Da un sistema internazionale all’altro
Guerra ad alta intensità sul continente europeo, paralisi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, emergere di nuovi poli di potere e frammentazione del mondo, messa in discussione della globalizzazione e ascesa dei populismi, minacce di una nuova guerra tariffaria, il sistema internazionale che abbiamo conosciuto dalla fine della guerra fredda – e che era a sua volta costituito solo da un insieme minimo di regole e quindi caratterizzato da imperfezioni – è indubbiamente messo in discussione. La transizione che si stava svolgendo sotto i nostri occhi ha preso una piega più brutale che merita di essere analizzata.
Il mondo si trova di fronte a un'”epidemia” di crisi; tale è in ogni caso la percezione generale. Il termine “crisi” è abbastanza inflazionato: ci fu la crisi economica del ’29; quella di Suez nel 1956 che ridefinì una gerarchia delle potenze mondiali evidenziando la relativa diminutio capitis di Francia e Inghilterra; la crisi dei Sudeti nel 1938 che annunciò il Secondo conflitto mondiale nonostante l’Accordo di Monaco; oggi quella di Taiwan con sullo sfondo le tensioni tra Stati Uniti e Cina continentale; e la crisi ucraina che è in realtà una guerra di lunga durata e non un momento parossistico di tensione internazionale. La crisi, nel senso stretto del termine, è un episodio breve; può rivelarsi ciò che si chiama talvolta oggi un game changer, cioè un evento all’origine di importanti trasformazioni economiche, militari o all’interno delle società.
Crisi e sistema internazionale
Un sistema internazionale, anche se in crisi, è sensibilmente qualcosa di diverso; fa infatti riferimento a un insieme di istituzioni, come l’ONU nei nostri giorni, e a rapporti stabiliti tra le potenze. Collegare le crisi e i sistemi può rivelarsi un approccio interessante che ci illumina su cambiamenti fondamentali avvenuti o passati nel mondo. Non tutte le crisi influenzano profondamente l’ordine internazionale. Se si guarda agli ultimi anni, si possono identificare diversi momenti che corrispondono a movimenti tettonici, cioè in profondità e duraturi.
Il brusco ritiro degli americani dall’Afghanistan nell’agosto 2021, dopo circa vent’anni di guerra preceduta a partire dal 1979 da 10 anni di guerra sovietica, può rientrare in quest’ultima categoria. Questo episodio, tanto spettacolare quanto drammatico, ha avuto l’effetto di consegnare un’intera parte della popolazione afghana – che aveva intravisto nelle città la modernizzazione in stile occidentale – alla ferrea disciplina dei talebani. Non ha messo fine a ogni tipo di intervento, ma senza dubbio a un ciclo di interventi di tipo classico, basati su considerazioni o pretesti umanitari. Ciò che è stato chiamato “diritto all’intervento umanitario” si è infatti sviluppato ed è stato concettualizzato alle Nazioni Unite a partire dalla fine degli anni ’90; questa evoluzione significativa ha minato il rispetto del sacrosanto principio di non intervento “negli affari che rientrano essenzialmente nella competenza nazionale di uno Stato”, iscritto al famoso paragrafo 2, comma 7 della Carta dell’ONU.
È opportuno ricordare che in Iraq, durante la prima guerra del Golfo – alla quale mise fine la risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza che decretò “ispezioni” sulle armi di distruzione di massa (WMD) – la risoluzione 678 dello stesso Consiglio aveva autorizzato la comunità internazionale a “utilizzare tutti i mezzi” per porre fine all’invasione del Kuwait, senza che venisse utilizzata la parola “guerra”. Questo processo di autorizzazione implicita si rinnovò nel caso della crisi libica alcuni anni dopo.
