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Morte e Rinascimento : Il codice pulp del Pomarancio tra l’Umbria e Roma.

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Pubblico con piacere questo interessante saggio a cura di Antoinette di Nitto

Se pensate che il genere pulp, fatto di sangue a fiumi, mutilazioni caleidoscopiche e narrazioni iperviolente siano invenzioni del cinema tarantiniano anni Novanta, dovete fare un passo indietro al tardo Cinquecento. Il “regista” di questo shock-value rinascimentale, si chiama Niccolò Circignani, noto alle cronache dell’arte

come il Pomarancio. Questo pittore toscano, richiestissimo dalle élite dell’epoca, ha orchestrato un perturbante gioco di specchi tra sacro e profano attraverso due cicli pittorici antitetici: le sale di Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago e la basilica di Santo Stefano Rotondo a Roma. Due facce della stessa medaglia splatter, dove il sangue diventa il più raffinato degli strumenti di comunicazione.

A Castiglione del Lago, nelle stanze affacciate sul Trasimeno, il Pomarancio viene ingaggiato per realizzare quella che oggi definiremmo un action movie aristocratico.

La biografia celebrativa di un Divo dell’arte della guerra: il marchese Ascanio della Corgna.

Nella Sala dell’Investitura va in scena il “Duello del Secolo” del 1546, dove lui trionfa contro il fiorentino Giovanni Taddei. L’artista esclude ogni tipo di poesia: dipinge il suo orbo e fiero

Mecenate, l’acciaio che penetra i muscoli e la violenza dei fendenti con una precisione quasi geometrica.

Da una prospettiva antropologica, non siamo di fronte a mero sadismo, ma alla celebrazione della “violenza ritualizzata” come pilastro dell’onore nobiliare. Nelle società di antico regime, il corpo del condottiero è il prolungamento dello Stato stesso. Esibire la carne squarciata dell’avversario sulle pareti della propria dimora è un codice simbolico d’alto profilo, per ribadire il monopolio della forza e intimidire l’ospite. La violenza si fa performance culturale: chi entra nel palazzo deve capire subito che coi padroni di casa non si scherza. È un pulp politico, spavaldo e orgoglioso.

Spostandoci a Roma, nella quiete circolare di Santo Stefano Rotondo nel 1582, il Pomarancio cambia genere ma non stile, firmando il più imponente body horror della storia sacra. Trentaquattro scene di martirio costituiscono un catalogo enciclopedico di supplizi: santi bolliti in calderoni fumanti, arti amputati con accette affilate, lingue strappate con le pinze e toraci aperti. Un “Torture garden” istituzionale con unnetto ribaltamento semantico: la violenza subita si fa veicolo di sacralità e rito di passaggio. Questo ciclo, commissionato nel clima della Controriforma, fungeva da brutale dispositivo pedagogico per i giovani gesuiti destinati alle missioni d’oltreoceano. Esporre la sfigurazione del corpo umano serviva ad addomesticare il terrore della morte e sacralizzare il dolore. Il supplizio non è più una condanna, ma un video di formazione estremo: “Ecco cosa potrebbero farvi là fuori, ma è così che si conquista il cielo”.

Il vero elemento irriverente dell’opera del Pomarancio risiede nel contrasto psicologico delle figure, orchestrato con una struttura sequenziale che anticipa le vignette dei graphic novel moderni. Mentre a Castiglione i corpi si contraggono nella furia dello scontro, a Roma i martiri subiscono lo smembramento esibendo volti imperturbabili ed estatici. Questo tilt visivo tra l’atrocità dell’azione e la compostezza celestiale della vittima, è puro cinema contemporaneo. La violenza viene estetizzata fino a perdere il suo peso drammatico e si fa misticismo iconico. Che si trattasse di glorificare la spada di un tiranno locale o di forgiare l’anima di un soldato di Cristo, il Pomarancio comprese prima di tutti una grande verità mediatica: lo shock vende, il sangue cattura l’occhio e una violenza ben coreografata resta impressa nella memoria collettiva molto più di mille sermoni.

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