Dark Mode Light Mode

L’Eretico e il dogma. La diaspora Cattolico-Democratica, la sindrome del muro e il ritorno al Centro Riformista

Premessa. Il Caso Picierno, il muro di gomma e il costo umano della politica

Oggi ho commentato sul profilo Instagram la riflessione di Enrico Borghi sui tormenti politici di Pina Picierno, spiegando come non costituiscono una semplice nota a margine della cronaca parlamentare o un banale gossip di palazzo. Rappresentano, al contrario, la fotografia spietata e lucida di una faglia strutturale e psicologica che sta squassando l’interno del Partito Democratico. Il disagio umano e politico descritto—cristallizzato in espressioni cariche di amarezza come “si trova di fronte a un muro”, “la reazione più comoda e dolorosa è la scomunica”, e “tacciati come traditori”—cattura perfettamente il cortocircuito di una forza politica nata con la pretesa di essere a “vocazione maggioritaria” e intrinsecamente plurale, ma che si sta inesorabilmente accartocciando su se stessa in una difesa identitaria. Per comprendere questa diaspora non si può prescindere dal fattore umano. Abbandonare la propria “casa” politica, specie per chi proviene dalla solida tradizione del cattolicesimo democratico o del riformismo moderato, è un atto di profonda lacerazione. Come sottolinea Borghi, le scelte compiute nel tempo da figure come Pietro Bartolo, Marianna Madia o Anna Maria Furlan non sono capricci di posizionamento, ma la presa d’atto di una mutazione genetica del partito. Questa riflessione saggistica ci porta dritti al cuore di un fenomeno politico in pieno svolgimento: il progressivo e inesorabile allontanamento dell’ala cattolico-democratica e moderata dal PD e il suo ricollocamento verso l’area centrista, riformista e liberal-democratica presidiata da Matteo Renzi.

Il paradosso del PD. Inclusivo all’esterno, inquisitorio all’interno

Esiste una profonda e dolorosa ipocrisia istituzionale che molti ex dirigenti, militanti ed elettori stanno denunciando a mezza voce, e che ora sta esplodendo pubblicamente. All’esterno, il Partito Democratico si erge instancabilmente a paladino della democrazia, dell’inclusione, della tolleranza e dei diritti civili, promuovendo una narrazione aperta e plurale. All’interno, tuttavia, le dinamiche di gestione del dissenso ricordano da vicino quelle di veri e propri plotoni di esecuzione sacerdotale. Non c’è più spazio per la dialettica costruttiva, per la sintesi tra culture politiche diverse che aveva animato il progetto originario del Lingotto. C’è solo l’ortodossia di una nuova linea politica spostata fortemente a sinistra, che guarda con sospetto chiunque non si allinei al millimetro. Chi esprime un dissenso rispetto a “determinati diktat” (spesso imprevedibili o del tutto inesistenti solo un lustro fa) non viene mai ascoltato nel merito del suo disagio politico. Subisce, invece, una vera e propria “scomunica” in senso quasi religioso. Il dissidente non è più visto come un compagno di strada che è portatore di una sensibilità diversa—magari più attenta alle dinamiche dell’impresa, al realismo geopolitico o alla sussidiarietà, alla volontà di tentare un dialogo minimo con gli avversari (almeno sul principi fondamentali) —ma viene immediatamente etichettato come un eretico da espellere, un “traditore” della causa suprema. Questo clima asfissiante punisce il pensiero critico e decreta, nei fatti, la fine di quella “fusione fredda” tra ex-margheritini (l’anima cattolico-democratica, popolare e centrista) ed ex-diessini (l’anima post-comunista e socialdemocratica) che era la ragion d’essere del PD. Il compromesso storico è saltato. La Quercia, come ricorda Borghi citando un modello obsoleto, ha deciso di tagliare i suoi bonsai, preferendo la purezza ideologica di una sinistra radicale alla complessità di un partito di governo interclassista.

Le ragioni dell’Esodo. Le risposte nella proposta politica di Matteo Renzi

Perché, dunque, pezzi sempre più consistenti di questo mondo stanno guardando, o addirittura ritornando, verso Matteo Renzi? Le risposte non si esauriscono solo nella reazione al malessere interno al PD. Si trovano soprattutto nell’offerta politica, pragmatica e concreta, che Renzi continua a mettere in campo. L’intervento del Senatore al Festival dell’Economia di Trento fornisce un vero e proprio manifesto programmatico del perché il centro riformista risulta così attrattivo per i moderati in fuga.

