Ci sono ferite che lacerano la carne per portarla alla morte, e ci sono ferite che la incidono per permettere alla luce di entrare. È tutto racchiuso in questo crinale, affilato e vertiginoso, il mistero biografico e spirituale di Margherita Lotti, universalmente nota come Rita da Cascia. Per comprendere la grammatica del suo misticismo — e il perché milioni di persone continuino ad affidarle l’indicibile peso delle proprie esistenze — occorre decifrare un paradosso che sfida la razionalità moderna: l’idea che esista una spina capace, attraverso il suo bruciante patire, di salvarti dal dolore stesso.
Il racconto delle origini
Per accostarsi al mistero della stigmatizzazione di Rita, non possiamo prescindere dalla storiografia agostiniana. Il padre Agostino Cavallucci, autore nel 1610 della prima biografia organica e storicamente fondata (“Vita della B. Rita da Cassia”, basata sui processi canonici e sulle tradizioni ininterrotte del monastero), descrive l’evento del 1442 con una crudezza che non concede nulla al romanticismo.
Rita è in ginocchio davanti a un affresco del Cristo sofferente. Non chiede la gloria, non chiede visioni estatiche. Chiede, con la follia tipica dei santi, la condivisione.
“Prega di essere resa partecipe almeno di uno di quei tormenti,” annota la tradizione agostiniana. Ed è allora che una singola spina si stacca dalla corona del Crocifisso e le si conficca al centro della fronte.
Non è la stigmatizzazione totale di un Francesco d’Assisi o, secoli dopo, di un Padre Pio. È una ferita mirata, concentrata, che colpisce la testa, sede del pensiero, della memoria e, umanamente, del tormento psicologico. Questa spina produrrà una piaga purulenta, dal fetore insopportabile, che costringerà Rita all’isolamento quasi totale per i successivi quindici anni.
L’interruzione del male
Ma da cosa ci salva, esattamente, questa spina? Per capirlo, bisogna guardare a chi era Rita prima di quel Venerdì Santo. Il dolore non irrompe nella sua vita dal nulla mistico; è già il tessuto connettivo della sua esperienza umana. Rita conosce lo scandalo del dolore ingiusto. Conosce il lutto violento: l’assassinio del marito, Paolo di Ferdinando di Mancino, vittima delle faide politiche umbre. Conosce l’abisso della maternità tradita dalla morte, perdendo entrambi i figli (Giangiacomo e Paolo Maria) che si stavano preparando a vendicare il padre. In un mondo — quello del XV secolo, ma drammaticamente simile al nostro — in cui il dolore subìto genera inevitabilmente rabbia, e la rabbia si cristallizza in vendetta, Rita compie un atto di eversione spirituale: perdona gli assassini. Spezza la catena. Su questo punto è illuminante la lettura offerta da Papa San Giovanni Paolo II nel discorso pronunciato il 20 maggio 2000, in occasione del centenario della canonizzazione:
“Rita ha ben interpretato il ‘genio della donna’, vivendolo intensamente sia nella maternità fisica che in quella spirituale. […] La piaga sfolgorante sulla sua fronte è la convalida della sua maturità cristiana. È il sigillo di un amore vissuto nel dolore, non per una rassegnazione passiva, ma per una coraggiosa e fattiva partecipazione alla croce redentrice di Cristo.”
Il dolore che salva dal dolore
Qui risiede il cuore della tesi: la spina sulla fronte non è un’aggiunta di sofferenza a una vita già martoriata, ma è la trasfigurazione del dolore. Il dolore umano, lasciato a sé stesso, è sterile. Chiude l’individuo nel narcisismo della propria sofferenza, isola, inaridisce e, infine, distrugge. La “spina”, invece, rappresenta l’innesto del dolore umano in quello divino. Nel momento in cui la sofferenza di Rita si unisce a quella di Cristo, essa cambia di segno. Subisce una metamorfosi alchemica: perde il suo veleno mortale (la disperazione) e acquista una forza generativa (la redenzione). Il grande teologo dominicano Yves Congar, riflettendo sul senso cristiano del patire, ricordava che “la croce non è un fine, ma un passaggio”. La spina di Santa Rita è esattamente questo: il punto di rottura attraverso cui il dolore smette di essere un muro e diventa una porta. Ti salva dal Dolore (con la D maiuscola, quello senza senso, freddo e nichilista) attraverso un dolore abitato dall’Amore.
La rosa sotto la neve
Non è un caso che il simbolo universale di questa donna, definita da Papa Leone XIII “la perla preziosa dell’Umbria”nella Bolla di Canonizzazione del 1900, sia la rosa. La tradizione racconta che, sul letto di morte, in pieno e gelido inverno, Rita chiese a una cugina di portarle una rosa dal suo antico orto a Roccaporena. La cugina, credendola nel delirio, andò e trovò una rosa rossa sbocciata in mezzo alla neve. Quella rosa è la sintesi perfetta della spina. Dimostra che la ferita sulla fronte non ha ucciso la vita, ma l’ha protetta sotto il gelo delle circostanze umane, permettendole di fiorire dove, umanamente, tutto sembrava impossibile. Ecco perché Santa Rita è la patrona dei casi disperati. Non perché possieda una magia risolutiva, ma perché ha dimostrato, nella sua stessa carne, che nessuna notte è così fonda, e nessuna ferita così infetta, da non poter ospitare il miracolo di un amore che riscatta tutto. La sua spina, dolorosissima e implacabile, è diventata, alla fine, l’unico vero antidoto contro la disperazione.
Articolo dedicato a Rita Militello
Amica sincera e infaticabile volontaria nella vigna del signore.