I Sicani continuano ad aprire nuovi orizzonti, e lo fanno riappropriandosi del loro respiro più antico, di quella telluricità primigenia che per secoli ha definito l’essenza stessa del nostro stare al mondo. Lo fanno senza il rumore sguaiato degli annunci effimeri, senza la superficialità di chi cerca il consenso immediato, ma operando in profondità. Lo fanno praticando una vera e rigorosa agroecologia: non stiamo parlando di una semplice etichetta estetica o di una verniciatura “green” per pacificare le coscienze borghesi del turismo di massa, ma di una cura radicale del paesaggio. Si tratta di abbracciare quell’ecologia integrale capace di opporsi fieramente al paradigma tecnocratico moderno, per tornare a custodire il Creato in una sinergia profonda tra l’uomo, la terra e il cosmo. Questa rivoluzione silenziosa cammina sulle gambe e sulle intelligenze di famiglie che investono nella propria terra, spazzando via – ed era un atto intellettualmente e moralmente necessario – l’insopportabile, stucchevole e paternalistica retorica del “coraggio di restare“. In questi anni abbiamo assistito, con crescente insofferenza, all’affermarsi di una narrativa pietistica che trasforma chi vive al Sud in una sorta di eroe martire o di sopravvissuto. Ma per quale oscuro motivo dobbiamo continuare a raccontare la nostra presenza qui come una forma di stoica, disperata resistenza? C’è forse la peste tra i nostri monti? Siamo forse accerchiati da un morbo invisibile che rende la fuga l’unica opzione razionale? Dobbiamo finirla, una volta per tutte, di giustificarci. Dobbiamo smetterla di atteggiarci a reduci, quasi come se l’andare via fosse una legge cosmica ineluttabile, un destino predeterminato e scontato rispetto al quale chi non fa la valigia debba continuamente fornire spiegazioni, scuse o alibi. Queste famiglie, questi imprenditori, queste anime radicate, vivono in Sicilia e scommettono sulla Sicilia per un atto di lucida, sovrana e deliberata volontà. È la vocazione a costruire civiltà nei luoghi che amano, senza doversi scusare per non aver assecondato la grande emorragia dell’emigrazione. Credono nella qualità assoluta come traguardo, punto e basta. Il loro è un atto di autoaffermazione identitaria, un moto di pura sovranità ontologica, non di resistenza passiva o di rassegnazione.


È esattamente in questo solco, in questa precisa faglia di rinascimento culturale e materiale, che l’inaugurazione del Bio Resort Carbonia si staglia come una bellissima, dirompente notizia per tutti noi. Non celebriamo questo evento soltanto perché aggiunge dei numeri alle statistiche dell’accoglienza o per un miserevole conteggio di “posti letto” in più. Lo celebriamo perché genera valore autentico, perché restituisce memoria e dignità ai nostri spazi. Ogni nuova camera pensata con gusto, ogni pietra recuperata con dedizione, ogni spazio sottratto all’abbandono significa predisporre il rito sacro e antico dell’ospitalità. Significa accogliere nuovi viaggiatori – e non meri turisti consumatori di paesaggi – disposti a fermarsi, a rallentare il ritmo frenetico della modernità, a vivere la forma e l’ethos dei nostri borghi. Significa permettere a chi arriva di incrociare lo sguardo e incontrare i volti di chi, ogni santissimo giorno, si prende cura di questa terra con le mani sporche di fatica e il cuore colmo di visione.
Non è assolutamente un caso che proprio tra i viali e le stanze delle tenute Carbonia abbiamo voluto far risuonare la voce abissale del mito e l’indagine spietata della psiche. Penso, con viva emozione, a quando abbiamo portato in quegli spazi la drammaturgia immortale dell’Edipo Re, concentrandoci sulla figura del veggente cieco Tiresia con l’evento “Non riconosco allo specchio“.



Abbiamo usato la tragedia greca e la decostruzione del mito per indagare le radici del nostro sostrato culturale, per capire che talvolta occorre essere ciechi alle apparenze mondane per poter scorgere le verità più profonde della nostra identità.



E penso, con altrettanta forza, al laboratorio esperienziale di psicodramma intitolato “BI-sogno di comunità“. Un’esperienza trasformativa che abbiamo vissuto tra quelle stesse mura, mettendo a nudo le nostre fragilità sociali per ricostruire il senso profondo delle nostre relazioni umane, per ricucire quello strappo individualistico che affligge il nostro tempo e ritrovare la dimensione corale dell’esistere insieme. Carbonia, prima ancora di essere una struttura ricettiva, si è già dimostrata un presidio di pensiero, un laboratorio dove l’anima sicana può interrogarsi e rigenerarsi. Da anni, attraverso l’incessante e metodico lavoro del centro culturale Hosàytos, operiamo esattamente in questa direzione: decostruire le narrazioni marginalizzanti, quelle che ci vorrebbero periferia rassegnata della storia, per costruire esperienze di autentica rifondazione culturale. Attraverso la ricerca storica, filosofica e antropologica cerchiamo di restituire voce a un’identità autoctona che era stata sepolta. Ma siamo altrettanto consapevoli di una dura e inoppugnabile verità sociologica: un territorio cresce davvero, compie il salto di qualità e si fa compiutamente polis, solo quando le singole eccellenze smettono di essere isole e tutti decidono di compiere un passo coraggioso nella stessa, identica direzione. Carbonia è, senza ombra di dubbio, uno di quei passi fondamentali. Un mattone angolare posto per edificare una nuova consapevolezza.
Parafrasando le parole di Pier Filippo Spoto, pioniere sognatore e costruttore dell’autentica #restanzadelfare , ogni singola volta che una famiglia sceglie di investire i propri capitali, il proprio tempo e i propri sogni su questi monti impervi e meravigliosi, compie un gesto che va ben oltre l’economia: investe nel futuro stesso dei Sicani. Contribuisce a ricucire quello strappo millenario tra l’uomo e la terra, tra la memoria del passato e la promessa del domani. Per questo, oggi, io non mi limito a festeggiare una nuova apertura imprenditoriale, per quanto lodevole essa sia. Oggi io festeggio il trionfo di un’intuizione condivisa, di una visione del mondo che continua, lentamente ma con un’ostinata, titanica determinazione, a prendere forma e a farsi Storia.
Adesso possiamo dirlo ufficialmente…. Benvenuto, Carbonia!!!! Grazie Eugenia Grazie Antonio!!! Che il vostro progetto sia non solo un successo privato, ma la scintilla propulsiva, l’inizio folgorante di una nuova, luminosa e definitiva stagione di rinascita per tutti i nostri amati Sicani.

