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L’IMPERDONABILE VIZIO DI NON ESSERE COMPLICI. L’ultima estate di un uomo perbene di Carmelo Sardo – Zolfo Editore
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L’IMPERDONABILE VIZIO DI NON ESSERE COMPLICI. L’ultima estate di un uomo perbene di Carmelo Sardo – Zolfo Editore

Articolo di  Francesco Rizzo

La mafia ti spara, lo Stato ti infanga e l’Italia ti dimentica per quieto vivere

Se c’è un dovere assoluto che sento di dovermi assumere come lettore — nel solco dei grandi lettori come Pasolini o il nostro amato Sciascia (perché prima di scrivere era buona creanza leggerla qualche cusuzza)— è quello di non arretrare mai di fronte all’abisso. Non sono, e non sarò mai, un mero notaio del gusto o un compilatore di sinossi per lettori distratti. Il mio compito è scendere nelle cripte del testo. E quando mi sono trovato a decifrare L’ultima estate di un uomo perbene di Carmelo Sardo, ho compreso di essere di fronte a un imperativo categorico. Io e Carmelo condividiamo lo stesso sangue geografico: siamo entrambi siciliani, entrambi agrigentini. Questa non è una sterile nota biografica, ma la chiave di volta per comprendere l’opera. Noi conosciamo bene quel sole nero della malinconia, quell’estate del Sud che non è spensieratezza, ma una luce accecante che imputridisce la carne e cristallizza le ingiustizie.

Carmelo non ha semplicemente scritto un libro; ha redatto un atto d’accusa contro un’intera nazione, partendo proprio dalle nostre strade. Ha ricostruito la fine di Giuseppe “Pino” Tragna, un onesto direttore di banca agrigentino. Era la fine degli anni Ottanta, e ad Agrigento si consumava una sanguinosa guerra tra Cosa Nostra e Stidda. Pino, mandato a dirigere la filiale di via Cicerone, scoperchia un giro di assegni illeciti. Fa semplicemente il suo dovere e li blocca. Per questo, il 18 luglio 1990, viene crivellato di colpi a San Leone. Ma la mafia non si accontenta di ucciderne il corpo. Per depistare le indagini, le cosche diffondono la “tragediata” più spietata: mettono in giro la voce che il direttore fosse un pedofilo. Ci vorranno decenni, un pentito e l’ostinazione feroce di sua moglie Mariella e dei figli Gero e Ilaria per smantellare questa menzogna e far condannare i colpevoli.

Da lettore, mi sono soffermato a lungo sul titolo. Ogni parola è un macigno. In un’Italia e in una Sicilia strutturalmente fondate sul compromesso e sul clientelismo, essere “perbene” non è una virtù: è un’anomalia di sistema. Pino Tragna non muore nonostante sia un uomo perbene; muore esattamente perché lo è. Chi è perbene cammina disarmato in un campo di battaglia dove tutti gli altri indossano armature di cinismo. La sua normalità — il suo fare il proprio dovere in banca — è un affronto insopportabile a un potere occulto. E qui emerge il sarcasmo tragico, pirandelliano, che io e Carmelo respiriamo dalla nascita: lo Stato che dovrebbe essere padre si rivela un Saturno che divora i propri figli, costringendo i familiari delle vittime a trasformarsi in investigatori per strappare l’onore del defunto dalle fauci dell’oblio istituzionale.

Ho letto la dedica del libro: “Al vero senso civico: quello dell’amore”. Questa associazione è devastante. Noi siamo abituati a pensare al senso civico come a un dovere freddo, burocratico. Carmelo sovverte il paradigma: l’amore disinteressato della famiglia Tragna, la loro ostinazione che non si arrende ai muri di gomma delle procure, diventa l’atto politico per eccellenza. Sono Antigoni contemporanee che sfidano la disumanizzazione di Stato. Non è un caso che questo testo magistrale sia edito da Zolfo. Lo zolfo è la materia del nostro sottosuolo agrigentino, l’elemento diabolico e purificatore che infiamma e brucia gli occhi. Leggere l’opera del mio conterraneo Carmelo Sardo significa inalare questo zolfo, intossicarsi volontariamente per svegliarsi, finalmente, dal torpore di un Paese senza memoria e senza giustizia.

RECENSIONE APPRFONDITA

“L’ULTIMA ESTATE DI UN UOMO PERBENE” DI CARMELO SARDO. Un umile verità senza verità

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