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Il vicolo cieco dell’energia:la paura della luce, il nucleare di carta e le bollette di sangue

Editoriale di  Francesco Rizzo

Sette anni fa, a Madrid, in una limpida giornata di fine aprile del 2019, mi trovai davanti a una vasta platea di colleghi, ricercatori, ingegneri ed esperti di energie rinnovabili. Il clima, in quel periodo, era intriso di un ottimismo che oggi, col senno di poi, potremmo definire quasi ingenuo. Si credeva che la transizione ecologica fosse dietro l’angolo, una semplice questione di pannelli solari e pale eoliche da moltiplicare all’infinito. In quell’occasione, decisi di scommettere su una provocazione, un sasso lanciato nello stagno delle nostre certezze accademiche. Intitolai il mio intervento con una domanda che aveva il sapore di una sfida filosofica prima ancora che tecnica: «¿Tenemos miedo de la luz?». Abbiamo forse paura della luce? In quel saggio, che oggi mi appare drammaticamente profetico, cercavo di spiegare come la nostra ostilità, o la nostra colpevole inerzia verso una vera transizione energetica, non fosse meramente un problema di ingegneria dei materiali, di reti elettriche o di incentivi statali. Era, ed è, una forma di profonda resistenza culturale. Una rinuncia a priori a guardare in faccia la realtà scientifica dei fatti. Dicevo allora che la tecnologia non fa miracoli: un’energia pulita al 100% in tempi rapidi, basata esclusivamente sulle fonti intermittenti come il sole o il vento, è una chimera, un’illusione se non si passa prima da una gigantesca assunzione di responsabilità collettiva.

Oggi, a sette anni di distanza, osservo lo scenario geopolitico ed economico della mia Italia. Guardo le nostre fabbriche, i nostri distretti industriali, le nostre famiglie. E mi accorgo che la mia domanda madrilena ha trovato una risposta spietata. Sì, abbiamo ancora un terrore cieco della luce. Ma non parlo solo della luce del sole. Parlo della luce della ragione, della luce della scienza, della luce dei dati oggettivi. E abbiamo trovato un modo brillantissimo, squisitamente politico e tragicamente italiano, per non ammetterlo: ci siamo inventati il “nucleare di carta”. Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità, di rompere il tabù ideologico che ha avvelenato il dibattito pubblico italiano per quarant’anni. Il nucleare, oggi, non è il mostro che una certa narrazione catastrofista degli anni Ottanta e Novanta ci ha voluto vendere. Il nucleare oggi è un’energia pulita. È un’energia sicura. È l’unica fonte di base, stabile e programmabile, capace di garantire enormi quantità di elettricità a zero emissioni di gas climalteranti. Mentre noi continuiamo a litigare sui fantasmi del passato, la scienza è andata avanti. I reattori di terza generazione avanzata, per non parlare di quelli di quarta generazione in via di sviluppo, hanno standard di sicurezza passiva che rendono fisicamente impossibili gli scenari da incubo che la propaganda antinucleare continua a sventolare. Dal punto di vista statistico, se misuriamo i decessi per terawattora prodotto, il nucleare è in assoluto la fonte di energia più sicura al mondo, alla pari con l’eolico e immensamente più sicura del carbone, del petrolio e persino del gas naturale. Non emette anidride carbonica, non emette polveri sottili, non inquina l’aria che respiriamo e che ogni anno, in silenzio, miete decine di migliaia di vittime per malattie respiratorie solo in Europa.

E l’ingombro?

Parliamo del consumo di suolo, un tema vitale per un Paese denso e fragile come l’Italia. Il nucleare ha una densità energetica ineguagliabile: produce una quantità colossale di energia in uno spazio infinitesimale rispetto alle sterminate distese di pannelli e pale necessarie per ottenere, in modo discontinuo, la stessa potenza. Persino la questione delle scorie, il grande spauracchio, è un problema ingegneristicamente risolto. I rifiuti ad alta attività sono volumi minimi, confinati, vetrificati, monitorati centimetro per centimetro, a differenza dei miliardi di tonnellate di scorie gassose che le fonti fossili vomitano liberamente e gratuitamente nell’atmosfera ogni singolo secondo, alterando il clima globale. La Francia, qui a due passi, ha decarbonizzato la sua rete elettrica decenni fa, produce energia sicura, la esporta e noi, con la nostra ipocrisia ammantata di purezza verde, gliela compriamo a caro prezzo per tenere accese le nostre luci. Dunque, se il nucleare è pulito, se il nucleare è sicuro, se è la chiave di volta per salvare la nostra industria e il nostro clima, cosa fa il nostro governo? Presenta un disegno di legge. Un provvedimento che definire una scatola vuota è fargli un complimento. È una presa in giro istituzionale.

