Vi è una fatale miopia che affligge gran parte dell’analisi accademica e giornalistica contemporanea: l’ostinazione a voler decifrare i destini del mondo brandendo unicamente il compasso della geopolitica quantitativa, ignorando che la mappa delle nazioni non è altro che l’epidermide di un corpo ben più profondo, innervato da vene teologiche, filosofiche ed escatologiche [1]. Lucio Caracciolo, intellettuale di rara levatura e finissimo cartografo delle miserie umane, ha il merito indiscusso di spingersi costantemente oltre il confine del mero calcolo tattico, sfiorando – e talvolta invadendo con audacia – i territori della teologia politica. La sua recente riflessione, snodatasi tra le navate intellettuali della formazione missionaria presso la Diocesi di Roma, costituisce una diagnosi spietata e lucidissima del nostro tempo, un’epoca segnata da fratture non solo territoriali, ma squisitamente antropologiche. Tuttavia, laddove l’analista laico si ferma al bordo del precipizio per misurarne la profondità topografica, il pensatore ha il dovere morale e intellettuale di gettarvi lo sguardo fino in fondo, sondandone le radici metafisiche. Questo saggio non vuole porsi come una banale confutazione, bensì come un completamento speculativo; un’operazione brutale ma storicamente necessaria di scavo ontologico, per restituire gravità a concetti che la post-modernità e il pensiero debole hanno svuotato, trasformandoli in simulacri, in gusci vuoti buoni solo per i salotti televisivi o per l’anestesia delle masse.
I. L’equivoco della pace, il mito del “Duale” e la tranquillitas ordinis
Caracciolo esordisce con un’affermazione affascinante e linguisticamente seducente: la pace non è la mera assenza del fuoco incrociato, ma risiede nel ripristino del “duale” greco, nell’accettazione dell’Altro, nel dialogo che spezza l’egocentrismo dell’Uno. È una visione nobile, di innegabile fascino umanistico, ma drammaticamente insufficiente se calata nel tritacarne della storia umana e della dottrina politica moderna. Il dialogo, assunto a feticcio della modernità liberale e istituzionalizzato nelle democrazie occidentali come dogma intoccabile [2], non possiede alcuna virtù salvifica intrinseca se privato di un ancoraggio alla Verità materiale e spirituale. Dialogare nel vuoto valoriale, in un’arena in cui non esistono più princìpi primi condivisi, significa semplicemente negoziare le condizioni della propria resa o del proprio dominio mascherato. Come ci insegna Agostino d’Ippona nella sua monumentale architettura teologica, la vera pace non è un compromesso linguistico o un armistizio momentaneo tra belve stanche, ma è la tranquillitas ordinis, la tranquillità dell’ordine [3]. Non vi può essere pace se non vi è un ordine giusto, e non vi è ordine giusto se si prescinde dal riconoscimento della natura umana ferita e decaduta. L’iper-semplificazione dell’Uno contro il Due, che Caracciolo mutua in parte dalla letteratura contemporanea, coglie il sintomo ma ne manca la radice causale: il dramma del XXI secolo non è l’assenza del Due (il prossimo), ma l’evaporazione del Terzo. È crollato il principio di Autorità Trascendente – il “Terzo” incomodo e giudicante – che rendeva il Due (io e l’altro) fratelli e non lupi l’uno per l’altro, disinnescando la violenza mimetica intrinseca alle relazioni umane [4]. Senza questo asse verticale che fonda il limite, il dialogo orizzontale si riduce a contrattualismo mercantile, a una giurisprudenza nevrotica e bizantina. È quella che Caracciolo definisce acutamente la “nevrosi della regolamentazione” dell’Unione Europea: il tentativo disperato e burocratico di normare l’ovvio – come il cedere il posto a una donna incinta – proprio perché l’ovvio, ovvero il senso comune fondato sul diritto naturale, è morto sotto i colpi del relativismo giuridico [5].
