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Social Media, rischio salute mentale per i giovani: Meta, patteggiati 16,7miliardi

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Si è parlato a lungo, nei talk show e nei dibattiti pubblici, dell’esplosione dell’utilizzo dei social network da parte di quasi tutte le fasce d’età, con una diffusione particolarmente marcata tra i più giovani. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 l’89,3% dei giovani europei tra i 16 e i 29 anni utilizzava i social network. Una percentuale che supera di gran lunga quella della popolazione generale, nella quale il 67,3% delle persone fa uso dei social.

In 19 dei 27 Paesi dell’Unione europea, oltre il 90% dei giovani utilizza i social network. Le percentuali più alte si registrano a Cipro (98,3%), nella Repubblica Ceca (97,2%), in Danimarca (96,9%) e in Finlandia (96,6%), mentre le più basse si registrano in Italia (80,3%), Germania (84,2%) e Lussemburgo (84,8%).

Il DataReportal, nelle sue statistiche globali sui social media, riporta che all’inizio di aprile 2026 esistevano 5,79 miliardi di “identità utente” sui social media in tutto il mondo.

Una cifra impressionante, che fotografa la dimensione ormai planetaria del fenomeno: gli utenti dei social media rappresentano una supermaggioranza della popolazione mondiale, con un rapporto di oltre due a uno rispetto a chi non utilizza queste piattaforme. Il dato va letto tenendo conto del fatto che si tratta di identità utente e non necessariamente di persone fisiche uniche, ma resta comunque indicativo della portata raggiunta dai social network.

Utilizzo dei social e rischio per la salute mentale: studi a confronto

Oltre alla diffusione dei mezzi di comunicazione digitali e dei dispositivi, ciò che desta maggiore preoccupazione nelle analisi sociologiche e scientifiche è il rapporto tra questo fenomeno in crescita e la salute mentale, soprattutto considerando l’esposizione sempre più precoce delle fasce più giovani.

Secondo uno studio pubblicato il 14 aprile 2022 su JMIR Publications, intitolato “Problematic Social Media Use in Adolescents and Young Adults: Systematic Review and Meta-analysis”, emergono prove di un’associazione tra l’uso problematico dei social media e una peggiore salute mentale tra adolescenti e giovani adulti. La ricerca sottolinea inoltre la necessità di approfondire i meccanismi alla base dell’uso problematico dei social.

È importante, tuttavia, distinguere tra correlazione e causalità: l’esistenza di un’associazione tra uso problematico dei social e problemi di salute mentale non significa automaticamente che i social siano l’unica causa di depressione, ansia o altri disturbi. Il rapporto è più complesso e coinvolge molteplici fattori individuali, sociali e ambientali.

Nonostante i vantaggi offerti dai social media, esistono quindi anche rischi e conseguenze potenzialmente negative. Nel 2023, il Surgeon General degli Stati Uniti ha pubblicato un avviso dedicato proprio al rapporto tra social media e salute mentale dei giovani.

Secondo l’avviso, le evidenze disponibili suggeriscono che i social media possono potenzialmente danneggiare la salute mentale di bambini e adolescenti. Il documento ha evidenziato che l’uso frequente dei social può essere associato a cambiamenti in alcune aree e funzioni cerebrali legate a:

controllo degli impulsi;
comportamento sociale;
regolazione emotiva;
sensibilità alle ricompense e alle punizioni sociali.
Social media e dipendenza nei bambini e negli adolescenti.

L’avviso suggerisce inoltre che l’esposizione ai social media possa coinvolgere i sistemi di ricompensa del cervello attraverso meccanismi di rinforzo che possono favorire un utilizzo ripetuto e difficile da interrompere.

Il fenomeno può essere legato, tra le altre cose, al bisogno di evadere dai problemi della realtà quotidiana, ridurre la solitudine o sentirsi maggiormente connessi al mondo esterno. L’attenzione ricevuta attraverso un contenuto condiviso, un “mi piace” o una reazione può contribuire a rafforzare il comportamento e spingere il giovane a tornare frequentemente sulla piattaforma.

È proprio questo meccanismo di ricompensa e ripetizione che può rendere particolarmente difficile interrompere l’utilizzo dei social, soprattutto durante le fasi più delicate dello sviluppo.

Social media e depressione nei bambini e negli adolescenti

Esiste inoltre una relazione documentata tra utilizzo dei social media e sintomi depressivi. Alcune ricerche hanno rilevato tassi elevati di depressione sia in caso di utilizzo molto basso sia in caso di utilizzo molto elevato dei social.

Questo suggerisce che non esista necessariamente una soglia identica per tutti, ma che il rapporto tra utilizzo, età, caratteristiche individuali e fattori protettivi possa determinare effetti differenti.

