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La geopolitica dello scarto. Uno studio analitico, sistemico e teologico-politico sull’intervento del Card. Baldassare Reina

Editoriale di Francesco Rizzo

Il discorso pronunciato dal Cardinale Baldassare Reina nella magnifica e problematica cornice di Agrigento non si limita a configurarsi come una mera omelia sociale o una pia esortazione di circostanza. Al contrario, ci troviamo di fronte a un vero e proprio manifesto di teologia politica, un testo che esige di essere sezionato con il bisturi dell’analista internazionale. Reina compie un’operazione che, nel mio lavoro di decostruzione del papato contemporaneo, definirei di “geopolitica induttiva e radicale”: egli rifiuta categoricamente di guardare la mappa del mondo dal centro rassicurante e asettico dell’Impero occidentale verso le sue presunte periferie barbariche. Si posiziona, invece, esattamente sulla faglia di rottura tettonica — l’asse Lampedusa-Africa — per processare, giudicare e smascherare il centro, ovvero l’Europa e l’intero apparato del Nord Globale.

In questa prospettiva rivoluzionaria, il nascente papato di Leone XIV si salda in modo inestricabile a quello di Papa Francesco, generando un’unica, titanica e radicale destrutturazione del potere globale. Non vi è frattura, ma un’evoluzione clinica: dalla fenomenologia del dolore alla diagnosi strutturale dell’ingiustizia. Quello che segue è la dissezione geopolitica, teologica e filosofica del testo, capoverso per capoverso, espansa in tutta la sua drammatica magnitudo.

1. Sulla metodologia del decentramento e la fine dell’Eurocentrismo

“Spero di non mettere a prova la vostra pazienza… ho ripreso il discorso che Papa Leone ha pronunciato nel recente viaggio in Africa… per cogliere qualche nesso con il magistero di Francesco…”

Reina stabilisce immediatamente e senza appello l’asse ermeneutico della sua dissertazione: l’asse Est-Ovest o Nord-Nord, che ha dominato la Guerra Fredda e il periodo unipolare americano, è del tutto obsoleto per comprendere le vere ferite del nostro tempo. L’unico asse rilevante, l’unica vera trincea in cui si gioca il destino dell’umanità e la credibilità stessa della civiltà occidentale, è quello verticale, meridiano, che collega le due sponde del Mediterraneo. Il pontefice Leone XIV in Africa e Francesco a Lampedusa non stanno operando in geografie umane o spirituali distinte; essi camminano sui due terminali della medesima catena del valore e, conseguentemente, della medesima catena dello scarto. L’approccio sine glossa che invoco da anni esige esattamente questo: che la teologia esca dai salotti ovattati delle accademie e dalle rassicuranti sagrestie europee per farsi criterio tagliente di lettura delle dinamiche di potere transnazionali. Il decentramento non è una mossa coreografica, ma una necessità epistemologica: solo ponendosi al di fuori del Palazzo si può comprendere quanto le sue fondamenta stiano sprofondando.

2. La decostruzione della retorica dell’emergenza e l’emersione della struttura

“Qui ho un discorso sulla dignità umana, sulle immigrazioni… A Lampedusa le persone arrivano bagnate, ferite, affamate… Il viaggio compiuto in Africa era apparso come una dichiarazione di prospettiva… un modo di guardare il mondo dal basso.”

In questo passaggio viene smantellata pezzo per pezzo la retorica tossica dell'”emergenza”, vero e proprio feticcio linguistico della politica europea. L’emergenza è il lessico ipocrita con cui l’Occidente depoliticizza le proprie colpe storiche ed economiche. Parlare di emergenza significa fingere che il fenomeno migratorio sia paragonabile a un terremoto o a uno tsunami: una calamità naturale imprevedibile contro cui nulla si può se non ergere argini improvvisati. Guardare il mondo dal basso, come suggerisce il magistero leonino, significa invece riconoscere che l’immigrazione forzata è il sottoprodotto strutturale, scientificamente prevedibile e calcolabile, di un ordine economico globale profondamente asimmetrico. L’Africa e l’Europa “scrivono insieme la loro verità” perché vige una legge spietata di vasi comunicanti: vi è una co-dipendenza fatale tra il sottosviluppo programmato del continente africano e il surplus ipertrofico di quello europeo. Non c’è ricchezza a nord del Mediterraneo che non sia stata finanziata da una spoliazione a sud di esso.

