L’insostenibile leggerezza del nostro ego digitale
Editoriale di Francesco Rizzo
Viviamo in un’epoca che ha fatto della smaterializzazione il proprio feticcio assoluto. Ci riempiamo la bocca con parole come “cloud”, “wireless” e “streaming”, cullandoci nell’illusione che la nostra vita digitale sia in qualche modo fluttuante, eterea, priva di un reale impatto fisico sul pianeta che abitiamo. Crediamo, con una certa dose di colpevole ingenuità, che i dati siano entità astratte, che i nostri ricordi caricati sulla nuvola non abbiano peso e che la comunicazione istantanea sia un miracolo invisibile e a costo zero. Ma questa narrazione, sapientemente orchestrata dai giganti della Silicon Valley, è forse la menzogna più grande e ipocrita del nostro secolo. Il digitale, al contrario di quanto ci viene propinato quotidianamente, ha un corpo. Un corpo pesante, ingombrante, affamato di energia e, troppo spesso, sporco di sangue e di fatica umana.
Dietro il design elegante e minimalista dell’ultimo modello di smartphone, dietro le linee pulite dei nostri laptop di ultimissima generazione che teniamo in grembo la sera sul divano, si nasconde una catena di approvvigionamento brutale e anacronistica che ci riporta dritti ai tempi della Rivoluzione Industriale. Come possiamo conciliare la nostra etica da consumatori consapevoli, pronti a boicottare un marchio per una campagna pubblicitaria controversa, con la totale cecità di fronte all’origine dei dispositivi che usiamo per esprimere la nostra indignazione sui social network? Il paradosso è feroce e innegabile.
Il cuore pulsante di questa immensa ipocrisia globale si trova nelle viscere della terra, in luoghi sideralmente lontani dai nostri salotti ben riscaldati e dalle nostre città iperconnesse. Si trova, ad esempio, nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, dove il coltan, il cobalto e innumerevoli altri minerali rari vengono estratti a mani nude da uomini, donne e persino bambini. L’economia della conoscenza, che consideriamo il fulcro luminoso e pulito del progresso contemporaneo, affonda le sue radici letteralmente nel fango, nella polvere e nel sudore di chi non saprà mai a cosa serve quel minerale che gli sta lentamente consumando i polmoni e l’esistenza.
La gravità di questa situazione risiede nella perfetta e calcolata invisibilità del processo. Il consumatore finale non vede la miniera, non respira la polvere tossica, non sente il rumore assordante dei vecchi generatori. Vede unicamente la vetrina scintillante, l’interfaccia utente fluida, il packaging immacolato. E proprio in questa disconnessione cognitiva prolifera la nostra indifferenza. Abbiamo comodamente delegato la sporcizia del progresso ai margini del mondo, tenendo per noi esclusivamente i benefici. Si tratta di una forma moderna e sottile di colonialismo tecnologico, dove non conquistiamo i territori con gli eserciti, ma ne prosciughiamo metodicamente le risorse attraverso una domanda di mercato insaziabile e drammaticamente cieca.
Ma non si tratta solo di spietato sfruttamento umano. Anche dal punto di vista prettamente ecologico, il digitale è un colosso dai piedi d’argilla. I giganteschi data center che ospitano i nostri innumerevoli selfie, le email promozionali che non cancelliamo mai, i video in alta definizione che guardiamo compulsivamente, richiedono quantità di energia elettrica paragonabili a quelle di intere nazioni in via di sviluppo. L’infrastruttura di Internet consuma risorse enormi per il raffreddamento dei server e per il mantenimento di reti costantemente attive. La nostra amata “nuvola” non è fatta di vapore acqueo, ma di cavi sottomarini in fibra ottica, di immense centrali energetiche che bruciano ininterrottamente per poter alimentare e sostenere i nostri alter ego virtuali.
Cosa fare, dunque? Il primo passo fondamentale è, senza alcun dubbio, la presa di coscienza. Dobbiamo smettere di considerare i nostri costosi dispositivi come magiche scatole nere e iniziare a vederli per quello che realmente sono: complessi assemblaggi di risorse naturali ed elisir di disperazione umana. Dobbiamo pretendere una totale trasparenza dalle aziende tecnologiche. Non ci basta più sapere quanti megapixel abbia la nuova e costosissima fotocamera; vogliamo e dobbiamo sapere, con certificazioni chiare e inequivocabili, da dove provengono i minerali e in quali condizioni esatte lavorano gli operai lungo tutta la filiera produttiva.
In secondo luogo, la politica deve avere il coraggio di scardinare l’ossessivo modello dell’obsolescenza programmata. Il ritmo forsennato con cui veniamo indotti a sostituire i nostri apparecchi è criminale. Progettare telefoni riparabili e destinati a durare nel tempo non è solo ecologia, è un imperativo morale. Finché l’altissimo prezzo della nostra connessione globale sarà pagato in vite umane, nessuna innovazione sarà un vero progresso. Fermiamoci un istante a riflettere. Smettiamo di esserne complici.