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Sembrano essere tornate di moda le vicende epiche con al centro Ulisse, anche se la versione di Nolan sembra essere eccessivamente riduttiva. Nella nuova interpretazione, il profilo psicologico attribuito all’eroe omerico è quello di un uomo in crisi, segnato da un forte disturbo post-traumatico dovuto alla guerra. Nei film degli ultimi 10-15 anni il personaggio in crisi esistenziale lo troviamo quasi ovunque. Forse perché oggi il termine umanità viene tradotto esclusivamente con fragilità. Da Nolan ci viene presentato un Ulisse travolto dal rimorso, un sentimento estraneo al mondo greco arcaico. Sappiamo che Ulisse non avrebbe potuto avere rimorsi. Poteva eventualmente avere nostos, vergogna, dolore, ma non “rimorso” nel senso biblico cristiano. Il rimorso nasce quando c’è la sensazione di aver “mancato” una legge assoluta anche se nessuno era presente. Per i Greci non esisteva una cosa del genere. Gli dei non davano comandamenti. Davano favori, sfortune, onore, disonore. Ulisse non poteva conoscere il concetto di “peccato”, poteva solo provare vergogna.
Forse dell’Odissea sarebbe più opportuno e illuminante analizzare alcuni simboli che il mito ci tramanda. Ad esempio il simbolismo che si nasconde in quella che è una sosta dell’ eroe più prolungata e al contempo misteriosa di tutto il poema. È l’ isola di Ogigia, il luogo dove l’eroe sembra trattenuto da una forza invisibile, ospite di Calipso. Il nome Kalypsos significa “colei che nasconde, che copre”. Il nome Ogigia ha un significato che rimanda al concetto di primordiale. È un’isola che Omero descrive come ombelico. È un luogo fuori dal tempo, senza morte, senza storia. Come fosse un utero. In effetti Ulisse sembra essere tornato nel ventre materno. Per sette lunghi anni Calipso lo veste, lo nutre, gli offre l’immortalità. È una cura totalizzante. Praticamente impedisce all’eroe la partenza, la crescita, il ritorno a Itaca, cioè al mondo adulto, alla paternità, alla storia.
Come simbolo psicoanalitico sembra corrispondere alla “grande madre” di Neumann, alla fase pre-edipica. Restare significa non diventare soggetto, ma rimanere feto. Erich Neumann, in La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, spiega che l’archetipo materno ha due facce. La prima è la Madre Nutriente la quale dà latte, riparo, vita. È Calipso che lava e veste Odisseo, è l’Eden che offre ogni frutto. La seconda è la Madre Divorante: quella che ama troppo e non lascia andare. Trattiene il figlio nel suo corpo per non perderlo. È sempre Calipso che offre l’immortalità a patto di restare, è l’Eden che diventa prigione se non se ne esce. Neumann la chiama “l’uroboro che inghiotte”. Sia Ogigia che Eden sono grembi perfetti che rischiano di diventare tombe se manca il taglio, la separazione.
Odisseo ci viene illustrato come prigioniero che piange sulla riva. Vuole “nascere” di nuovo verso casa. Calipso corrisponde al grembo che trattiene e l’isola sembra un Eden, un utero prenatale. Calipso non è solo una ninfa che seduce, non è Circe ma è la rappresentazione dell’archetipo della Madre che impedisce la nascita-separazione. Possiamo leggere nel suo stesso nome: “Colei che nasconde”, colei che copre, che ha la funzione del guscio. Anche l’isola rimanda a un luogo fuori dal tempo, senza morte, senza storia. Esattamente come un utero. Come il Giardino dell’Eden, anche l’isola è il simbolo di grembo cosmico da cui l’uomo deve essere “espulso” per nascere.
Le analogie che troviamo sono impressionanti: abbondanza senza fatica. Niente dolore, niente morte, niente sesso procreativo. Tutto è dato. Nel mito parallelo dell’Eden l’Albero della Conoscenza sembra rappresentare il momento della separazione che corrisponde a prendere coscienza di sé, del bene e del male, della nudità. Simbolicamente corrisponde al traumatico “taglio del cordone”. Sarebbe il momento dell’espulsione quando Dio cacciò Adamo ed Eva. Risulta traumatico ma necessario. Senza quella cacciata non c’era storia, cultura, procreazione.