II. L’abisso americano. Dal Calvinismo tecnologico al trans-umanesimo eretico
L’indagine di Caracciolo sulla disintegrazione del tessuto sociale statunitense è chirurgica e spietata. L’America, l’autoproclamata “Città sulla Collina”, sta franando sotto il peso della sua stessa religione civile, vittima di un collasso della coesione interna che studiosi contemporanei equiparano a un’atomizzazione senza precedenti [6]. Ma qual è la natura intima di questa crisi? Non si tratta solo di una fisiologica polarizzazione politica tra élite urbane e flyover country. Siamo di fronte al fallimento di un messianismo calvinista secolarizzato che, avendo reciso ogni legame con la teologia dell’Incarnazione e con il mistero della carne, ha partorito l’individualismo assoluto e il suo gemello siamese: il nichilismo tecnologico. Quando Caracciolo cita il rischio dell’Intelligenza Artificiale (IA) e delle armi autonome, egli sfiora – forse con eccessivo pudore laico – il nucleo del problema bioetico, psicologico e teologico del nostro secolo. L’IA non è soltanto un “ecosistema informativo” alterato [7] o un moltiplicatore di forza militare; è l’eresia gnostica definitiva applicata alla materia. È il disperato tentativo dell’uomo post-moderno, terrorizzato dalla propria imperfezione, di fuggire dalla carne, dal limite e dal sudore sanguinante della decisione etica, per consegnare il proprio destino a un demiurgo infallibile di silicio [8]. La donna americana citata dal direttore di Limes, che preferisce l’ologramma virtuale “Max” alle imperfezioni di un amore umano reale, non è un pittoresco caso clinico. È l’avanguardia del nuovo Homo obsoletus, la metafora perfetta di un essere umano che prova “vergogna prometeica” di fronte alla perfezione delle proprie macchine [9]. Accettiamo la schiavitù algoritmica pur di essere sollevati dall’ansia tremenda della libertà morale e dalla fatica della solitudine [10]. E in ambito bellico, la delega dell’omicidio ai sistemi letali autonomi (LAWS) sancisce la fine della guerra intesa come istituzione umana e politica: la guerra senza fine descritta da Caracciolo diviene tale perché perde il decisore morale, affidando la vita e la morte a un calcolo probabilistico, in spregio ai fondamenti del diritto internazionale umanitario e alle Convenzioni di Ginevra [11].
III. Lo scisma d’Occidente e la teologia dell’Impero
Il passaggio forse più denso, ed eversivo, dell’analisi di Caracciolo riguarda la collisione sistemica tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America, o più specificamente, tra l’impostazione dell’attuale pontificato e le direttrici dell’Impero a trazione Trumpiana. Uno scontro che va analizzato ben oltre le intemperanze verbali della cronaca politica. Siamo dinanzi a un vero e proprio “Scisma d’Occidente”, un conflitto asimmetrico tra due universalismi costituzionalmente e teologicamente incompatibili. L’America si concepisce come potenza eccezionale, ontologicamente innocente, sciolta dalla storia europea e investita del diritto – quasi divino – di plasmare l’orbe terraqueo a propria immagine e somiglianza [12]. È un Impero che non tollera parità, né limitazioni. La Chiesa di Roma, al contrario, pur spogliata provvidenzialmente del potere temporale (e su questo concordo graniticamente con Caracciolo: la perdita dello Stato Pontificio salvò il Papato dalla sclerosi mondana), rimane l’unica “agenzia” globale capace di opporre una visione antropologica radicale, fondata sulla dottrina sociale, all’utilitarismo materialista anglosassone. Non è un caso che l’intellighenzia cattolico-statunitense e le alte sfere del potere a stelle e strisce fatichino a digerire le encicliche romane. È il riaffiorare di una faglia teologica mai sopita: quell’eresia dell'”Americanismo” già condannata profeticamente alla fine dell’Ottocento, che pretendeva di piegare l’universalità del dogma cattolico alle esigenze del pragmatismo e della democrazia liberale d’Oltreoceano [13]. Quando il Pentagono convoca il Nunzio Apostolico ricordando minacciosamente l’esilio di Avignone, non stiamo assistendo a uno sgarbo diplomatico. Stiamo osservando la moderna Lotta per le Investiture. L’Impero palesa una paura ancestrale: il terrore che il potere spirituale di Roma, condannando l’idolatria del mercato e l’immoralità della guerra per procura, possa “svuotare” dall’interno le coscienze dei soldati e dei cittadini dell’Impero. Il pacifismo esigente di Roma non è un vago irenismo utopico, è un atto di suprema insubordinazione geopolitica contro la logica del potere che pretende di esaurire l’orizzonte del reale [14].