La ricerca ha inoltre evidenziato che chi trascorre più tempo sui social media tende a mostrare una maggiore presenza di sintomi depressivi. Anche in questo caso, però, il legame non può essere interpretato automaticamente come un rapporto di causa-effetto.

“La depressione è complessa e presenta molti fattori di rischio non direttamente correlati all’utilizzo dei social media”, afferma Vidal. “Tuttavia, un uso eccessivo dei social media è associato a comportamenti che potrebbero contribuire al peggioramento dei sintomi depressivi.”

Tra questi comportamenti figurano:

Isolamento sociale: rispetto alle generazioni passate, bambini e adolescenti trascorrono meno tempo a interagire di persona con amici e familiari. Molti utilizzano oggi i social media per mantenere le proprie relazioni, ma questo può anche aumentare la sensazione di isolamento o esclusione quando vedono altri partecipare ad attività sociali alle quali non prendono parte.

Mancanza di attività salutari: l’attività fisica e il tempo trascorso all’aria aperta favoriscono il benessere psicofisico e possono contribuire ad alleviare alcuni sintomi depressivi. Possono inoltre fornire un senso di realizzazione e aumentare la fiducia in se stessi. Il tempo trascorso sui social può invece sottrarre spazio a queste attività.

Mancanza di sonno: la privazione del sonno è associata a numerosi problemi di salute mentale e i social media possono interferire con la qualità e la durata del riposo. Un utilizzo che doveva durare pochi minuti può trasformarsi in ore di navigazione. Anche l’esposizione alla luce degli schermi nelle ore serali può interferire con i ritmi del sonno.

Esposizione al bullismo: il cyberbullismo può consentire ai responsabili di mantenere un certo grado di anonimato e rendere più difficile per i genitori accorgersi immediatamente di ciò che sta accadendo. I ragazzi vittime di cyberbullismo possono inoltre evitare di parlarne con gli adulti per paura di perdere l’accesso alla tecnologia o di subire conseguenze.

Aumento dei confronti sociali: osservare continuamente come gli altri vivono, o come apparentemente vivono, può generare sentimenti di insoddisfazione, tristezza e inadeguatezza. Le rappresentazioni spesso filtrate e idealizzate della vita altrui possono incidere sull’autostima dei più giovani.

Parallelamente all’aumento della diffusione dei social media e delle piattaforme digitali si sono osservati anche aumenti preoccupanti di depressione e suicidio tra i giovani. Anche in questo caso, tuttavia, la contemporaneità dei fenomeni non è sufficiente da sola a dimostrare un rapporto causale diretto.

Il rapporto dell’OMS su adolescenti, schermi e salute mentale

Nuovi dati dell’Ufficio regionale dell’OMS per l’Europa hanno evidenziato un forte aumento dell’uso problematico dei social media tra gli adolescenti, con tassi passati dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022.

Il dato, unito alla constatazione che il 12% degli adolescenti è a rischio di dipendenza dai videogiochi, solleva preoccupazioni sull’impatto della tecnologia digitale sulla salute mentale e sul benessere dei giovani.

I risultati provengono dallo studio Health Behaviour in School-aged Children (HBSC), che nel 2022 ha coinvolto quasi 280.000 giovani di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni dell’Europa, dell’Asia centrale e del Canada.

Tra i principali risultati emersi:

oltre un adolescente su dieci (11%) ha mostrato segni di comportamento problematico sui social media, faticando a controllarne l’utilizzo e subendo conseguenze negative;
le ragazze hanno riportato livelli più elevati di utilizzo problematico rispetto ai ragazzi (13% contro 9%);
oltre un terzo (36%) dei giovani ha dichiarato di essere in contatto costante con gli amici online, con la percentuale più alta tra le ragazze di 15 anni (44%);
un terzo (34%) degli adolescenti gioca ai videogiochi ogni giorno;
più di un adolescente su cinque (22%) gioca per almeno quattro ore nei giorni in cui utilizza i videogiochi;
il 12% degli adolescenti è a rischio di dipendenza dai videogiochi, con i ragazzi più propensi delle ragazze a mostrare segni di dipendenza (16% contro 7%).

Il rapporto definisce l’uso problematico dei social media come un modello di comportamento caratterizzato da sintomi simili a quelli della dipendenza. Tra questi figurano l’incapacità di controllare l’utilizzo dei social, la comparsa di sintomi di astinenza quando non vengono utilizzati, la trascuratezza di altre attività a favore delle piattaforme e le conseguenze negative nella vita quotidiana derivanti dall’uso eccessivo.