  • La garanzia riformista contro il massimalismo del “Campo Largo” Renzi è stato chirurgico nella sua analisi matematica e politica: un “campo largo” inteso come un’alleanza strutturale tra PD, Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra di Fratoianni non solo fatica a superare la soglia del 40%, ma è intrinsecamente perdente perché spaventa il ceto medio e il Paese produttivo. Ha citato i fallimenti elettorali in Liguria come prova empirica. Per un cattolico-democratico, storicamente abituato a coniugare solidarietà e sviluppo, l’abbraccio del PD ai populismi giustizialisti (quelli che gridano ai complotti o propongono decrescite felici) è indigeribile. Renzi offre a questi fuoriusciti uno spazio che funge da “garanzia” per il mondo dell’impresa e del lavoro, assicurando che l’alternativa alla destra non debba per forza tradursi in un incubo massimalista.
  • Il rifiuto dell’ideologia fiscale e la difesa della crescita Durante il Festival, Renzi ha smontato pezzo per pezzo la retorica della patrimoniale, tanto cara alla nuova sinistra. Ha spiegato con estremo pragmatismo (citando l’esempio delle fughe di capitali da New York alla Florida) che “in un mondo globale se fai la patrimoniale i ricchi se ne vanno, e tu non perdi soltanto qualche soldo in più […] ti perdi tutto il gettito”. Al contrario, ha rivendicato i successi del suo governo: l’abbassamento dell’IRAP, l’eliminazione del costo del lavoro per i neoassunti, Industria 4.0, il Jobs Act. Per la cultura cattolico-democratica, la dottrina sociale non si è mai tradotta in uno statalismo punitivo o in un accanimento fiscale, ma si basa sul principio di sussidiarietà: lo Stato deve sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro, non ostacolarlo. Sentire una leadership che rivendica l’abbassamento delle tasse da posizioni di centro-sinistra è ossigeno puro per chi si sente soffocare dalle proposte di nuove imposte.
  • Oltre gli slogan sul salario minimo Mentre il PD concentra la sua narrazione quasi esclusivamente sul salario minimo (che Renzi non rifiuta, ma condiziona a non gravare sui contribuenti), l’approccio centrista guarda alla radice del problema. Renzi ha presentato la Start Tax: una proposta concreta per detassare (tramite esenzioni IRPEF o flat tax giovanili) l’ingresso nel mondo del lavoro per gli under 35. L’argomentazione è inoppugnabile: lo Stato investe fino a 225.000 euro per formare un giovane dall’asilo all’università, per poi regalarlo alla Svizzera o alla Francia perché lì gli stipendi sono tre volte più alti. Affrontare il divario generazionale abbattendo il cuneo fiscale per i giovani è una politica attiva del lavoro che fa breccia tra gli amministratori e i tecnici, in netta contrapposizione alle battaglie puramente simboliche.
  • Una visione europea strategica, non puramente ideologica La cultura cattolico-democratica è, per DNA, profondamente europeista (basti pensare all’eredità di De Gasperi). Tuttavia, è un europeismo costruttore, non un cieco accodamento a dogmi burocratici. Al Festival, Renzi ha delineato una politica estera e industriale europea di ampio respiro: ha criticato l’uso sconsiderato del Golden Power da parte del governo Meloni (il caso Unicredit) a difesa di gretti interessi nazionalisti, ma ha anche attaccato l’ideologia del Green Deal europeo quando questa distrugge la manifattura senza vere alternative. Ha proposto di investire enormi risorse non in burocrazia, ma nei settori del futuro: Quantum Computing, economia della longevità (la longevity economy per una popolazione che invecchia) e l’industria della cultura. È una visione di sviluppo e di proiezione internazionale che manca drammaticamente in un PD sempre più assorbito da beghe correntizie e inseguimenti demagogici.
  • Il senso della leadership e l’assunzione di responsabilità C’è un ultimo, fondamentale tratto psicologico. Messo di fronte al paragone tra la sconfitta del suo Referendum Costituzionale e quello perso recentemente da Giorgia Meloni (o alle continue ambiguità della dirigenza dem), Renzi ha rivendicato il significato della parola leadership. “Ho avuto il coraggio di dire ho perso e mi sono dimesso… sono ripartito da zero”. Questo atteggiamento, che rifiuta lo scaricabarile e ci “mette la faccia”, attira chi proviene da una cultura politica che fa della responsabilità personale un valore etico e pubblico imprescindibile.

La paura di un Centro Riformista. Il cortocircuito del bipolarismo

Di fronte a questa emorragia di talenti, amministratori locali ed esponenti nazionali, la reazione rabbiosa del PD (la “gogna interna” citata nell’articolo sulle dimissioni della Picierno) tradisce un sentimento profondo e inconfessabile: la paura. Il Partito Democratico e il sistema politico bipolare italiano in generale hanno il terrore di un centro riformista solido, aggregante e intellettualmente autonomo per due ragioni fondamentali:

  • In primo luogo, un centro forte smaschera l’illusione ottica che l’unica alternativa possibile alla destra nazional-sovranista di Giorgia Meloni e Matteo Salvini debba necessariamente essere una sinistra radicale, pauperista e populista. Dimostra che esiste un’altra via, fatta di competenza, riforme strutturali, garanzie per il mercato e solida ancoraggio atlantico.
  • In secondo luogo, la costruzione di questa “casa” (come la definisce Borghi) per liberali, cattolici e socialisti riformisti rompe il ricatto eterno del “voto utile”. Da anni il PD si alimenta non tanto della bontà delle proprie proposte, quanto della paura dell’avversario. “Votateci, o vinceranno i fascisti” è stato il leitmotiv delle ultime campagne elettorali. Se uno spazio di rappresentanza alternativo—non incastrato in uno “schema binario ideologico”—riesce a strutturarsi, il PD teme di veder dimostrato matematicamente e politicamente il proprio fallimento: l’aver abdicato al ruolo di architrave e baricentro del Paese, per ridursi a fare la ruota di scorta del Movimento 5 Stelle.
  • In conclusione, la solidarietà umana e politica espressa nei confronti di chi oggi subisce il clima da Santa Inquisizione all’interno del Partito Democratico è il preludio a una più vasta ricomposizione del quadro politico italiano. Chi se ne va non sta tradendo un ideale; sta semplicemente prendendo atto che la “casa” riformista, europeista e plurale in cui aveva creduto ha cambiato i lucchetti, affidando le chiavi ai sacerdoti di un nuovo, intollerante conformismo. Il ritorno a uno spazio politico di centro non è, dunque, un salto nel vuoto, ma la naturale ricerca di ossigeno per chi crede ancora che la politica debba trasformare la realtà, anziché limitarsi a scomunicare chi non si adegua.
Previous Post

Generazione in vetrina. Perché stiamo smettendo di scrollare le vite degli altri (Perché le PERSONE INTELLIGENTI si stanno ALLONTANANDO DAI SOCIAL)

Next Post

L’era della Post-Generative AI: oltre il testo, verso una creatività autonoma