Se c’è una cosa che la millenaria storia della nostra penisola ci ha insegnato, è che noi italiani amiamo il dramma, adoriamo la fazione, veneriamo il campanile e, soprattutto, viviamo per lo scontro ideologico totale. Siamo il popolo dei Guelfi contro i Ghibellini, dei Montecchi contro i Capuleti, di Peppone contro Don Camillo, di Coppi contro Bartali. Oggi, scorrendo i feed dei social o accendendo i talk show in prima serata, questa eterna commedia dell’arte ha due nuove primedonne, due finte antagoniste perfette per il palcoscenico contemporaneo: Giorgia Meloni ed Elly Schlein. L’Italia non concepisce la politica senza la curva sud, senza l’ordalia, senza il sangue virtuale versato sull’altare della “visione del mondo inconciliabile”. Eppure, se si ha la pazienza di spegnere la televisione e farsi una passeggiata nei corridoi di Montecitorio durante le votazioni che contano davvero, si scopre una verità tanto esilarante quanto grottesca: il nostro è un Paese che finge la guerra civile in piazza per poi votare all’unanimità nel segreto, o palesemente, delle aule parlamentari.
Osservando la diarchia mediatica tra la Presidente del Consiglio e la leader dell’Opposizione, sembra di assistere allo scontro finale tra due universi paralleli. Da una parte c’è Giorgia Meloni, la leonessa della Destra, che nei suoi comizi infuocati accusa i banchi avversi di essere un ricettacolo di anime belle, di disfattisti, di pericolosi pacifisti da salotto pronti ad arrendersi al primo dittatore di passaggio pur di non turbare l’aperitivo in centro. Una Sinistra, tuona la premier, affetta da una cronica mancanza di realismo e di spina dorsale, incapace di difendere la Nazione e i sacri confini dell’Occidente. Dall’altra parte, Elly Schlein non è da meno nell’arte del melodramma barricadero. Punta il dito tremante di sdegno contro Palazzo Chigi, accusando la Destra meloniana di essere una congrega di guerrafondai incalliti, di cinici burattini insensibili ai drammi umanitari, pronti a gettare il mondo nell’abisso pur di compiacere la lobby delle armi o per assecondare vecchie nostalgie imperialiste. Il palcoscenico è perfetto. Le due leader si scontrano a colpi di dichiarazioni al vetriolo, le piazze vengono mobilitate, i giornali di fazione stampano titoloni cubitali che gridano al tradimento o alla fine imminente della democrazia. Il cittadino comune, bombardato da questo fuoco incrociato, si convince di trovarsi di fronte a un bivio storico: scegliere tra Giorgia, l’elmetto atlantista a difesa della patria, ed Elly, la sciarpa arcobaleno a difesa degli oppressi. Sembra di stare a Firenze nel Duecento.
Poi, però, sorge il sole. È un tranquillo martedì mattina romano, l’aria è tiepida e i commessi parlamentari aprono le aule. Sul tavolo c’è da votare l’approvazione dell’ennesimo decreto per l’invio di armamenti in Ucraina, o il rifinanziamento delle missioni militari nel Mar Rosso, o ancora l’allineamento strategico del Paese di fronte alla crisi mediorientale. E qui, signore e signori, accade il miracolo istituzionale che svela il trucco delle nostre due formidabili illusioniste. Le truppe parlamentari di Meloni e Schlein, quelle che si scambiavano insulti sanguinosi fino a poche ore prima, si trasformano in un mansueto e coordinatissimo coro polifonico. Le dita di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico si muovono all’unisono verso i banchi elettronici. Si abbassano mollemente e premono, con una sincronia che farebbe invidia alla nazionale di nuoto sincronizzato, lo stesso identico, inequivocabile, lucente bottone verde.
La realtà fattuale è impietosa: sulle grandi questioni geopolitiche internazionali, il Parlamento italiano vota con una compattezza granitica. La divisione tra la Destra bellicista e la Sinistra pacifista si dissolve come neve al sole. Le differenze ideologiche vengono sacrificate sull’altare della “ragion di Stato”. Certo, il teatrino richiede che vengano fatte le dovute premesse. I fedelissimi di Schlein prendono la parola per dichiarare che “il nostro gruppo parlamentare voterà sì, ma con la morte nel cuore, invocando un cessate il fuoco e una vigorosa spinta diplomatica”. I fedelissimi di Meloni votano a favore “per difendere strenuamente la libertà contro le autocrazie”. Il risultato, matematico e inoppugnabile, è che la mozione passa. Sempre. E passa con i voti di chi, fino a ieri, si dichiarava geneticamente incompatibile con l’altro schieramento.
Ecco perché alcune di queste votazioni unanimi risultano oggettivamente contraddittorie con i principi storici e ideologici di entrambe le fazioni:
1. L’invio continuo di armi all’Ucraina
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La contraddizione per la Sinistra (Schlein): Il pacifismo è un pilastro del centrosinistra europeo. Votare per l’invio sistematico di armamenti pesanti stride oggettivamente con il ripudio della guerra (Articolo 11 della Costituzione), con la priorità data storicamente alla diplomazia e con la tradizionale diffidenza verso il complesso militare-industriale e la lobby delle armi.
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La contraddizione per la Destra (Meloni): Il principio cardine della destra meloniana è il sovranismo e il “Prima gli italiani”. Inviare miliardi di euro in equipaggiamenti militari all’estero, in un momento in cui il Paese affronta crisi economiche, inflazione e difficoltà interne, contraddice l’idea di trattenere e usare le risorse della Nazione esclusivamente per l’interesse nazionale e la sicurezza dei propri confini diretti.