Il patteggiamento di Meta da 16,7 miliardi nell’accordo con gli Stati Usa sulla dipendenza dai social

Il 26 agosto 2026, in un processo federale nato nel 2023 dall’iniziativa di un gruppo di Stati degli Stati Uniti per stabilire se Meta fosse responsabile di violazioni delle leggi sulla privacy e di danni alla salute mentale dei minori, l’azienda ha raggiunto un accordo.

Come parte dell’accordo, Meta verserà 2,2 miliardi di dollari alla California. L’accordo è stato raggiunto durante la seconda settimana del processo, svoltosi presso il tribunale federale di Oakland, e co-diretto dal procuratore generale della California Rob Bonta e dai procuratori generali di Colorado, New Jersey e Kentucky, che rappresentano un gruppo bipartisan di 29 procuratori generali coinvolti nella causa congiunta.

Meta non ammette responsabilità, ma accetta di assumere impegni per modificare Facebook e Instagram per gli utenti adolescenti. Il caso giudiziario si conclude dunque senza una sentenza di merito sulle accuse, ma lascia sul tavolo una delle conseguenze potenzialmente più rilevanti del processo: un intervento concreto sul funzionamento delle piattaforme.

I 29 Stati americani accusavano Meta di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi in grado di creare dipendenza nei minori, pur essendo consapevole dei possibili effetti negativi. Le accuse riguardavano anche la raccolta e l’utilizzo dei dati dei bambini senza il necessario consenso dei genitori.

Il punto potenzialmente dirompente era che, se il processo fosse arrivato a una sentenza sfavorevole, Meta avrebbe potuto essere costretta non soltanto a pagare somme enormi, ma anche a modificare concretamente il funzionamento di Facebook e Instagram attraverso limiti d’uso, modifiche agli algoritmi e altri strumenti di protezione dei minori.

Con l’accordo non è arrivata una sentenza che stabilisca nel merito la responsabilità di Meta. Sono però stati assunti impegni concreti sul funzionamento delle piattaforme, rendendo la vicenda particolarmente significativa anche dal punto di vista negoziale e regolatorio.

Gli Stati erano arrivati a prospettare sanzioni potenziali nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, mentre Meta sosteneva addirittura che le richieste potessero arrivare fino a 1.400 miliardi.

La scelta di Meta di raggiungere un accordo, quindi, non può essere letta soltanto in termini economici. Evitare che una giuria stabilisse nel merito se le accuse fossero fondate significa anche evitare la formazione di un precedente giudiziario potenzialmente molto più difficile da gestire nei contenziosi successivi.

La vicenda, infatti, non finisce qui. Meta e le altre grandi piattaforme, tra cui TikTok, YouTube e Snapchat, devono ancora affrontare migliaia di cause analoghe promosse da famiglie, scuole, governi locali e Stati. L’accordo potrebbe quindi diventare un precedente negoziale e strategico di grande rilievo, anche senza costituire una sentenza di merito.

La reazione di Meta: nuove tutele e controlli per gli adolescenti

“Garantire agli adolescenti un’esperienza sicura e costruttiva sulle nostre piattaforme è per Meta una priorità assoluta. Vogliamo fare le cose per bene sia per i genitori che per i ragazzi, ed è per questo che abbiamo collaborato con i procuratori generali statali per definire un nuovo standard di settore”.

Così Meta, in un lungo post sul proprio blog, ha annunciato l’accordo con i procuratori generali di diversi Stati, invitando le piattaforme concorrenti ad aumentare gli sforzi per garantire un ambiente più sicuro sui social.

“Tutte le piattaforme dovrebbero dare potere ai genitori e supportare gli adolescenti adottando le stesse misure, perché sappiamo che quando agli adolescenti viene imposto un limite su un’app, semplicemente passano a un’altra”, sostiene Meta, invitando TikTok e YouTube a unirsi all’iniziativa e ai procuratori generali statali nell’adozione di questo nuovo standard.

Meta assicura nuove tutele per gli adolescenti e controlli più rigorosi per i genitori. Tra le misure figurano un limite di tempo di due ore al giorno, disattivabile dai genitori, una “modalità Scuola”, la disattivazione predefinita delle notifiche tra le 8 e le 15 e la rimozione predefinita del numero di “mi piace” e delle reazioni ai post, sia propri sia altrui.

L’azienda prevede inoltre un impegno rafforzato sulla verifica dell’età e incoraggia i genitori a configurare gli strumenti di supervisione e i nuovi controlli disponibili.

Ma chi c’è dietro queste grandi aziende e questi progetti?

A questo punto emerge una domanda diversa, che va oltre il singolo comportamento dell’utente: chi decide come vengono progettati e regolati gli ambienti digitali nei quali trascorrono una parte crescente della propria vita miliardi di persone, compresi i minori?