3. Lampedusa: da Hotspot logistico a Tribunale Etico dell’Occidente

“Lampedusa è il punto in cui questa pagina si fa carne. Chi la considera soltanto un’isola dell’accoglienza o dell’emergenza ne riduce la portata. Lampedusa è una cattedra…”

L’isola di Lampedusa subisce qui una trasfigurazione concettuale assoluta: cessa di essere un mero “hotspot” logistico, un recinto di smistamento biopolitico governato dalle direttive di Dublino, per assurgere a vero e proprio tribunale geopolitico della modernità. Reina decreta, senza mezzi termini, il fallimento morale e operativo dell’intera architettura istituzionale dell’Unione Europea. I vertici di Bruxelles, chiusi nei loro palazzi di cristallo, si illudono di poter gestire “flussi” come se si trattasse di idraulica o di logistica delle merci, ma è sulla scogliera pelagica, nel fango e nel sale, che si decide la tenuta ontologica dell’Europa. Se l’Unione Europea sceglie l’ossessione sicuritaria, la “gestione” algoritmica e la biopolitica del contenimento (incarnata dalle agenzie come Frontex) invece della “custodia” dell’umano, essa non sta solo tradendo i diritti umani, ma sta seppellendo il suo stesso mito fondativo nato dalle ceneri di Ventotene.

4. L’atto fondativo di Bergoglio: La necropolitica svelata e la decostruzione della Fortezza

“Non è un caso che proprio l’8 luglio 2013… Papa Francesco abbia voluto iniziare il suo cammino missionario fuori… Lì pronunciò una delle diagnosi di scrittura del nostro tempo: la globalizzazione dell’indifferenza.”

La data dell’8 luglio 2013 non è un semplice anniversario, ma segna l’esatto momento in cui nasce la geopolitica bergogliana. Scegliendo Lampedusa prima di qualsiasi capitale mondiale, prima di Washington, Mosca o delle Nazioni Unite, Francesco ha letteralmente capovolto la piramide diplomatica secolare della Santa Sede. L’espressione “globalizzazione dell’indifferenza” non va derubricata a mero richiamo devozionale o a pietismo passeggero. Si tratta dell’identificazione clinica di un sistema di immunizzazione politica: il Nord del mondo ha costruito un gigantesco apparato burocratico, mediatico e cognitivo per non vedere, non sentire e non percepire la carne dei “corpi sconosciuti”. È la critica più radicale mai mossa al sistema di esternalizzazione delle frontiere. Affidare la gestione dei migranti ai signori della guerra libici o ai regimi autocratici del Sahel significa praticare quella che Achille Mbembe definisce “necropolitica”: il potere di decidere chi può vivere e chi deve essere lasciato morire nell’invisibilità.

5. La saldatura tra Francesco e Leone XIV: Dal sintomo compassionevole alla patogenesi strutturale

“Leone XIV raccoglie questa eredità e la conduce dentro la nuova stagione… Francesco ha costretto la Chiesa a guardare il mondo a partire dagli scartati. Leone mostra che dagli scartati si può comprendere la storia stessa dell’uomo.”

In questo snodo concettuale risiede il salto paradigmatico del magistero sine glossa, il punto di non ritorno della dottrina sociale cattolica. Se il pontificato di Francesco ha operato una “conversione pastorale” ed emotiva, costringendo il mondo a posare lo sguardo pietoso sul naufrago moribondo, il pontificato di Leone XIV sta compiendo il salto di qualità definitivo: un’operazione di “conversione geopolitica”, costringendo le cancellerie a guardare in faccia chi ha causato il naufragio. L’Africa non è più lo sfondo pittoresco delle missioni ottocentesche, ma diventa l’osservatorio privilegiato, il centro di gravità permanente attraverso cui mappare le contraddizioni insostenibili del capitalismo globale. In questo schema, la Sicilia cessa di considerarsi la “periferia depressa d’Europa” per riscoprire la sua vocazione imperiale e spirituale di “centro propulsivo del Mediterraneo”, l’unico luogo da cui si può tentare una sintesi.

