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I colloqui di pace possono riprendere senza che la guerra si arresti: è quanto emerge dal resoconto fatto dal giornale Reuters in un suo articolo del 6 settembre in merito agli incontri degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner prima con Vladimir Putin a Mosca e poi Volodymyr Zelensky a Kyiv, che puntano a riaprire uno spazio negoziale nel conflitto russo-ucraino. Nessuna svolta decisiva, ma la prospettiva di ulteriori incontri, mentre rimangono irrisolte le questioni territoriali e le garanzie di sicurezza.
Questa distanza tra il ritorno del dialogo e il raggiungimento di un accordo rivela una difficoltà più profonda. La diplomazia non opera fuori dalla guerra, in un territorio sottratto ai rapporti di forza: cerca invece di trasformare quei rapporti in condizioni nelle quali il compromesso diventi possibile.
Si ripresenta così un interrogativo antico, reso urgente dai conflitti contemporanei: la pace si garantisce attraverso il riarmo oppure attraverso il superamento della logica delle armi? E quanto vale la parola di uno Stato quando non è sostenuta dalla capacità di difendersi?
La pace come costruzione politica
Occorre anzitutto evitare che il confronto venga ridotto all’opposizione tra realisti consapevoli e pacifisti ingenui. Le teorie della pace non costituiscono un unico orientamento, così come il riconoscimento della necessità della difesa non comporta necessariamente l’approvazione di una corsa illimitata agli armamenti.
In “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, il filosofo Immanuel Kant affronta la questione come un problema istituzionale. La pace non può dipendere soltanto dalle buone intenzioni dei governanti: richiede costituzioni repubblicane, una federazione di Stati liberi e un diritto cosmopolitico capace di regolare anche l’incontro con lo straniero. Il punto decisivo consiste nel sottrarre progressivamente i rapporti internazionali all’arbitrio, rendendoli rapporti giuridici. Non basta desiderare che la guerra finisca, occorre costruire un ordine che ne renda meno probabile il ritorno.
Su un terreno affine si collocano le teorie liberali e istituzionaliste: organizzazioni internazionali, cooperazione economica e regole condivise possono ridurre l’incertezza, rendere verificabili gli impegni e aumentare i costi della rottura. La diplomazia assume allora una funzione che supera la gestione delle emergenze: mantiene aperti canali di comunicazione e costruisce abitudini di collaborazione. Si tratta di una possibilità politica, non di un automatismo, alla luce del fatto, largamente accettato, che gli scambi commerciali non cancellano da soli le ambizioni di dominio.
Un’altra distinzione fondamentale è quella proposta da Johan Galtung tra pace negativa e pace positiva. La prima indica l’assenza di violenza diretta, mentre la seconda riguarda anche il superamento delle condizioni strutturali che producono esclusione e sofferenza evitabile. Un cessate il fuoco salva vite ed è essenziale, ma non equivale ancora a una convivenza giusta. Una società infatti può non combattere e continuare a essere attraversata da sopraffazione e diseguaglianze profonde.
La tradizione della nonviolenza, rappresentata da Gandhi, introduce infine una domanda sui mezzi: è possibile contrastare l’ingiustizia senza riprodurne i metodi? La nonviolenza non coincide, in questa prospettiva, con la passività, ma richiede coraggio, disciplina e disponibilità a sostenere il costo della resistenza. Il suo contributo consiste nel ricordare che anche la maniera in cui si combatte un’ingiustizia contribuisce a determinare l’ordine che verrà dopo.
La forza come garanzia e come rischio
Il realismo politico muove da una constatazione differente rispetto quanto abbiamo analizzato fino ad ora: nel sistema internazionale manca un’autorità superiore capace di proteggere sempre e con efficacia tutti gli Stati e dunque, in questo contesto di anarchia, la sicurezza dipende anche dalle capacità proprie e dalle rispettive alleanze.