Meta Platforms, ex Facebook, è una società quotata in borsa e quindi non ha un unico proprietario, ma appartiene a milioni di azionisti. Mark Zuckerberg mantiene tuttavia il controllo della società grazie alla struttura azionaria a voto multiplo.

Nata nel 2004 nei dormitori di Harvard, la società ricevette nello stesso anno un importante finanziamento esterno da Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che investì 500.000 dollari in cambio di una quota iniziale. Tra gli altri investitori della prima ora figuravano Eduardo Saverin, Dustin Moskovitz e Sean Parker.

Tra i principali azionisti istituzionali di Meta figurano grandi fondi di investimento mondiali, tra cui Vanguard Group, BlackRock e State Street Corporation.

Sono nomi che ricorrono frequentemente quando si analizza la concentrazione del capitale e del potere economico nei grandi gruppi tecnologici occidentali.

Tra questi, quello di Peter Thiel assume un rilievo particolare non tanto perché dimostri un controllo diretto di Meta, che non è ciò che risulta dai dati sulla proprietà della società, quanto per la rete di interessi e investimenti tecnologici che si sviluppa attorno alla sua figura.

Peter Thiel, nato in Germania e cresciuto in California, ha studiato filosofia a Stanford, confrontandosi con autori come René Girard, Leo Strauss e Carl Schmitt. È diventato uno degli investitori più influenti dell’industria tecnologica americana, ha finanziato Facebook e contribuito alla nascita di PayPal.

Nel 2003 ha inoltre creato Palantir, società specializzata nell’analisi dei Big Data e diventata uno dei principali operatori nel settore della tecnologia applicata alla sicurezza, all’intelligence e alla difesa americana.

Palantir ha sviluppato, tra le altre, la piattaforma Gotham, il cui sviluppo ha avuto anche il sostegno di In-Q-Tel, il fondo di investimento legato alla CIA. L’azienda ha costruito negli anni rapporti con numerose istituzioni governative e militari statunitensi e le sue tecnologie sono state utilizzate in diversi contesti di sicurezza e difesa.

Per mantenere il vantaggio tecnologico sui propri avversari, Palantir sostiene la necessità di fornire software e capacità di analisi a ogni livello della difesa. La sua espansione nel settore governativo e militare rappresenta uno degli esempi più evidenti dell’intreccio tra capitale privato, Big Data, intelligence e apparati statali.

È qui che i due percorsi apparentemente separati dell’articolo iniziano a incontrarsi.

Da una parte ci sono piattaforme social utilizzate quotidianamente da miliardi di persone, con modelli economici fondati sull’attenzione, sull’interazione e sulla raccolta di dati. Dall’altra ci sono aziende tecnologiche che operano nei settori dell’intelligence, della sicurezza e della difesa, spesso in rapporto diretto con le istituzioni pubbliche.

Il semplice fatto che Peter Thiel abbia investito in Facebook e sia poi diventato una figura centrale nel settore dell’intelligence tecnologica non dimostra, da solo, l’esistenza di un progetto comune tra Meta e Palantir, né tantomeno un piano deliberato per danneggiare la salute mentale dei giovani.

Ma proprio questa distinzione rende la domanda più interessante.

Il punto non è necessariamente chiedersi se esista un’unica regia dietro fenomeni diversi. Il punto è capire quanto potere abbiano oggi le grandi aziende tecnologiche nel determinare il funzionamento degli ambienti digitali, quali interessi economici orientino quel funzionamento e quanto questi interessi possano entrare in tensione con la tutela degli utenti più giovani.

La questione della salute mentale, in questo senso, non riguarda soltanto il comportamento del singolo adolescente davanti allo schermo. Riguarda anche chi progetta le piattaforme, quali meccanismi vengono utilizzati per trattenere l’attenzione, quali dati vengono raccolti, quali limiti vengono introdotti e solo dopo quali pressioni politiche, giudiziarie o sociali.

Il caso Meta rappresenta proprio un punto di svolta: per la prima volta una delle più grandi piattaforme del mondo accetta modifiche significative al proprio funzionamento rivolte agli adolescenti, mentre continua a non riconoscere una responsabilità per i danni contestati.

La domanda, quindi, non è soltanto se i social facciano male ai giovani.

È chi debba stabilire quanto possano essere progettati per catturare la loro attenzione, quali limiti debbano essere imposti e quali interessi debbano prevalere quando il modello economico delle piattaforme entra in conflitto con la tutela della salute e del benessere degli utenti.

Ed è proprio osservando la concentrazione di capitale, tecnologia, dati e rapporti con le istituzioni che diventa necessario interrogarsi sul potere reale esercitato dalle grandi aziende tecnologiche occidentali.

In tutto ciò potrebbe esserci una possibilità che dietro la crisi della salute mentale dei giovani esista un’unica regia?

 

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