6. La Pax Europaea come somma ipocrisia armata e pacificazione apparente

“Quando Leone XIV si è presentato come pellegrino di pace… La pace non è il silenzio delle armi quando restano intatte le cause della violenza… Per questo Lampedusa è l’ago di prova della pace europea…”

Reina lancia un fendente contro il mito più celebrato dell’establishment continentale: la presunta “Pace Europea” garantita post-1945. La tranquillità del Vecchio Continente, premiata persino con il Nobel per la Pace, è in realtà una costruzione artificiale e ipocrita, pagata a un prezzo esorbitante da altri popoli. Essa si regge su guerre per procura asimmetriche, economie predatorie, colpi di stato silenziati e instabilità artatamente alimentate nel continente africano per garantire il flusso ininterrotto di risorse a basso costo. La pace europea è un lusso borghese che si fonda sull’esportazione brutale del conflitto. Lampedusa svela il trucco di questo prestigiatore geopolitico: le conseguenze fisiche, corporee e sanguinanti di quel conflitto esternalizzato non si dissolvono nel nulla, ma tornano a bussare prepotentemente ai confini sud dell’Impero sotto forma di ondate migratorie inarrestabili.

7. L’anatomia spietata del Neocolonialismo Finanziario ed Estrattivo

“Il viaggio africano, la denuncia del neocolonialismo assume un peso generale… Non sempre arrivano con gli eserciti, spesso passano attraverso il debito, le concessioni minerarie… Chi arriva dall’Africa non porta soltanto la richiesta di soccorso, porta una trama geopolitica.”

Ci troviamo dinanzi al passaggio di più alta e tagliente lucidità analitica dell’intero consesso. Il relatore non si nasconde dietro metafore, ma elenca con precisione chirurgica le armi non convenzionali del neocolonialismo moderno: la morsa strangolante del debito sovrano, i piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale, il land grabbing (l’accaparramento delle terre fertili da parte di multinazionali e fondi sovrani stranieri), l’estrattivismo feroce legato alla transizione ecologica e tecnologica (le terre rare, il litio, il cobalto estratti in condizioni di schiavitù infantile). Il migrante, letto in questa ottica, non è mai un attore passivo o un semplice sventurato in cerca di elemosina; è l’agente attivo e il portatore di un “dossier geopolitico” esplosivo. Il suo corpo marchiato è l’archivio vivente delle promesse tradite dal Washington Consensus, delle multinazionali opache e dei governi fantoccio mantenuti al potere dalle intelligence occidentali.

8. La cecità selettiva del Mercato Globale e l’idolatria delle Catene di Fornitura

“Il magistero africano di Leone XIV invita a non separare la persona dal sistema che l’ha messa in fuga… L’Europa vede l’arrivo, ma non sempre vuole vedere la partenza. Vede la materia prima… ma non il contratto energetico.”

L’accusa si fa sistemica e colpisce al cuore la razionalità neoliberista. Reina denuncia l’insostenibile schizofrenia morale del capitalismo cognitivo e finanziario europeo. Da un lato, vige l’ossessione maniacale per la supply chain delle merci: l’Occidente esige la tracciabilità assoluta, l’efficienza doganale, i flussi just in time per beni di consumo e risorse energetiche. Dall’altro lato, si assiste alla rimozione totale e voluta della supply chain della disperazione umana. L’Europa gode del gas estratto in Algeria o in Libia, si arricchisce con i minerali estratti a mani nude nel bacino del Congo, ma criminalizza e respinge con idranti e filo spinato l’essere umano che, fuggendo dalla devastazione ecologica e bellica causata da quell’estrazione, cerca di seguire la medesima rotta tracciata dai barili di petrolio. L’indifferenza non è un vizio privato, ma una sofisticata tecnologia di governo.

9. La corruzione come lubrificante sistemico e strumento di sottomissione globale

“La parola sulla corruzione pronunciata in Africa… è diagnosi sociale e culturale del potere inteso come possesso… convincere le persone che nulla possa davvero cambiare.”