In Hans Morgenthau, il potere e l’interesse nazionale diventano strumenti centrali per comprendere la politica internazionale. Questo non significa però che la guerra sia inevitabile o desiderabile: la prudenza impone di valutare le conseguenze delle decisioni e i limiti della propria forza. Un realismo maturo dovrebbe diffidare tanto delle promesse senza garanzie quanto delle ambizioni militari senza misura.
La teoria della deterrenza sviluppa il seguente ragionamento: un’aggressione può essere prevenuta se il suo autore ritiene di non poter conseguire i propri obiettivi oppure di dover sostenere costi inaccettabili. Il riarmo viene giustificato, in questa prospettiva, come strumento per rendere credibile la difesa, non come fine autonomo.
Thomas Schelling, in “Arms and Influence”, chiarisce come la capacità militare possa tradursi in potere negoziale. La forza agisce anche quando non viene impiegata, attraverso le aspettative che genera nell’avversario. Ma proprio per questo sono decisivi la comunicazione, la credibilità degli impegni e la possibilità di un’intesa: minacciare senza indicare una via d’uscita può chiudere lo spazio che la diplomazia dovrebbe aprire.
Esiste tuttavia un problema, descritto da John Herz come dilemma della sicurezza. Gli armamenti che uno Stato considera difensivi possono essere percepiti dall’altro come preparativi offensivi. Ciascuno reagisce all’insicurezza rafforzandosi e finisce così per accrescere quella altrui. La ricerca individuale di protezione può produrre una vulnerabilità collettiva maggiore.
Quanto pesa la parola di chi possiede le armi?
Se da un lato è dunque comprensibile sostenere che una maggiore forza militare possa rafforzare la posizione diplomatica di uno Stato, dall’altro non ne deriva, però, una proporzione diretta tra arsenale e capacità diplomatica.
La forza può impedire che una trattativa si trasformi in un ultimatum, ma non produce automaticamente fiducia o legittimità, né tantomeno comprensione dell’interlocutore. Contano anche la solidità economica, la coesione politica, le alleanze e la reputazione di rispettare gli accordi. Un mediatore, inoltre, può essere ascoltato proprio perché non minaccia e non aspira a ottenere vantaggi territoriali.
Occorre distinguere, dunque, il potere di costringere dalla capacità di persuadere e di mediare. La diplomazia può utilizzare la forza come sostegno, ma perde la propria funzione quando diventa soltanto la traduzione verbale di una superiorità militare. Il suo compito è rendere possibile un ordine che non abbia bisogno di essere continuamente imposto.
Una pace che riconosca la persona
La tradizione cristiana offre a questo confronto un criterio esigente. Nella costituzione pastorale Gaudium et spes viene riconosciuto, a determinate condizioni, il diritto alla legittima difesa, ma vi si rifiuta parallelamente di identificare la pace con il semplice equilibrio delle potenze, denunciando i pericoli della corsa agli armamenti. Proteggere chi subisce un’aggressione e interrogarsi sui limiti della forza sono responsabilità che devono essere pensate insieme.
Nell’enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII lega la pace alla verità, alla giustizia, all’amore e alla libertà, indicando la necessità di un disarmo reciproco accompagnato da controlli efficaci. La fiducia non è qui una rinuncia alla prudenza: è un obiettivo da costruire attraverso comportamenti riconoscibili e impegni verificabili.
La questione ultima riguarda allora il modo in cui guardiamo l’altro: riconoscere l’umanità dell’avversario non significa assolverlo dalle sue responsabilità, né chiedere alla vittima di rinunciare alla giustizia, significa piuttosto impedire che il conflitto diventi l’unica forma possibile della relazione.
Una politica responsabile deve saper proteggere il presente senza rendere impossibile il futuro. Le armi possono, in determinate circostanze, impedire una sopraffazione; non possono stabilire da sole per quale convivenza valga la pena rinunciarvi. È in questa distanza che comincia il lavoro più difficile della diplomazia: trasformare la possibilità di distruggersi nella responsabilità di abitare lo stesso mondo.