IV. Il leviatano Mediorientale. Idolatria della mappa e il ritorno della sublime porta
Spostando lo sguardo sull’epicentro tellurico del Medio Oriente, Caracciolo svela la follia di un quadrante che ha perso ogni residua razionalità politica per mutarsi in un laboratorio di escatologia armata. L’analisi sulle dinamiche interne a Israele è inappellabile e coraggiosa. Quando un confine nazionale non è più dettato dalla convenienza politica, dagli accordi bilaterali o dal diritto internazionale [15], ma viene tracciato brandendo il Libro della Genesi in chiave letteralista ed espansionista, la geopolitica muore e nasce un ibrido mostruoso: l’idolatria del suolo [16]. L’assolutizzazione religiosa della geografia da parte dell’estremismo nazional-religioso contemporaneo è un cortocircuito teologico devastante. Trasformare la Promessa Divina in un brutale atto di possesso immobiliare, militare e demografico, giustificando la sistematica disumanizzazione dell’avversario (ridotto a mera alterità biologica sacrificabile), non è solo una palese violazione del diritto delle genti, ma un tradimento filosofico della stessa identità ebraica diasporica [17]. Una guerra in cui, per reazione a traumi esistenziali, “tutto diviene lecito”, cessa di essere la clauswitziana continuazione della politica per diventare pura distruzione nichilistica, un katechon al contrario che accelera il collasso regionale. Parallelamente, ed è questo l’avvertimento più acuto di Caracciolo, l’ombra lunga della Turchia neo-ottomana si distende inesorabile sul nostro mare. Mentre l’Occidente si consuma in esangui dibattiti sui diritti fluidi e sulle culture warsd’importazione americana, Ankara ricostruisce con pazienza ingegneristica un impero tellurico e marittimo, mosso da una chiarezza d’intenti spietata, teorizzata decenni or sono [18]. L’Islam politico turco, purgato dalle sue declinazioni più ingenue e unito a una spregiudicata proiezione di potenza logistico-militare (dalla Libia alla Somalia, dal Caucaso ai Balcani), sta de facto trasformando il Mediterraneo in un “lago turco”.
V. Il mare nostrum, la Sicilia e lo scudo dello “Scetticismo Romano”
In questo quadro di desolazione istituzionale e di riarmo imperiale, quale ruolo spetta all’Italia, e più in generale all’Europa mediterranea, a questa terra complessa, stratificata e apparentemente rassegnata al proprio declino demografico e strategico [19]? Caracciolo individua nello “scetticismo” italiano – ben incarnato dalla disincantata ironia della poesia romanesca di Trilussa – un possibile scudo immunitario contro l’idolatria tecnocratica e il fanatismo ideologico dei nuovi imperi. Vi è una profonda, dolente verità in questa osservazione. Il tanto vituperato cinismo italiano, che la storiografia classica ha spesso bollato come chiusura nel proprio particulare [20], è in realtà, se mondato dalla sua deriva qualunquista, un profondo e radicato realismo antropologico di matrice cattolica. È la consapevolezza viscerale, scritta nella pietra chiara dei nostri borghi, nella complessa architettura statuaria siciliana di cui StuporArt si fa custode, e nella carne stessa della nostra storia millenaria, che i grandi sistemi ideologici transeunti passano, crollano sotto il peso della loro stessa superbia, ma la miseria, la fragilità e la grandezza dell’uomo restano inalterate. Noi italiani possediamo, quasi per osmosi genetica e sedimentazione storica, l’infrastruttura culturale necessaria per respingere il managerialismo alienante, l’omologazione del politicamente corretto d’oltreoceano e le lusinghe del transumanesimo. Lo possediamo proprio perché viviamo, operiamo e respiriamo all’ombra fisica e morale di Roma e delle cattedrali del Sud: una sintesi insuperata tra il rigore del Diritto Romano, la ricerca di senso della Filosofia Greca e la centralità della Persona propugnata dalla Rivelazione Cristiana. In questo scacchiere, un’isola come la Sicilia non è l’estrema periferia di un impero in disarmo, ma il cuore gravitazionale di un Mediterraneo che tornerà a dettare la grammatica della storia. Dobbiamo rifuggire la tentazione dell’isolamento.