Più vicina a noi, si dovrebbe menzionare la crisi dell’AUKUS – alleanza tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti – già un po’ dimenticata, che mira a costituire un fronte anti-Pechino nella zona Indo-Pacifica. In realtà, la crisi si è svolta innanzitutto tra potenze occidentali, poiché la formazione dell’AUKUS è coincisa con la perdita da parte della Francia di un “contratto del secolo” per la fornitura all’Australia di sottomarini. In questo caso, non si tratta più di intervento sotto il pretesto dell’umanitario, ma dell’abbozzo di un blocco contro la Cina, mentre si credeva che questa forma di alleanza fosse riservata a un periodo superato della guerra fredda.
E non si può fare a meno di menzionare la crisi o piuttosto la guerra in Ucraina, anche se è difficile, mentre si svolge ancora sotto i nostri occhi, trarne conclusioni definitive. Tuttavia, è lecito considerare che dietro il discorso sulla decadenza dell’Occidente e la difesa di altri valori, succedendo al narrativo sui “neonazisti di Kiev”, c’è un progetto post-imperiale russo che si stava mettendo in gioco e del quale ci si renderà forse conto che non era più adatto ai tempi.

Un discorso sul metodo
Il riferimento al passato ha interesse solo se illumina l’analisi degli eventi contemporanei. Inoltre, costruire una teoria dei sistemi può sembrare eccessivamente ambizioso, ma bisogna almeno sforzarsi di proporre sintesi, uniche in grado di favorire, in un approccio pedagogico, la comprensione dei fenomeni. Infine, ultima considerazione principale, se le relazioni internazionali si fondano prima di tutto su interessi, ciò che viene chiamato “valori” non può essere completamente escluso. Nel caso della Francia, che si considera spesso come la “patria” dei diritti umani, è chiaro che la sua politica estera può idealmente derivare solo da una combinazione – e persino da un dosaggio sottile e molto instabile – di interessi imprescindibili e di ambizioni umanistiche e universaliste.
Il caso della “liberazione” del Kuwait nel 1991 è piuttosto illuminante a questo riguardo. La Francia fu riluttante a impegnarsi nella coalizione, ripugnando a fare guerra e anche a causa di importanti interessi nella regione considerata, in particolare in Iraq stesso (si veda forniture di armamenti, relazioni economiche, debito iracheno; senza dimenticare il ruolo di “cane da guardia” assegnato all’Iraq nei confronti dell’Iran, che aveva determinato da parte francese la messa a disposizione di aerei Super-Étendard che avevano permesso a Baghdad di colpire i terminal petroliferi dell’Iran nel Golfo persico). È senza dubbio la ragione per cui il presidente Mitterrand, dal podio dell’Assemblea generale dell’ONU nell’autunno del 1990, porse un’ultima “canna” all’Iraq dichiarando – provocando così la furia degli americani che avevano già preso le loro decisioni – che “se Saddam Hussein manifestava – l’intenzione – di ritirarsi dal Kuwait, tutto sarebbe allora possibile”. Anche se è difficile stabilire confronti, non si può considerare attraverso lo stesso prisma di interessi e principi le reticenze della Germania a impegnarsi nel sostegno all’Ucraina di fronte alla Russia, senza dimenticare inoltre il peso della storia?
Un cambio nel sistema internazionale
Dal momento in cui un membro permanente del Consiglio di sicurezza si è liberato dei principi della Carta invadendo l’Ucraina, il sistema politico dell’ONU si è trovato paralizzato e, ancor di più, completamente messo in discussione. I Cinque permanenti possono ancora trovare alcune convergenze, se non intendersi, per affrontare questioni come il programma nucleare iraniano o la proliferazione in Corea del Nord? Recenti dibattiti al Consiglio su quest’ultimo dossier hanno fornito una risposta negativa. Questo è particolarmente preoccupante e non può durare senza rischi per lo stato del mondo.
Una prima domanda può essere posta: stiamo vivendo una nuova guerra fredda? La risposta è no. La guerra fredda si basava sull’opposizione dei blocchi e sul confronto, se non in modo frontale, almeno su teatri periferici, delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Le tensioni avrebbero potuto degenerare più volte, in particolare durante le crisi di Cuba nel 1962 e di Berlino tra il 1958 e il 1961, ma il peggio fu evitato; ciò che poté “strutturare” il sistema – conferendogli paradossalmente una certa stabilità – fu in realtà l’arma nucleare; la “distruzione mutua assicurata” (MAD) e la limitazione, in virtù dell’accordo SALT 1, dei sistemi anti-missili strategici a un solo sito da entrambe le parti a protezione delle capitali Washington e Mosca, garantì infine “l’equilibrio della paura”.
