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LA SPERANZA CHE SI FA CARNE. Rapporto quinquennale 2020-2025 della Caritas Diocesana Agrigentina

Ci sono storie che non fanno rumore, che non finiscono sulle prime pagine dei grandi giornali nazionali, ma che rappresentano l’ossatura morale, la spina dorsale incrollabile di una provincia che rifiuta categoricamente di arrendersi al proprio destino. Oggi, guardando ai numeri, alle analisi profonde e, soprattutto, ai volti celati dietro il Rapporto quinquennale 2020-2025 della Caritas Diocesana Agrigentina, il petto non può che gonfiarsi di un orgoglio profondo, viscerale, radicato nella nostra terra di Sicilia. Viviamo in una provincia complessa, segnata da un invecchiamento demografico inesorabile e da giovani costretti a fare le valigie. Eppure, proprio in questa trincea quotidiana, c’è chi ha deciso di restare, di resistere e di “sporcarsi le mani”. È il caso di Giuseppe Sicorello, assistente sociale Sabettese che si spende in modo alacre, instancabile, quasi febbrile, portando sulle proprie spalle il peso delle fragilità altrui. Giuseppe non è solo un professionista esemplare; è il simbolo pulsante di quell’Agrigento che non si volta dall’altra parte. Lavorare nei Centri di Ascolto, guardare negli occhi padri di famiglia che hanno perso tutto, non è un semplice impiego: è una vocazione civile e spirituale. E con lui, il nostro plauso assoluto va a tutta la Caritas Agrigentina e alla Fondazione Mondoaltro, sapientemente guidate dal direttore Valerio Landri. In un lustro che ci ha visti attraversare il buio soffocante della pandemia da Covid-19 e l’angoscia della successiva crisi economica, la Caritas ha saputo trasformare la disperazione in processi reali e tangibili di rinascita.

Il filo rosso del magistero. Da Leone XIII, passando per Francesco, fino alla recentissima visita di Leone XIV

Per comprendere la portata storica e morale del lavoro titanico svolto in questi cinque anni, dobbiamo sollevare lo sguardo. Ancora ci trema il cuore e ancora sentiamo l’odore della salsedine mescolato alle lacrime: Papa Leone XIV è appena stato a Lampedusa. La sua presenza freschissima, un viaggio apostolico che ha appena scosso le fondamenta della nostra provincia, ci costringe a guardare alla dottrina sociale della Chiesa con occhi nuovi. C’è un filo d’acciaio, potentissimo e ininterrotto, che lega il magistero dei Papi. Quando Papa Leone XIII promulgò la Rerum Novarum, squarciò il velo sull’ingiustizia subita dai lavoratori. Quell’urgenza profetica è fluita nel grido di Papa Francesco contro la “globalizzazione dell’indifferenza”, ed è culminata oggi, in questi giorni, nei passi di Leone XIV sul molo di Lampedusa. Il Santo Padre è venuto qui, a toccare con mano il confine dell’Europa, benedicendo silenziosamente il lavoro di chi, come Sicorello e la Caritas, trasforma le encicliche in contratti di affitto, in ascolto, in giustizia sociale. Leone XIV ha visto la nostra frontiera, e ha visto il cuore di una Chiesa agrigentina che non si tira indietro.

