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COME IL SAMARITANO, PIÙ DEL SAMARITANO – La visita del Papa a Lampedusa: “Il mare chiama alla prossimità, i morti sono vittime di decisioni mancate”
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COME IL SAMARITANO, PIÙ DEL SAMARITANO – La visita del Papa a Lampedusa: “Il mare chiama alla prossimità, i morti sono vittime di decisioni mancate”

Editoriale di Francesco Rizzo

4 Luglio 2026

C’è un punto esatto, nel cuore incandescente e liquido del Mediterraneo, dove la geografia smette di essere una scienza esatta per tramutarsi in una ferita teologica. Quel punto è Lampedusa. Un lembo di terra calcarea, arsa dal sole e sferzata dai venti africani, che la storia contemporanea ha scelto, con spietata ironia, come palcoscenico del nostro più intimo e collettivo giudizio universale. Qui, dove l’azzurro abbacinante del mare si scontra con il nero pece del lutto, Papa Leone XIV ha compiuto molto più di un pellegrinaggio apostolico: ha tracciato una rotta dell’anima, un richiamo disperato e potente alla radice stessa dell’umano. Non è venuto per dispensare facili assoluzioni, il Pontefice. È venuto, innanzitutto, per compiere un atto di profonda e umile sottomissione alla grandezza di un popolo. È venuto a ringraziare i lampedusani e i linosani, a chinare il capo di fronte a chi, da decenni, declina il Vangelo non nei salotti della teologia, ma sulla banchina spazzata dal libeccio, tra i teli termici e le urla di chi ha visto l’inferno.

«Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – “vide e ne ebbe compassione” –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita».

Con queste parole, taglienti come il maestrale e calde come uno scirocco di speranza, Leone XIV ha riassunto l’essenza della sua missione sulla più grande delle isole Pelagie. Ma per comprendere la magnitudo di questa giornata, occorre ripercorrerne i passi, uno ad uno, scendendo con il Santo Padre nei gironi di questa nostra modernità claudicante.

Il silenzio di Cala Pisana. La geometria del dolore

Il viaggio non poteva che iniziare dalla terra consacrata all’addio, lì dove il rumore del mare cede il passo al silenzio insondabile della morte. Il cimitero di Cala Pisana non è un cimitero come gli altri. È un archivio di sogni annegati, un registro anagrafico scritto con l’inchiostro salato delle onde. Qui, dove riposano le spoglie di chi non ha mai visto l’alba del proprio futuro europeo, il Papa si è fermato in preghiera. Tra quelle croci, molte delle quali senza nome, c’è la tomba del piccolo Yousuf. Una lapide che pesa come un macigno sulla coscienza dell’Occidente. Leone XIV si è inginocchiato, sfidando l’età e la fatica, per toccare quella terra. In quel gesto c’è tutta la potenza di una Chiesa che rifiuta l’astrazione e tocca la carne piagata del Cristo crocefisso di oggi. Il mare, fuori da quelle mura cimiteriali, continuava a frangersi sugli scogli, indifferente e maestoso, mentre un uomo vestito di bianco chiedeva perdono a nome di un’umanità distratta. Il silenzio di Cala Pisana ha urlato più di mille risoluzioni delle Nazioni Unite; ha sancito che ogni vita inghiottita dall’abisso è un fallimento cosmico, una frattura nel disegno creativo.

