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A Montalcino la materia diventa anima: Beatrice Paganessi porta in scena il mistero del corpo

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Dall’11 al 28 settembre 2026 OCRA Montalcino ospita “Corpi in scena: la materia dell’anima”, mostra scultorea di Beatrice Paganessi a cura del critico d’arte Antonello Di Pinto. Un viaggio potente e silenzioso nella fragilità dell’essere umano, là dove la forma smette di rappresentare il corpo e comincia a raccontarne l’esistenza.

Ci sono opere che chiedono di essere guardate.
E poi ci sono opere che, nel momento stesso in cui le incontriamo, sembrano essere loro a guardare noi.

Le sculture di Beatrice Paganessi appartengono a questa seconda, rara categoria.

A Montalcino, dall’11 al 28 settembre 2026, gli spazi di OCRA Montalcino accolgono “Corpi in scena: la materia dell’anima”, esposizione curata dal critico d’arte Antonello Di Pinto. Un titolo che contiene già una dichiarazione poetica: il corpo come luogo della rappresentazione, certamente, ma soprattutto come territorio nel quale si depositano memoria, vulnerabilità, desiderio, assenza e identità.

Non è una mostra che celebra semplicemente la figura umana.
La interroga.

Paganessi sembra partire dalla materia per arrivare esattamente nel punto in cui la materia non basta più.

I suoi corpi non cercano la perfezione anatomica, non inseguono l’ideale classico e non desiderano rassicurare chi osserva. Sono presenze segnate, attraversate, talvolta incomplete. Superfici tormentate, volumi che sembrano emergere da una memoria antichissima, figure sospese tra apparizione e dissolvimento.

Ed è precisamente nell’imperfezione che acquistano una straordinaria forza.

Il corpo come archivio dell’esistenza

La scultura, forse più di qualsiasi altra disciplina artistica, possiede un rapporto fisico con il tempo.

La materia viene toccata, ferita, scavata, modellata. Conserva il gesto dell’artista e contemporaneamente sembra custodire qualcosa che precede quel gesto.

Nelle opere di Beatrice Paganessi questa relazione diventa evidente.

La superficie non è soltanto pelle della scultura: diventa memoria.

Ogni asperità suggerisce un passaggio, ogni lacuna sembra raccontare ciò che non possiamo più vedere, ogni frammentazione finisce paradossalmente per restituire alla figura una presenza ancora più intensa.

Il corpo si presenta così non come involucro, ma come archivio dell’esperienza umana.

Siamo ciò che abbiamo vissuto.
Siamo ciò che abbiamo perduto.
Siamo persino le nostre fratture.

E la scultura sembra ricordarcelo senza pronunciare una parola.

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione: Paganessi non costruisce immagini da contemplare a distanza, ma presenze con le quali inevitabilmente entriamo in relazione.

Corpi in scena

La scelta della parola scena è particolarmente significativa.

Perché davanti a queste figure sembra realmente di assistere a una rappresentazione nella quale, tuttavia, non esiste separazione tra attore e spettatore.

I corpi sono sulla scena.

Ma sulla scena, improvvisamente, ci siamo anche noi.

L’arte diventa uno specchio diverso da quello che conosciamo: non restituisce il nostro volto, restituisce le nostre domande.

Che cosa rimane di una persona quando vengono meno le apparenze?

Dove termina il corpo e dove comincia ciò che chiamiamo anima?

Quanto della nostra identità appartiene alla forma e quanto invece alle tracce invisibili lasciate dal tempo?

È qui che il lavoro dell’artista supera il dato puramente figurativo.

Il frammento non è più una mancanza.

Diventa una possibilità.

La materia apparentemente incompleta costringe infatti l’occhio a immaginare ciò che manca e, in quello spazio lasciato aperto, entra inevitabilmente la storia personale di chi guarda.

Ogni spettatore completa l’opera in maniera differente.

Una bellezza che non cerca la perfezione

Viviamo in un tempo che sembra ossessionato dalla superficie.

Corpi modificati, immagini levigate, identità costruite per essere osservate velocemente e dimenticate altrettanto rapidamente.

La scultura di Paganessi percorre la strada opposta.

Non cancella le ferite.

Le rende visibili.

Non elimina l’ombra.

La utilizza.

Non nasconde l’erosione della materia.

La trasforma in linguaggio.

Ed emerge così una concezione profondamente contemporanea della bellezza: non la perfezione come assenza di difetti, ma la verità come presenza delle nostre imperfezioni.

Questi corpi sembrano provenire contemporaneamente dal passato e dal futuro. Possiedono qualcosa dell’archeologia, come reperti sopravvissuti a una civiltà scomparsa, e insieme qualcosa di profondamente attuale.

Potrebbero essere stati ritrovati dopo secoli.

Oppure potrebbero essere ciò che resterà di noi.

Montalcino e il dialogo con il tempo

Anche il luogo contribuisce alla suggestione.

Montalcino è una terra nella quale il tempo non è semplicemente una misura cronologica: diventa cultura, paesaggio, trasformazione.

Qui il tempo modifica la terra, accompagna il vino, segna le pietre, costruisce identità.

Accogliere proprio in questo contesto un’indagine artistica dedicata alla trasformazione del corpo e della materia crea un dialogo particolarmente felice.

OCRA diventa così, per alcune settimane, una sorta di teatro silenzioso.

Le sculture ne abitano lo spazio.

La luce ne modifica i profili.

L’ombra ne amplifica le cavità.

E ogni variazione sembra consegnare allo spettatore un’opera differente.

La curatela di Antonello Di Pinto accompagna questa ricerca mettendo al centro proprio il rapporto tra presenza fisica e dimensione interiore, facendo della mostra non soltanto una successione di opere, ma un percorso.

Quasi una drammaturgia della materia.

Quando la materia smette di essere materia

Alla fine rimane una sensazione difficile da spiegare.

Si entra per osservare delle sculture e si esce pensando agli esseri umani.

È probabilmente questo il punto più alto che un’opera figurativa possa raggiungere: quando dimentichiamo il materiale con cui è stata realizzata e cominciamo a percepirne la presenza.

La materia allora scompare.

Rimane il gesto.

Rimane la vulnerabilità.

Rimane l’uomo.

Rimane ciò che non sappiamo definire e che, da millenni, continuiamo ostinatamente a chiamare anima.

Ed è proprio in quel confine sottilissimo, tra ciò che possiamo toccare e ciò che possiamo soltanto percepire, che sembra abitare l’arte di Beatrice Paganessi.

“Corpi in scena: la materia dell’anima” non racconta semplicemente il corpo. Racconta ciò che il corpo trattiene quando le parole non sono più sufficienti.

E forse la vera forza di queste sculture è tutta qui:

sembrano frammenti di materia, ma finiscono per parlarci dell’eternità.

CORPI IN SCENA: LA MATERIA DELL’ANIMA
Sculture di Beatrice Paganessi
A cura del critico d’arte Antonello Di Pinto
OCRA Montalcino
11–28 settembre 2026
Giovedì–domenica, ore 10:30–17:30
Ingresso libero

Vernissage e incontro con l’artista
Venerdì 11 settembre 2026, ore 19:00
OCRA Montalcino – ingresso libero

La serata inaugurale sarà accompagnata da una degustazione offerta dall’Azienda Pian delle Ginestre.

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