2. L’aumento della spesa militare al 2% del PIL (Diktat NATO)
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La contraddizione per la Sinistra: Il principio fondante del PD e della sinistra è la difesa del Welfare State (lo Stato sociale). In un Paese dove la sanità pubblica è al collasso, i salari sono fermi e la scuola richiede fondi disperatamente, votare per sottrarre risorse al bilancio civile per destinarle all’acquisto di caccia F-35 o carri armati è l’esatto opposto della logica redistributiva e sociale progressista.
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La contraddizione per la Destra: La destra fa dell’indipendenza e dell’autonomia decisionale la sua bandiera (contro l’Europa e contro i poteri forti). Tuttavia, piegare il bilancio statale italiano per obbedire a una richiesta formale di un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti (la NATO) rappresenta una gigantesca cessione di sovranità. È l’accettazione di un “vincolo esterno” che decide come l’Italia debba spendere le proprie tasse.
3. Le missioni navali nel Mar Rosso (Operazione Aspides)
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La contraddizione per la Sinistra: L’operazione serve a proteggere i mercantili dalle milizie Houthi. Inviare navi da guerra in Medio Oriente per difendere le rotte del commercio globale, il traffico marittimo delle multinazionali e il libero mercato delle merci è difficilmente conciliabile con l’anima anti-capitalista, ambientalista e critica della globalizzazione che alberga nel centrosinistra.
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La contraddizione per la Destra: La narrazione della destra si basa sulla “difesa dei sacri confini della Patria” (spesso identificata con la lotta all’immigrazione clandestina e alle ONG nel Mediterraneo). Spiegare a un elettore nazionalista che la Marina Militare viene impiegata a migliaia di chilometri di distanza per proteggere portacontainer asiatici o nordeuropei, crea una profonda asimmetria logica rispetto all’idea di una Difesa concentrata esclusivamente sul territorio italiano.
4. L’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia
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La contraddizione per la Sinistra: Il centrosinistra predica il multilateralismo, il ruolo centrale dell’ONU e il disarmo. Votare per espandere ulteriormente l’alleanza atlantica significa ratificare la divisione del mondo in blocchi armati contrapposti e militarizzati, allontanando l’idea di un’Europa costruttrice di pace e mediatrice.
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La contraddizione per la Destra: Espandere la NATO significa estendere l’Articolo 5 (l’obbligo di difesa reciproca in caso di attacco). Per un partito sovranista, questo significa legare mani e piedi i soldati italiani ai destini e ai confini di Paesi remoti (come la Finlandia). Se scoppia una crisi ai confini russi, l’Italia deve intervenire: è la fine dell’autonomia decisionale del Parlamento italiano sulla guerra.
Il risultato di queste contraddizioni
Ciò che accade in Parlamento è il trionfo della Realpolitik sull’ideologia. Quando sono al governo, o quando devono dimostrare di essere “partiti di sistema” per poter governare, sia Destra che Sinistra mettono da parte il loro DNA politico. Il risultato è una forte dissonanza cognitiva per gli elettori: chi vota a sinistra per la pace si ritrova a finanziare i carri armati, e chi vota a destra per la sovranità si ritrova a prendere ordini da Bruxelles o da Washington.
Ma perché Giorgia ed Elly recitano questa parte? C’è una spiegazione pragmatica, fredda e ineludibile: l’Italia non è un impero sovrano, ma una nazione profondamente incardinata in un sistema di ferree alleanze internazionali, prima fra tutte la NATO e l’Unione Europea.
Meloni, varcando la soglia di Palazzo Chigi, ha dovuto riporre nel cassetto i vecchi megafoni sovranisti per indossare il tailleur rassicurante dell’affidabilità atlantica. Schlein, che a Palazzo Chigi aspira ad arrivarci, sa perfettamente che il “Vincolo Esterno” non si tocca: sui grandi conflitti mondiali, i margini di manovra concessi alla politica nazionale sono ridotti a zero. Rompere quelle alleanze non è un’opzione contemplata. Chiunque ci provi, viene espulso fuori dal recinto della credibilità internazionale.
Ed è qui che l’ironia tocca le sue vette più sublimi. Proprio perché sanno di avere le mani legate sulle decisioni di vita o di morte dell’ordine globale, Meloni e Schlein devono esasperare i toni su tutto il resto. Devono fingere di essere nemiche giurate sulle minuzie. Devono urlare al fascismo di ritorno o al comunismo strisciante per una dichiarazione mezza sbianchettata, o strapparsi le vesti per una polemica sul Festival di Sanremo. Devono mantenere vivo il circo mediatico, alimentando il fuoco della fazione affinché l’elettore non si accorga che, quando si apre il sipario della grande Storia con la “S” maiuscola, il copione (scritto a Washington e a Bruxelles) è lo stesso per entrambe, e a loro non resta che recitarlo disciplinatamente.
Ecco perché viene da sorridere quando si evocano i fantasmi delle grandi passioni politiche del passato. I Ghibellini di una volta si facevano esiliare, ci lasciavano la pelle pur di non piegarsi alla fazione opposta. Le finte antagoniste di oggi si sfidano all’ultimo sangue a Porta a Porta o su TikTok, accusandosi di essere l’incarnazione del male assoluto, e poi la mattina dopo, puntuali come impiegati del catasto, allineano i loro partiti per votare l’esatto medesimo provvedimento estero. E magari, alla buvette, si incrociano pure, consapevoli che il grande spettacolo della politica italiana, infondo, ha bisogno di entrambe per continuare ad andare in scena.