La corruzione diffusa nei paesi del Sud del mondo viene troppo spesso narrata, con un malcelato suprematismo bianco, come un ritardo culturale o un’incapacità antropologica dei popoli africani all’autogoverno. Il magistero leonino letto da Reina ribalta questo paradigma razzista: la corruzione delle élite africane è in realtà una funzione sistemica disperatamente necessaria al Nord del mondo. Corrompere i leader locali è il modo più economico e rapido con cui le corporazioni occidentali (e ora asiatiche) si assicurano contratti asimmetrici, bypassando le tutele ambientali e lavorative. Generare una rassegnazione endemica tra i giovani africani, convincendoli che la democrazia sia un’illusione impraticabile, è il vero capolavoro strategico per assicurarsi la loro perenne subalternità. La contro-proposta ecclesiale del “potere come servizio” non è dunque un’utopia per anime belle, ma l’unico antidoto eversivo capace di far saltare questo meccanismo di assoggettamento.

10. La biopolitica mortifera della frontiera e la farsa della sicurezza armata

“La pace disarmata… Il mondo investe risorse immense nella capacità di distruggere… Che cosa dice una civiltà di se stessa quando è più efficiente nel bloccare che nel salvare?”

La frontiera sud dell’Europa è il palcoscenico drammatico dove la modernità tecnologica rivela la sua più profonda barbarie morale. Reina sottolinea la mostruosa asimmetria tra i mezzi dispiegati e il fine perseguito. Droni Predator, satelliti militari, agenzie di sorveglianza iper-finanziate, radar termici capaci di intercettare il respiro nel buio: un imponente apparato bellico viene utilizzato per bloccare, respingere (o, peggio, lasciar annegare per calcolata omissione di soccorso) corpi denutriti, la cui unica richiesta è di ordine biologico prima ancora che politico: acqua, terra ferma, sopravvivenza. Questa discrepanza tra l’iper-tecnologizzazione mortifera del blocco e l’assoluta assenza di vie legali e sicure di accesso certifica il fallimento etico, giuridico e morale dello Stato-Nazione sovrano. Un’Europa che blinda i confini ma svuota le culle è un impero in fase terminale.

11. Riformulare la logica politica: Dal contabile “quanti” al sovversivo “perché”

“Non basta chiedersi quanti migranti l’Europa possa accogliere. Occorre chiedersi quale modello di mondo continua a produrre migrazioni forzate…”

Con questa interrogazione, Reina compie l’evasione intellettuale perfetta, tirando fuori la Chiesa dalla dialettica polarizzata e sterile in cui la politica politicante vorrebbe confinarla. Uscire dalla logica binaria tra il progressismo dei “porti aperti a prescindere” e il sovranismo dei “porti chiusi a ogni costo” è un salto epistemologico vitale. Sostenere l’accoglienza senza avere il coraggio di processare il modello di sviluppo predatorio che genera gli esodi significa, in ultima analisi, trasformare la carità cristiana nella crocerossina del capitalismo selvaggio. La geopolitica del Vangelo sine glossa esige molto di più: pretende che si indaghi sui flussi finanziari, che si mettano all’indice le nazioni e le multinazionali che traggono cinico profitto dalla destrutturazione degli Stati africani.

12. L’estrattivismo speculare: Risorse, Mezzogiorno e la Questione Meridionale Globale

“C’è poi la questione delle risorse… È il paradosso di un’economia che estrae valore e lascia ferite… Anche la Sicilia conosce forme diverse di estrazione…”

Il parallelismo audace e storicamente fondato che Reina traccia tra il continente africano e il Mezzogiorno d’Italia è semplicemente fulminante. L’estrattivismo non è esclusivamente un peccato coloniale confinato alle terre d’oltremare; è una dinamica sistemica interna alle stesse nazioni occidentali, come ben descritto dagli studiosi del colonialismo interno. La Sicilia emerge qui come specchio dell’Africa: un’isola depauperata da un’industrializzazione rapace (i poli petrolchimici imposti dall’alto che hanno avvelenato la terra e il mare), dissanguata da un’agricoltura di sfruttamento retta dal caporalato mafioso, e ora minacciata da un turismo di massa che consuma il paesaggio, genera gentrificazione e non lascia alcuna reale infrastruttura economica ai giovani. Il Sud d’Italia non è integrato nell’economia nazionale, ne è il serbatoio subordinato. La ribellione spirituale e civile invocata deve unire le due sponde in una medesima rivendicazione di dignità.