La verità dei dati. Il lavoro tradito e la povertà nostrana

I dati del Rapporto 2020-2025 parlano chiaro e spazzano via, con la forza dei fatti, la retorica tossica dei salotti televisivi. L’evidenza empirica dimostra che la vulnerabilità sociale intercetta in misura maggiore i cittadini italiani. Nel quinquennio, i beneficiari italiani sono stati 2.904, contro 2.153 stranieri. La povertà ha il volto dei nostri vicini di casa. Ed è qui che l’eco di Leone XIII si fa assordante. Oltre i due terzi dei beneficiari sono disoccupati. Ma il dato che fa tremare le vene ai polsi è quello sui cosiddetti “working poors”, i lavoratori poveri. Tra gli occupati che si rivolgono alla Caritas agrigentina, il 47% lavora in nero, privo di qualsiasi tutela previdenziale e assicurativa. E tra coloro che hanno un contratto regolare, il 72% è intrappolato in forme contrattuali precarie (tempo determinato o part-time). L’uomo lavora, ma il suo lavoro non lo salva. Questa è la negazione della dignità del lavoro denunciata dai Pontefici, e contro la quale la Caritas si erge come baluardo. Il Rapporto svela inoltre un fallimento del sistema pubblico: oltre i due terzi dei nuclei assistiti dalla Caritas non sono mai stati coperti da misure come il Reddito di Cittadinanza o l’Assegno di Inclusione. Le maglie della burocrazia escludono i più fragili, e la Caritas si fa carico di questo enorme “vuoto di Stato”, intercettando una povertà latente con un reddito medio degli assistiti che, nel 2025, sfiora la miseria di soli 379 euro mensili.

La casa e il riscatto. Abitare è giustizia

Il dramma si estende alla dimensione abitativa. La voce “alloggio” assorbe in maniera nettamente predominante le risorse complessive erogate dalla Caritas. L’affitto, le bollette e le spese condominiali sono l’incubo che toglie il sonno a centinaia di famiglie agrigentine. Ma la Caritas non si limita al sussidio: con modelli come l’Housing Led e strutture come Casa Rahab e La Locanda di Maria, trasforma l’emergenza in percorsi educativi e di autonomia. Non offrono solo un tetto, ma ricostruiscono legami spezzati. L’orgoglio per la nostra Caritas esplode letteralmente quando leggiamo dei miracoli silenziosi compiuti tra le sbarre e nei circuiti penali. L’Ambito Giustizia ha accompagnato oltre 1.000 persone negli ultimi anni. In un sistema carcerario afflitto dal sovraffollamento (la Casa Circondariale di Agrigento registra un sovraffollamento superiore al 25% nel 2025), la Caritas porta luce. Pensate al laboratorio di hairstyle realizzato per 20 donne detenute: 40 ore in cui uno spazio segnato dalle sbarre è diventato un luogo di cura, bellezza e rinascita. Hanno ripreso in mano forbici e pettini, ma soprattutto hanno ritrovato la consapevolezza di valere ancora qualcosa, assottigliando il muro tra il “dentro” e il “fuori”. Questo è il riscatto sociale, questa è l’antitesi alla “povertà ciclica” e alla recidiva.

I giovani e la “Restanza”. L’Eroismo del Quotidiano

Infine, un pensiero ai nostri giovani. Il Rapporto documenta una “fuga” dolorosa: il 34% dei giovani manifesta l’intenzione di trasferirsi fuori regione per mancanza di opportunità, pur conservando un legame affettivo viscerale con la propria terra. Restare ad Agrigento, oggi, è un atto di coraggio. È la cosiddetta “restanza”. Giuseppe Sicorello e tutti i volontari (il cui numero si è stabilizzato ma che affrontano le sfide di un “volontariato fluido”) incarnano esattamente questo eroismo. Ogni giorno macinano chilometri, ascoltano il pianto di nonne lasciate sole a crescere i nipoti o di madri disperate per una bolletta. Hanno trasformato la delusione in “Speranza come forza in movimento”. A tutta la rete dei Centri di Ascolto, agli operatori della Fondazione Mondoaltro, a chi accoglie i migranti in cerca di salvezza e a chi non smette di lottare per la giustizia sociale, va il nostro grazie più feroce e incondizionato. Voi siete i veri “Tessitori di Speranza”. Siete la dimostrazione che Agrigento, cullata dal Mediterraneo di Lampedusa e ispirata dal Magistero della carità, possiede un’anima indomabile. Siete la luce che, ostinatamente, rifiuta di farsi inghiottire dal buio.

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