenerli o dirottarli secondo programmi politici che servano alla sua sicurezza e alle sue percezioni strategiche. Qualsiasi utilizzo di questi fondi senza il libero e indipendente consenso del popolo palestinese rappresenta una forma di saccheggio politico mascherato.
In terzo luogo, il cosiddetto “Piano Gaza” sembra essere parte di continui tentativi di eludere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese imponendo soluzioni economiche o amministrative come alternative a una giusta soluzione politica. Quando la sofferenza dei palestinesi viene trasformata in uno strumento per rimodellare il loro futuro contro la loro volontà nazionale, la questione diventa ben più grave di una semplice questione finanziaria; si tratta di un tentativo di seppellire l’identità politica del popolo palestinese sotto le macerie di aiuti condizionati e progetti imposti.
Il diritto internazionale non concede a nessuno Stato il diritto di confiscare i fondi di un popolo che vive sotto occupazione, né permette di riutilizzarli per creare una nuova realtà politica che serva alla potenza occupante. Ciò che sta accadendo oggi non è solo una violazione della sovranità finanziaria palestinese, ma anche una vera e propria prova del rispetto del mondo per i principi di giustizia e il diritto dei popoli alla libertà e all’indipendenza.
La Palestina non è un tesoro aperto per ricatti politici, né una terra da barattare o saccheggiare con qualsiasi pretesto. Ciò che viene sottratto ai palestinesi con la forza non legittimerà alcun progetto, perché i diritti nazionali non si perdono con un assedio, né vengono soffocati da piani elaborati lontano dai legittimi proprietari della terra.