Questo sistema terminò nel 1990/1991. Una delle ragioni principali fu la decomposizione dell’Unione Sovietica alla fine degli anni ’80. La priorità di Mikhail Gorbatchev fu quella di porre fine alla pericolosa e soprattutto disastrosa corsa agli armamenti. Nel suo celebre discorso del 7 dicembre 1988, dal podio dell’Assemblea generale dell’ONU, annunciò la fine della “dottrina Breznev” di sovranità limitata così come quella del ruolo dirigente del Partito Comunista (PCUS) e della dottrina marxista-leninista.
La guerra del Golfo di gennaio-febbraio 1991 fu anche un fattore determinante di questa evoluzione. Il suo esito, favorevole alla coalizione anti-Saddam, portò il presidente George Bush Sr. a proclamare un “Nuovo ordine internazionale” che fu in pratica un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti (NB: proprio quello che V. Putin doveva criticare nel suo discorso di Monaco del 2007). Con il suo concetto di “Fine della Storia”, l’economista e politologo neoconservatore americano Francis Fukuyama fissò allora l’ideale della democrazia liberale come orizzonte insuperabile dell’umanità (si veda The End of History and the Last Man).

Mondo multipolare e sistema multilaterale
È importante notare che il periodo di dominio americano – del quale non si può dire con certezza che sia completamente concluso – ha tuttavia coesistito con il mantenimento di una certa cooperazione multilaterale all’interno delle istanze internazionali.
Le violazioni al sistema internazionale iniziarono già durante la presidenza di R. Reagan (1981-1989). L’Assemblea generale dell’ONU condannò nel 1987 il bombardamento di Tripoli mirato a Kadhafi. Mentre il presidente americano sembrava impegnato in una crociata contro “l’Impero del Male”, gli Stati Uniti misero in discussione la loro partecipazione a certe organizzazioni internazionali ritirandosi ad esempio dall’UNESCO, seguiti nel 1985 dal Regno Unito. Fu quindi l’ubris prima del tempo, quella degli anni ’90 e oltre.
Infatti, sebbene il Consiglio di sicurezza rimanesse ancora paralizzato nel 1988 e conoscesse, oltre a una crisi finanziaria, una vera crisi di fiducia, l’ONU conobbe una forma di improvvisa rinascita di cui beneficiò il suo Segretario generale Javier Pérez de Cuéllar. Nel luglio 1988, un aereo civile Airbus iraniano fu abbattuto per errore sopra lo stretto di Hormuz dalla marina americana; gli iraniani approfittarono di questa tragedia per tornare al tavolo del Consiglio (NB: in un’immagine inversa rispetto alla partenza degli italiani dalla SDN al momento della questione etiopica). Ne seguì un accordo complessivo tra Iran e Iraq, l’indipendenza della Namibia, la fine dell’apartheid in Sudafrica e una soluzione diplomatica per il problema cambogiano. Queste improvvise evoluzioni furono facilitate dal contesto di una guerra fredda in fase di conclusione. Tra i Cinque permanenti, la Russia apparve in decadenza mentre la Cina continuava a risvegliarsi; di fronte a Washington e Londra, la Francia, tradizionale “impedimento” e sensibile a un certo non allineamento dei paesi del terzo mondo, sarebbe stata in grado di sfruttare in questo nuovo contesto un margine di manovra allargato ed esistere da sola?
La risposta fu in realtà negativa, come confermò infine la partecipazione francese alla coalizione guidata dagli Stati Uniti in Iraq. Questa dimostrò, per riprendere un detto asiatico, “che non è possibile mettere la propria barca di traverso al fiume”.