La Porta d’Europa e lo sguardo sull’abisso

Lasciato il cimitero, il corteo papale, spogliato di ogni sfarzo e ridotto all’essenziale, si è mosso verso il promontorio che ospita la Porta d’Europa. L’opera di Mimmo Paladino si staglia contro l’orizzonte come un faro cieco, una soglia aperta sul nulla o sul tutto. Sotto quella porta, Leone XIV ha voluto incontrare la vita che ce l’ha fatta. La carne che è sopravvissuta all’acqua. L’incontro con le due famiglie è stato un frammento di pura poesia umana. Da una parte Rita Adelina, Goulizan Marc Albert, Maria Emanuela e Abougnan Male, originari della Costa d’Avorio, i cui figli sono il simbolo di una rinascita feconda tra Lampedusa e Siracusa. Dall’altra, Leonardo Derek, nato nella terra rossa del Ghana e abbracciato dall’amore adottivo di Walter e Maria Elena. In questi volti, il Papa non ha visto la statistica dell’immigrazione, ma la geografia della salvezza. Ha visto l’amore che rammenda gli strappi del destino. E poi, il gesto imprevisto, fuori da ogni protocollo vaticano. Leone XIV ha deciso di attraversare quella porta. Si è spinto sullo scoglio più estremo, in bilico tra la roccia scura e lo strapiombo azzurro. Ha guardato il mare africano. Lo stesso mare solcato, millenni fa, dai profeti e dai mercanti, e oggi pattugliato dalle motovedette. Ha salutato gli uomini in divisa, gli angeli del mare che strappano corpi alla furia delle acque. In quello sguardo gettato oltre l’orizzonte c’era l’abbraccio a un intero continente in fuga, e al tempo stesso un monito silenzioso all’Europa fortezza, che si ostina a blindare i propri confini mentre smarrisce la propria anima.

Molo Favaloro. Sulle orme di Francesco

La terza tappa di questo pellegrinaggio laico e religioso si è consumata al Molo Favaloro. Pronunciare questo nome significa evocare le immagini di notti infinite, di fari che fendono l’oscurità, di mani coperte dai guanti in lattice che afferrano altre mani scivolose di nafta e terrore. È il primo approdo, la culla di cemento per chi nasce una seconda volta. Qui, il Papa ha benedetto il monumento intitolato al suo predecessore, Papa Francesco, che l’8 luglio del 2013 scelse proprio Lampedusa per il suo primo grido contro la “globalizzazione dell’indifferenza”. Tredici anni dopo, Leone XIV raccoglie quel testimone. La continuità del Ministero Petrino si manifesta qui non nei dogmi, ma nella ostinata fedeltà agli ultimi. Benedicendo quel monumento, il Papa ha santificato la banchina, trasformandola da luogo di disperazione transitoria a cattedrale permanente della solidarietà.

Lo stadio e la liturgia della compassione

Il trasferimento allo stadio ha segnato il passaggio dal raccoglimento privato all’abbraccio corale. Un bagno di folla, un urlo di gioia liberatorio da parte dei lampedusani, dei linosani e di chi è giunto dalla “terraferma” per testimoniare. Lo stadio, solitamente arena di competizioni, si è fatto navata a cielo aperto. A dare voce all’Isola è stato il sindaco, Filippo Mannino. Le sue non sono state parole di circostanza, ma il manifesto politico e umano di un popolo esposto:

«La Sua presenza sulla nostra Isola rappresenta per tutti noi un dono, una carezza fraterna, ma anche una responsabilità. Lampedusa è una piccola terra in mezzo al mare, ma da molti anni porta sulle proprie spalle domande grandi, ferite profonde e speranze gioiose che appartengono al mondo intero. […] Qui il Mediterraneo non è soltanto orizzonte, bellezza e vita. È anche attesa, approdo, dolore e memoria. […] La nostra comunità conosce il valore ed il peso di questa storia».

È il “peso della storia” che Lampedusa porta per conto di Bruxelles, di Roma, di Berlino. È l’orgoglio ferito ma mai piegato di una comunità che ha rifiutato di trasformarsi in una prigione a cielo aperto, scegliendo di restare, prima di tutto, un porto. E poi, i paramenti liturgici. La Messa. Il vento che muove l’altare. L’omelia di Leone XIV è destinata a rimanere una delle pagine più lucide e sferzanti del suo pontificato.

L’Omelia. Anatomia di un miracolo

«Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita… Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».

Il Pontefice ha usato la parola per smantellare i muri dell’egoismo contemporaneo. Ha evocato la figura del Buon Samaritano, la strada insanguinata tra Gerusalemme e Gerico, traslandola brutalmente nel presente liquido del Canale di Sicilia.

«Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri… Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati».

Più del Samaritano. Perché se l’eroe della parabola evangelica si trovò di fronte a un singolo sventurato, il popolo di Lampedusa si è trovato, anno dopo anno, di fronte a un esodo biblico. E non ha distolto lo sguardo. L’impatto con la nudità del dolore, ha ricordato il Papa, precede ogni sovrastruttura ideologica. Prima delle leggi sui flussi, prima dei trattati di Dublino, prima delle polemiche televisive, c’è il corpo dell’altro. E quel corpo chiama alla prossimità.

Il “J’Accuse” sulle decisioni mancate

Ma è nel cuore dell’omelia che Leone XIV ha sferrato il colpo più duro alla coscienza globale, abbandonando la pur nobile retorica della pietà per addentrarsi nell’analisi spietata delle responsabilità umane.

«I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate».

Questa frase è uno squarcio storico. Il Papa non attribuisce la tragedia alla semplice fatalità del mare avverso. Punta il dito contro l’architettura dell’ingiustizia: il disinteresse per il bene comune, la corruzione nei luoghi di provenienza dei migranti, un sistema economico mondiale rapace che produce strutturalmente povertà ed esclusione. Ha denunciato i calcoli criminali dei trafficanti, paragonabili ai signori della morte, ma non ha risparmiato l’inefficienza istituzionale, condannando il «lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise». È la fretta di “passare oltre”, la fretta del sacerdote e del levita della parabola, riprodotta in scala industriale dai governi dell’opulenza.

«È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione… Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui significa entrare nel movimento dell’amore».

Fermarsi. Commuoversi. Abbassarsi. Piangere. Quattro verbi che sono l’alfabeto di un’umanità nuova, contrapposti alla velocità cieca, al cinismo algoritmico, all’arroganza verticale e all’aridità emotiva del nostro tempo.

O’scià. Il respiro del vangelo

L’appello finale del Papa è risuonato come una benedizione potente su questa zolla d’Europa. Ha affidato l’isola alla Madonna di Porto Salvo, ricordando che ogni comunità cristiana deve essere, per definizione, un porto. E ha concluso rubando all’anima dell’isola la sua parola più intima: «O’scià!». Mio respiro. Un termine dialettale che racchiude in sé il soffio della vita, l’essenza stessa dell’esistenza che si condivide con l’amato. A suggellare questa giornata storica è stato l’intervento di Monsignor Alessandro Damiano, Vescovo di Agrigento. Parole che hanno fatto da eco e contrappunto a quelle del Papa:

«Qui a Lampedusa, c’erano ad aspettarla i rappresentanti di un’umanità sospesa, ma fiduciosa di potersi ancorare a un “Porto Salvo”… Per loro questo “Mare Nostrum”, che per noi è fonte di prosperità e generatore di bellezza, è diventato una voragine di disperazione e un abisso di morte. […] La sua visita ci ha richiamati a non sottrarci, per nessuna ragione, a quest’onere, che è prima di tutto un onore; ci ha risvegliati alla nostra vocazione originaria di “custodi di fratelli”… ci ha riconsegnato il ministero dell’ospitalità».

Custodi di fratelli. In queste tre parole risiede il mistero e la missione di Lampedusa. Nel momento in cui il mondo alza barriere di filo spinato, quest’isola solitaria sceglie di restare carne permeabile, braccio teso, cuore pulsante. Mentre il volo papale si staccherà dalla pista, riportando Leone XIV verso Roma, il mare di Lampedusa continuerà la sua eterna sinfonia, cullando i vivi e vegliando i morti. Ma su quegli scogli, da oggi, ci sarà un sigillo indelebile. La certezza che la compassione non è una debolezza dei vinti, ma l’unica forza capace di salvare, letteralmente, il nostro mondo dal proprio naufragio.

Francesco Magno. Un pontificato sine glossa

 

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