I tragici fatti di Modena ci pongono di fronte, ancora una volta, all’abisso dell’imprevedibilità umana e alle lacerazioni del nostro tessuto sociale. Di fronte alla furia cieca di un trentunenne che travolge sette innocenti, la reazione immediata rischia di essere, come spesso accade, quella di un riflesso pavloviano: lo sgomento si fa rabbia, e la rabbia si tramuta in slogan. Eppure, se ci fermiamo a leggere con attenzione le pieghe di questa drammatica cronaca, emerge un quadro di straordinaria e dolorosa complessità, che esige un approccio analitico severo e scevro da facili populismi.
Oltre la semplificazione ideologica
Il primo elemento di rottura rispetto alla consueta narrazione divisiva arriva proprio dalle strade di Modena. A fronteggiare per primo l’aggressore non è stata una divisa, ma il coraggio civico di Luca Signorelli, affiancato da un uomo di origine egiziana e da suo figlio. In questo dettaglio, che dettaglio non è, risiede la più potente risposta alla polemica politica – esplosa immediatamente a destra – sui permessi di soggiorno. Gli “eroi civili” di questa vicenda ci ricordano che il senso civico e la difesa della comunità non hanno passaporto né etnia. Inoltre, la precisazione del Ministro dell’Interno Piantedosi – che inquadra l’evento nel perimetro del disagio psichiatrico – traccia un confine netto tra il terrorismo ideologico e la tragedia clinica. Trasformare una mente obnubilata dalla patologia in un pretesto per battaglie sull’immigrazione significa mancare il vero bersaglio del problema: la crisi della salute mentale e la presa in carico dei soggetti fragili.
La prevenzione come responsabilità collettiva
È qui che si inserisce, con profonda saggezza istituzionale, la riflessione del prefetto Lamberto Giannini. Le sue parole delineano la differenza abissale tra chi soffia sul fuoco per calcolo elettorale e chi ha il dovere di gestire la tenuta di un Paese. Rispondere all’odio con altro odio non è solo eticamente riprovevole, è – come sottolinea Giannini – strategicamente “insensato”, specie dinanzi a patologie psichiatriche. Il prefetto individua il nemico più insidioso: l’emulazione. E la ricetta per disinnescarla non è la militarizzazione del territorio, ma la ricostruzione di una “rete” di ascolto. Famiglia, scuola, istituzioni, servizi sociali, medici: se questi nodi non comunicano, la rete si strappa e gli individui precipitano nel baratro della violenza. La sicurezza, in quest’ottica, non è un atto di forza repressiva, ma un incessante lavoro di cura e intercettazione preventiva dei segnali di crollo.
Una prova di maturità
La visita del Presidente Mattarella e della Premier Meloni ai feriti ricuce, a livello simbolico, lo strappo inferto alla comunità modenese. Ma il monito che dobbiamo trarre da questa vicenda è più profondo: la vera sicurezza in una democrazia matura non si ottiene alzando muri o alimentando psicosi collettive, ma rafforzando i presidi sociali. Perché, se è vero che la cronaca nera può generare emulazione, è altrettanto vero che il coraggio, la lucidità e la solidarietà – dimostrati dai cittadini e invocati dalle istituzioni – possono e devono diventare il nostro più potente argine alla follia.