L’etica del volto
Il giornalismo d’inchiesta, il saggio storico e l’analisi geopolitica, per non ridursi a sterile onanismo accademico, devono necessariamente sfociare nell’imperativo etico. Lucio Caracciolo ci ammonisce con gravità pastorale: non siamo condannati a un destino inclinato, a un ineluttabile piano di scivolamento verso l’abisso. La guerra permanente, la fine del dialogo e la disumanizzazione algoritmica non sono dogmi ineluttabili, ma esiti di precise – e revocabili – scelte umane. La pace, in conclusione, non è un salotto ben educato in cui si smussa la Verità per garantire il quieto vivere delle borse e dei mercati. La pace è un’architettura severa, dolorosa, che richiede coraggio, assunzione di responsabilità e un’onestà intellettuale radicale. Esige il rifiuto netto delle narrazioni pre-confezionate e delle propagande belliche travestite da esportazione di civiltà. Significa compiere quell’operazione brutale evocata in apertura: strappare il velo delle giustificazioni ideologiche per guardare in faccia la dura realtà dei rapporti di forza, sottomettendoli però all’imperativo morale, senza mai smarrire il senso del limite costitutivo della condizione umana. Oggi, opporsi all’appiattimento del mondo, difendere la sacralità del “volto” e della “voce” umana contro le alterazioni dei deepfake e la normazione delle Intelligenze Artificiali, non è un vezzo luddista o una battaglia di retroguardia per passatisti impenitenti. È, al contrario, l’atto intellettuale e politico più eversivo e rivoluzionario che si possa concepire. Rifacendomi all’insegnamento fenomenologico sull’irriducibilità dell’Altro incarnato nel suo sguardo, è lì che risiede la vera frontiera della resistenza. L’alternativa che abbiamo dinanzi non è, banalmente, tra la vittoria geopolitica di un blocco e la sconfitta di un altro; l’alternativa finale è tra il restare uomini vivi nella carne sanguinante della Storia, consapevoli del nostro dolore e della nostra redenzione, o lo scivolare placidamente, con un sorriso ebete da schiavi volontari, nell’abisso di un mondo artificiale in cui avremo garantito la nostra mera sopravvivenza biologica, sacrificando per sempre e irrimediabilmente la nostra Anima.
