Lo spettro dei BRICS
Si potrebbe dire, parafrasando le prime parole che Karl Marx scrisse riguardo al comunismo nel suo celebre Manifesto pubblicato nel 1848, “che uno spettro percorre l’Europa, lo spettro dei BRICS, quello di un mondo nuovo più multipolare”. Questa è la nuova paura che si abbatte sulle opinioni pubbliche a Ovest, paralizzandole invece di far loro accettare il carattere ineluttabile delle grandi mutazioni del mondo e la necessità di adattarsi a esse con un surplus di dinamismo.
Il Vertice dei BRICS si tiene annualmente dalla prima edizione (NB: allora del BRIC raggruppante Brasile, Russia, India e Cina) a Ekaterinburg nel 2009, e nuovamente in Russia nel 2024 a Kazan, a 800 km a est di Mosca. Era atteso. Ma il suo impatto, almeno psicologico, si è rivelato persino più considerevole di quanto previsto nel contesto della stanchezza causata dalla guerra in Ucraina, di una sorta di riabilitazione della Russia su una grande scena internazionale di fronte a un’Ovest spesso nel dubbio, alquanto fratturato da entrambi i lati dell’Atlantico e preda della languore provocato da un’amministrazione democratica in fase di conclusione che alla fine ha fallito su tutti i grandi temi internazionali dall’abbandono dell’Afghanistan nel 2021.
Il BRIC, poi diventato BRICS con l’Africa del Sud, è ora BRICS+ con l’accessione di quattro nuovi membri (NB: Egitto, EAU, Etiopia e Iran), senza contare molti altri Stati che sono ancora in attesa come la Turchia, ma che sono presenti. Grande organizzatore di questa grande messa diplomatica, V. Putin ha potuto esprimere almeno tre messaggi essenziali: che non era colpito da ostracismo e ha incontrato d’altronde il Segretario generale dell’ONU; dal Tatarstan – soggetto della Federazione Russa, a maggioranza musulmana e industrializzato – dove si sono riuniti i rappresentanti di poco meno della metà della popolazione mondiale e di circa il 35% del PIL del pianeta, la Russia ha potuto mettere in evidenza un’identità multi-etnica e pluri-religiosa pacificata; la Russia, sotto l’imperio delle necessità e ostracizzata in particolare dall’Europa in una condotta suicida, ha perseguito l’accomplimento della sua tentazione eurasiatica.
Ma i BRICS non sono un blocco nel senso della guerra fredda; sommare ad esempio i mezzi nucleari della Cina e dell’India, che si sono affrontate militarmente più volte, è un’assurdità. Si tratta piuttosto di un contro G7 e della conferma dell’emergere di un nuovo mondo, proprio quello più multipolare – che non è più né il condominium américano-soviético né l’iperpotenza americana – che la Francia aveva a lungo auspicato. Piuttosto che paura, dovrebbero aprirsi davanti a noi prospettive grandiose: l’India, per non parlare che di lei, non è già dal 1998 uno dei principali partner strategici della Francia?
Eurasia al centro dei BRICS
Esiste una tentazione eurasiatica. Questa traduce, in particolare se non principalmente, un’interrogazione sull’identità, che non è esclusiva della Russia, ma è dovuta globalmente alla modernizzazione accelerata, agli effetti della globalizzazione e alle migrazioni divenute incontrollate nel mondo a causa del cambiamento climatico, delle guerre e delle disuguaglianze su scala mondiale. La Russia è un impero bi-continentale, multi-etnico, multi-religioso e multi-culturale, e il suo eurasismo appare tanto come una protesta contro l’Occidente quanto come un attaccamento all’Asia. Le invasioni mongole dal 1214 al 1552 – le più pericolose nella storia della nazione russa – provenivano da est, e la storia della Russia, una volta completata la sua espansione territoriale, è sempre stata rivolta verso ovest.
L’interesse di Evgeny Primakov per l’Eurasia fu più di circostanza, sotto l’impatto delle necessità, che una convinzione. Primakov comprese senza dubbio meglio di Putin che la Russia post-sovietica – talvolta definita “potenza povera” – non aveva più i mezzi per un progetto che si inscrivesse in una tradizione imperiale; egli sostenne quindi cooperazioni, che potevano essere talvolta conflittuali ma escludevano risolutamente il ricorso alla forza; per lui si trattava di evitare assolutamente una frattura con l’Occidente, contraria all’ADN della Russia e alla sua storia che guarda sia verso il continente europeo che verso l’Asia.
Primakov concepì così innanzitutto un triangolo Mosca-New Delhi-Pechino che si integrò naturalmente nella sua riflessione strategica. Questo progetto, che fu concettualizzato in quello che venne chiamato nel 1998 la “Dottrina Primakov”, prefigurava i BRICS. Ma questo triangolo potrebbe anche essere descritto come un “trio di asimmetrie”. Il progetto cinese delle Nuove Vie della Seta (Belt and Road Initiative) è ad esempio suscettibile di indebolire l’influenza russa nella regione.
Putin riprese a suo favore il “software” di politica estera del suo predecessore a capo del governo, che venerava per essere stato un maestro indiscusso dell’intelligence. Oltre alla necessità di uno Stato forte, la dialettica del mondo unipolare/multipolare e la questione del non allargamento della NATO hanno avvicinato l’attuale Presidente russo al suo mentore.