Siamo dentro una morsa geopolitica e industriale senza precedenti. La guerra alle porte dell’Europa ha scoperchiato il vaso di Pandora della nostra dipendenza energetica. Le nostre imprese, dalle acciaierie alle vetrerie, dalla manifattura di precisione all’agroalimentare, perdono competitività ogni ora che passa. La produzione rallenta. Le famiglie fanno i conti ogni fine mese con bollette che non sono affatto di carta, ma sono bollette di carne e di sangue. Sono cifre che erodono i risparmi, che azzerano il potere d’acquisto, che spingono verso la soglia della povertà il ceto medio. Di fronte a questo dramma tangibile, qual è la risposta della politica? Un testo di legge sul nucleare che non contiene una sola centrale. Non c’è un impianto. Non c’è uno straccio di cronoprogramma. Non c’è l’ombra di una localizzazione territoriale per i futuri siti. Non c’è, soprattutto, una copertura finanziaria reale. Leggere le cifre di questo disegno di legge fa venire i brividi per la loro sfacciataggine: sessanta milioni di euro per lo sviluppo del settore e ben sette milioni e mezzo per la comunicazione. Avete capito bene: in proporzione, spendiamo in narrazione televisiva, in spot e propaganda, una fetta colossale delle misere risorse destinate alla sostanza. Stiamo finanziando l’annuncio, non la scissione dell’atomo. Stiamo pagando l’inchiostro, non l’uranio.È il trionfo assoluto della rimozione e della codardia politica. Quando nel 2019 parlavo di “paura della luce”, intendevo esattamente questo: l’incapacità cronica di una classe dirigente di assumersi la responsabilità delle scelte complesse ma necessarie. Giorgia Meloni e la sua maggioranza governano l’Italia da quasi quattro anni. Se davvero credevano in questa energia pulita e sicura, se davvero il nucleare fosse stato percepito come l’architrave della nostra sovranità strategica, questo provvedimento andava varato il primo giorno della legislatura. Dovevano metterci la faccia. Dovevano individuare i siti, andare sui territori, sfidare la sindrome Nimby (il “non nel mio cortile”), spiegare ai cittadini con la forza dei dati che un impianto moderno è sicuro come un ospedale.

Invece no. Il governo sventola in televisione lo specchietto per le allodole dei mini-reattori, vendendo un futuro patinato pur sapendo perfettamente che, senza decisioni prese oggi, la prima goccia di energia nucleare non entrerà nelle nostre case prima del 2045 o del 2050. Questo “nucleare di carta” non abbasserà le bollette di quest’anno, né quelle del prossimo, di un solo, misero centesimo. Allora perché ne parlano con tanta foga? Perché concentrano tutta l’artiglieria mediatica su una promessa a trent’anni? La risposta è la più cinica delle strategie: serve a distrarre l’opinione pubblica da ciò che non stanno facendo nell’immediato. Serve a posticipare le decisioni scomode – come indicare sulla mappa dove costruire i reattori e i depositi – a dopo le prossime elezioni politiche. Perché andare a chiedere voti in una provincia dopo averle assegnato un sito nucleare richiede un coraggio politico, una statura da statisti che questa classe dirigente semplicemente non possiede. Si vende un futuro fantascientifico e deresponsabilizzato per coprire la paralisi colpevole del presente.E mentre la politica chiacchiera del nucleare del futuro, la realtà del presente ci presenta il conto. L’Europa, proprio in queste ore, ci concede un’inaspettata flessibilità: la possibilità di utilizzare circa 14 miliardi di euro di fondi per arginare la spaventosa crisi energetica attuale. E qui il paradosso si trasforma in una farsa amara. Questo stesso governo che per anni ha additato l’Europa di Bruxelles come la radice di tutti i mali, che ha smantellato strumenti di sostegno in nome del libero mercato, oggi esulta per le deroghe comunitarie. Eppure, di fronte a 14 miliardi veri, concreti, da spendere oggi per abbattere i costi, si scopre improvvisamente incerto, balbettante, incapace di tradurre quelle risorse in aiuti immediati per famiglie e aziende. Hanno i grafici pronti e le slide a colori per la conferenza stampa sull’atomo del 2050, ma non hanno un straccio di piano per le bollette di ottobre.

Torno al mio intervento di Madrid. Scrivevo che la transizione richiede realismo. Il mix energetico del futuro deve essere pluralista. Le rinnovabili vanno spinte al massimo, l’efficienza energetica deve diventare una religione laica, ma tutto questo non starà in piedi senza il carico di base fermo, pulito e ipersicuro che solo l’energia nucleare può garantirci. Ma il futuro, signori, non si edifica con gli slogan dei talk show o con le leggi scritte sull’acqua. Si costruisce con i cantieri, con il cemento, con gli investimenti miliardari, con tempi certi e con l’assunzione totale della responsabilità politica. Se continuiamo a preferire la propaganda alla concretezza, se continuiamo a finanziare la narrazione invece delle opere, la nostra transizione ecologica ed economica sarà solo una lenta, inesorabile agonia. Le industrie chiuderanno, delocalizzeranno altrove, dove l’energia costa meno perché qualcuno ha avuto il coraggio di costruire reattori e non chiacchiere. E i cittadini continueranno a pagare il prezzo di questa cecità cronica. Oggi sappiamo che il nucleare è pulito. Sappiamo che è sicuro. La scienza ce lo garantisce. Quello di cui abbiamo davvero paura, in Italia, è la verità. E finché la politica continuerà a produrre solo “nucleare di carta”, a sfuggire alle proprie responsabilità nascondendosi dietro a leggi vuote, l’unica vera energia rinnovabile e inesauribile rimasta in questo Paese sarà quella che i nostri governanti spendono per fabbricare scuse.

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