13. La sintesi teologica sovversiva: Tra la contemplazione dell’Altare e il sudore del Porto

“In questa prospettiva Francesco e Leone sono due momenti di un unico discernimento… Una Chiesa posta al centro del Mediterraneo deve saper tenere insieme altare e porto…”

In questo frangente, il Cardinale affida un mandato di inaudita gravità alla Chiesa locale siciliana, ma per traslato all’intero cattolicesimo globale: la diserzione totale dalla tentazione di diventare una rassicurante “religione civile”. La Chiesa non ha il compito di fare da cappellania al potere costituito, benedicendo lo status quo in cambio di privilegi fiscali o visibilità mediatica. Tenere insieme in una morsa indissolubile l’Eucaristia (il corpo di Dio donato e spezzato gratuitamente) e il migrante naufrago (il corpo dell’uomo scartato e umiliato dal mercato) significa fare della liturgia domenicale il primo, insindacabile atto di sovversione contro l’indifferenza istituzionalizzata. La compassione pietistica, da sola, è inefficace se non si fa analisi spietata della realtà, e l’analisi sociologica, a sua volta, risulta arida se non si trasforma immediatamente in prassi politica, in obiezione di coscienza e in intervento di salvataggio attivo.

14. I due modelli di città e l’insostenibilità entropica della Fortezza

“La distinzione tra due modelli di città… C’è una città costruita sull’accumulo, sulla paura… e c’è una città fondata sulla responsabilità… La stessa Europa che dispone di mezzi straordinari può mostrarsi povera di volontà politica.”

Reina recupera e aggiorna magistralmente la teologia della storia di Sant’Agostino d’Ippona (il celebre scontro escatologico tra la Civitas Dei e la Civitas Terrena), applicandola direttamente alle attuali policy dell’Agenzia Frontex e del Consiglio Europeo. Il modello della società tardo-capitalista fondata sull’accumulo bulimico e sulla paura paranoica dell’altro, che si illude di potersi salvare barricandosi in enormi gated communities su scala continentale, è storicamente destituito di ogni fondamento logico e geopoliticamente cieco. L’entropia non perdona. La storia degli imperi insegna in modo inequivocabile che nessuna muraglia, per quanto presidiata e digitalizzata, può sopravvivere a lungo alla pressione congiunta dell’esplosione demografica giovanile del Sud globale e della spinta motrice della disperazione che l’Occidente stesso contribuisce sistematicamente ad alimentare con le sue politiche commerciali inique. L’Europa muore di paura ancor prima di morire di declino economico.

15. Il Mare Nostrum: Da fossato mortale a infrastruttura vitale del nuovo ordine mondiale

“In questo senso la Sicilia può diventare il luogo in cui la parola africana del Papa trova una traduzione europea credibile… Non limitarsi a contare gli arrivi, ma aiutare il mondo a interrogarsi sulle partenze… In questo modo il mare, tristemente chiamato mare monstrum, tornerà ad essere mare nostrum…”

Il formidabile intervento si chiude con una potente e visionaria proiezione strategica per il futuro. Il Mar Mediterraneo deve smettere di essere concepito, presidiato e vissuto come se fosse il Rio Grande dell’Eurasia, un fossato d’acqua salata destinato a inghiottire i non desiderati. Deve, al contrario, tornare a essere ciò che la geografia e la storia millenaria hanno stabilito: il principale connettore vitale, l’infrastruttura di pace e di scambio euro-africana. La Sicilia è drammaticamente chiamata dal fluire degli eventi a rispolverare e incarnare nuovamente la grande e lungimirante diplomazia mediterranea (quella che in passato fu ispirata dalla visione profetica di Giorgio La Pira o di Aldo Moro). La sfida ultima e suprema che si profila all’orizzonte del pontificato di Leone XIV, anticipata in questa sede con una precisione chirurgica impressionante, non si limita alla mera consolazione spirituale delle anime afflitte. L’obiettivo, vasto e ineludibile, è la riscrittura profonda del diritto internazionale, la revisione strutturale dei trattati commerciali asimmetrici e il collasso pacifico ma inesorabile del sistema estrattivista: disarmare, pezzo dopo pezzo, le strutture giuridiche ed economiche che producono artificialmente la miseria e il dolore, affinché mai più, di fronte a un corpo senza vita restituito dalla marea, il mondo occidentale possa codardamente rispondere: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

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