La neutralizzazione dell’Ucraina
Ritorniamo alla guerra in Ucraina, la cui soluzione contribuirà in modo significativo a ‘strutturare’ le nuove relazioni internazionali. L’Ucraina si trova tra Est e Ovest, un dato banale ma essenziale. Non dovrebbe dimenticare la sua storia e la sua geografia, che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’hanno destinata a diventare una “zona cuscinetto” o un “ponte”, quest’ultimo termine essendo più positivo. Ha tratto vantaggio da questa situazione, ad esempio, ricevendo quasi un sussidio dalla Russia fino al 2009/2010, con il gas pagato a meno di 50 dollari per 1000 m³, mentre il prezzo mondiale raggiungeva i 250 dollari. Le tensioni nel settore energetico erano già evidenti prima dell’annessione della Crimea e, a maggior ragione, prima della guerra attuale. Grazie alla sua vicinanza ai paesi dell’UE, Kiev avrebbe potuto sfruttare questa posizione, soprattutto dal punto di vista commerciale. Tuttavia, fattori geopolitici, combinati all’incuria di molti dei suoi dirigenti e alle fratture all’interno della società, non hanno permesso all’Ucraina di adottare orientamenti esteri abili.
Oggi, la sfida è doppia: porre fine alle ostilità tra Russia e Ucraina e procedere alla ricostruzione di quest’ultima, normalizzando al contempo una relazione indispensabile per l’Europa con Mosca. Non si vede come la cessazione delle ostilità – che potrebbe essere di fatto un conflitto congelato senza formalizzazione (sulla falsariga della formula di Panmunjom) – possa essere altro che un “fermo immagine”, a seconda della situazione sul campo. Non è certo che gli Stati Uniti possano imporre la loro linea, se mai ne avessero una chiara dopo le incertezze passate. Quanto alla Russia, la minaccia di nuove sanzioni, se le cose non si svolgessero senza intoppi, non sarebbe necessariamente efficace, poiché il paese si è adattato a tale situazione. Inoltre, Mosca – nella tradizione di un impero dalle frontiere sfumate (si veda Transnistria, Georgia) – non è realmente desiderosa di ottenere un accordo formale, a meno che non confermasse che l’Ucraina non ha intenzione di entrare nella NATO o nell’UE; un’Ucraina con confini incerti rappresenterebbe un handicap insormontabile per quest’ultima nella prospettiva di adesione a insiemi più vasti. Il concetto di zona cuscinetto rappresenta senza dubbio una neutralizzazione su scala dell’intera Ucraina, che è l’obiettivo principale della guerra per la Russia. È importante notare che questa neutralizzazione non escluderebbe garanzie di sicurezza bilaterali da parte dei principali sostenitori di Kiev.
Per quanto riguarda la ricostruzione dell’Ucraina, si teme che possa trasformarsi in una doppia pena per un’Europa già indebolita economicamente dalla guerra e che si sentirebbe colpevole di non aver potuto sostenere meglio Kiev. Si è mai visto gli Stati Uniti assumersi una tale responsabilità, anche quando questa era schiacciante? Basta fare riferimento agli esempi del Vietnam, del Kuwait/Iraq o ancora dell’Afghanistan.
Il mondo delle potenze in trasformazione: senza l’Europa?
Cerchiamo, in conclusione, di fare un bilancio sincero della situazione mondiale, piuttosto che rimanere in una posizione di attesa e di speranze vane. Il “Nuovo ordine internazionale” era un concetto formulato da George Bush Sr. all’inizio degli anni ’90, mentre l’Unione Sovietica si disintegrava e gli Stati Uniti avevano appena vinto la guerra del Golfo. Il mondo che ne risultò fu caratterizzato dall'”iperpotenza” americana, attenuata però dal mantenimento di una certa cooperazione all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Durante questa fase, potenze come la Cina e soprattutto la Russia mantennero il loro attaccamento alla Carta dell’ONU (“tutta la Carta, nient’altro che la Carta”), senza che, secondo loro, si dovesse modificarla; ciò valeva in particolare per il Consiglio di Sicurezza, la cui composizione non poteva essere ampliata e a maggior ragione il meccanismo del veto non poteva essere messo in discussione. Queste potenze furono definite “anti-revisioniste della Carta”.
Siamo ormai usciti da questo sistema – che aveva a sua volta succeduto all’opposizione dei blocchi della guerra fredda – a causa dell’emergere di un mondo più multipolare e della paralisi ormai totale dei meccanismi del Consiglio di Sicurezza, in particolare a causa della guerra in Ucraina che ha visto un membro permanente liberarsi delle regole di base del diritto internazionale contenute nella Carta. L’arrivo al potere di D. Trump potrebbe annunciare una nuova era. Non si può immaginare che gli Stati Uniti siano i promotori di un sistema multilaterale dal quale ritengono di potersi privare; il loro ritiro da diverse organizzazioni internazionali (cfr. OMS, Consiglio dei diritti umani) lo conferma già. L’attuale mondo allo stato naturale è sia quello dei grandi insieme sia quello della forza che prevale sul diritto. D. Trump privilegerà quindi un gioco a tre con Mosca e Pechino? Se così fosse, i cambiamenti – introdotti da potenze diventate veramente revisioniste del sistema – sarebbero notevoli. La Russia aspira da oltre trent’anni al ripristino della sua potenza perduta e potrebbe adattarsi a questo nuovo status. Per gli Stati Uniti, le cose sono meno chiare: il triangolo Washington-Mosca-Pechino non è più quello della guerra fredda che permise a Nixon la sua apertura verso la Cina all’inizio degli anni ’70. Solo la Cina, strettamente legata agli USA sul piano economico e commerciale e alla Russia per motivi geo-strategici, potrebbe vedersi offrire un certo – sebbene delicato – margine di manovra. E l’Europa in tutto questo?