Come simbolo psicoanalitico corrisponde al “paradiso prenatale” illustrato dal filosofo e psicanalista Otto Rank, il quale descrisse ne “Il trauma della nascita” il desiderio di ritorno al grembo. Per Rank tutti i paradisi, le isole felici, i giardini perfetti sono tentativi di ricreare quella condizione prenatale: caldo, senza bisogno. Secondo l’autore, il distacco del feto dal ventre materno sarebbe il primo e fondamentale trauma della vita. Il luogo ideale dove l’uomo desidererebbe tornare ma non può. “Con il sudore della fronte mangerai il pane” significa entrare nel mondo, nel tempo, nella fatica.
Infatti la “Madre” Calipso nutre, copre, trattiene. Anche nella descrizione che viene fatta, il giardino dell’Eden sembra avere delle similitudini con l’isola di Ogigia. Infatti i quattro fiumi di Eden e le quattro fonti di Ogigia parlano la stessa lingua: quella del grembo. Nel giardino biblico da Eden sgorga un unico fiume che poi si divide in quattro, per irrigare il mondo. Sono le vene della vita. Nell’antro di Calipso Omero descrive la stessa scena: “Quattro fonti sgorgavano vicine, e da ognuna sgorgavano acque correnti, e prati di viole e di sedano intorno fiorivano”. In entrambi i luoghi l’acqua serve a contenere. È un’acqua materna, circolare, che trasforma l’ isola in giardino in un unico corpo chiuso. I quattro fiumi sembrano le quattro pareti di un utero cosmico: disegnano un dentro perfetto, dove il tempo si ferma e ogni bisogno è già saziato. Per questo sia Adamo che Ulisse devono uscire: perché un grembo, per quanto perfetto, se non si rompe non fa nascere nessuno.
La Terra Madre nutre cercando di tentare Ulisse con l’immortalità. Il pericolo che incombe su Ulisse è la regressione, non nascere mai, non diventare adulto. Calipso sembra avere la funzione del loto per Ulisse. L’evento di rottura nell’Odissea è rappresentato da Ermes che riferisce che Zeus ha ordinato l’uscita dal paradiso di Calipso. Quando Odisseo riparte, nasce a se stesso come Adamo ed esce e rientra nella storia.
Sia Calipso che l’Eden offrono una perfezione che in realtà è una trappola. È la perfezione del grembo: calda, eterna, senza mancanza. Ma una vita vera richiede la separazione, il dolore, la storia. Calipso è la madre che ti ama troppo per lasciarti andare. Eden è il grembo cosmico da cui Dio stesso ti “partorisce” cacciandoti.
Calipso è il passaggio da Madre Buona a Madre Terribile. Eden invece è la Madre Buona da cui bisogna staccarsi per non restare feti. Il simbolo della dimensione di Calipso è stato illustrato dall’antropologo Gilbert Durand, secondo cui l’immaginario umano si divide in “regime diurno” ed eroico e “regime notturno” e materno. Calipso ed Eden appartengono chiaramente al secondo. Sono spazi circolari, recintati, acquatici. L’isola Ogigia è “ombelico del mare”, il giardino Eden ha 4 fiumi che lo irrigano. Sono immagini di contenitore, vaso, grembo. Durand dice che questo è l’archetipo “dell’intimità protettiva, dell’utero del mondo”. Non è un caso che in entrambi non esista la storia: non c’è guerra, non c’è futuro. Uscirne significa passare al regime diurno. Odisseo riprende il mare, affronta un nuovo naufragio e la fatica, Adamo lavorerà col sudore della fronte. Inizia il tempo.
L’Adamo rappresentato da Masaccio che piange disperato all’uscita dalla porta ricorda il pianto e la disperazione di ogni bambino espulso dal ventre materno e che entra bruscamente a contatto con la vita. Odisseo e Adamo sono due personaggi che la tradizione ci tramanda e che in modo molto diverso scelgono la storia al posto dell’eternità. Lasciano il giardino perfetto in cambio del dolore, del tempo, della morte. Perché l’eternità senza scelta è una prigione. La storia, anche se fa male, è l’unico modo per diventare uomini. Solo uscendo dal grembo si può avere un nome, una casa, una storia da raccontare. L’eternità garantisce la vita, ma nega l’identità. La storia nega la perfezione, ma costruisce l’uomo.