NOTE E RIFERIMENTI
[1] Sulla critica all’esclusività del metodo geopolitico materiale, cfr. Lacoste Y., La géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre, Maspero, Parigi 1976. L’autore introduce la necessità di analizzare le rappresentazioni culturali e spirituali dietro i conflitti spaziali. [2] Per la critica al concetto di “agire comunicativo” slegato dall’ontologia, si veda la decostruzione del pensiero di Habermas J. in Theorie des kommunikativen Handelns (Suhrkamp, 1981), ove il dialogo diventa fine e non mezzo verso la verità. [3] Agostino d’Ippona, De Civitate Dei (La Città di Dio), Libro XIX, cap. 13. Agostino definisce la pace universale come “tranquillitas ordinis”, l’ordine in cui tutte le cose sono disposte secondo la loro natura in relazione a Dio. [4] Sul concetto di violenza mimetica e l’assenza del “Terzo” giudicante, si rimanda agli studi antropologici di Girard R., Le Bouc émissaire (Il capro espiatorio), Grasset, 1982. [5] In ambito di sociologia del diritto, la proliferazione normativa come sintomo del crollo del senso comune è analizzata da Supiot A., Homo juridicus. Saggio sulla funzione antropologica del diritto, Bruno Mondadori, 2006. [6] Putnam R. D., Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, 2000. L’opera documenta il crollo del capitale sociale, delle reti comunitarie e civiche negli Stati Uniti. [7] Floridi L., La Quarta Rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2017. L’autore introduce il concetto di Infosfera e la ridefinizione algoritmica dell’identità umana (inforg). [8] Per le implicazioni etiche del transumanesimo e della superintelligenza, cfr. Bostrom N., Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies, Oxford University Press, 2014. [9] Anders G., L’uomo è antiquato. Vol. 1: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri. Anders teorizza il senso di inferiorità (“vergogna prometeica”) dell’uomo verso le macchine perfette da lui create. [10] Turkle S., Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, Basic Books, 2011. Analisi psichiatrica dell’illusione di compagnia generata dalle AI relazionali. [11] Sulle LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems) e la crisi del Diritto Internazionale Umanitario (Protocollo I di Ginevra del 1977, art. 36), si veda Scharre P., Army of None: Autonomous Weapons and the Future of War, W. W. Norton & Company, 2018. [12] Mearsheimer J. J., The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, 2018. L’autore analizza i fallimenti dell’egemonia liberale americana e la sua pretesa universalistica. [13] Papa Leone XIII, Lettera Apostolica Testem Benevolentiae Nostrae (22 gennaio 1899), indirizzata al Cardinale Gibbons, in cui la Santa Sede condanna le derive dottrinali e pragmatiche del cattolicesimo statunitense (l’eresia dell'”Americanismo”). [14] Peterson E., Der Monotheismus als politisches Problem (Il monoteismo come problema politico), 1935. Peterson dimostra teologicamente l’impossibilità di fondare un impero politico terreno sulla dottrina trinitaria cristiana, confutando Carl Schmitt. [15] Riferimento giuridico: Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1967) relativa all’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra nel contesto mediorientale. [16] Walzer M., Exodus and Revolution, Basic Books, 1985. Uno studio ermeneutico su come il testo dell’Esodo sia stato interpretato e storicizzato per giustificare movimenti politici e nazionalismi territoriali moderni. [17] Masalha N., The Bible and Zionism: Invented Traditions, Archaeology and Post-Colonialism in Palestine-Israel, Zed Books, 2007. Un’indagine critica sull’uso dei testi biblici per legittimare l’espansionismo demografico e militare nel Levante. [18] Davutoğlu A., Stratejik Derinlik: Türkiye’nin Uluslararası Konumu (Profondità Strategica: La posizione internazionale della Turchia), Küre Yayınları, 2001. Testo fondativo della dottrina geopolitica neo-ottomana contemporanea. [19] World Bank / UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione). Rapporti periodici sulle proiezioni demografiche asimmetriche nel bacino del Mediterraneo (inverno demografico europeo contro espansione anagrafica nordafricana). [20] Guicciardini F., Ricordi, 1512-1530. L’autore teorizza il concetto di “particulare”, inteso non solo come egoismo, ma come lucido e disincantato realismo politico di fronte alla mutevolezza delle sorti umane, cifra dello scetticismo peninsulare. [21] Levinas E., Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité (Totalità e Infinito), Martinus Nijhoff, 1961. L’opera pone l’etica come filosofia prima, fondandola sull’epifania insopprimibile e sacra del “Volto” dell’Altro che impone il “non uccidere”, in opposizione alla totalità violenta della storia e, oggi, della simulazione artificiale. (Nota aggiuntiva esplicativa per l’Etica del Volto citata in conclusione).
