Dark Mode Light Mode

LETTERA A UN AMICO DEL MONDO ARABO

Caro amico di questo Oriente, al tempo stesso vicino e lontano,

Ho vissuto tra di voi, ho lavorato al vostro fianco e la vicinanza che ci viene dettata dalla storia, dalla cultura, dalle religioni e dal Mediterraneo rimane. Questo mi spinge a scrivervi in tempi così travagliati, in cui la comunicazione, che tuttavia prolifera in modo incontrollabile, è in realtà scarsa e così difficile.

Nella tragedia greca, l’esito fatale è immediatamente annunciato e l’essenza del tragico risiede nelle convulsioni che si svolgono sotto i nostri occhi, senza la minima via di fuga. Oggi, di fronte a tanti drammi che vivete e che condividiamo, non siamo nemmeno più sicuri di cosa sarà domani e dei limiti della catastrofe.

Il conflitto non è stato sradicato da nessuna parte, e il continente europeo ne è la triste dimostrazione, ma i conflitti che si svolgono da voi sembrano ancora più anacronistici e violenti di quanto si pensasse, relegati all’antichità e alle pagine più oscure dei testi sacri che ne raccontano le gesta.

La violenza genera violenza e finisce per uccidere ogni umanità, come hanno dimostrato le tante sofferenze sopportate dalle popolazioni civili e, più vicino a noi, il parossismo dei bambini martiri, oltre ad annullare ogni riflessione individuale. La vera rivolta dovrebbe essere contro questa apparente fatalità. Com’è possibile che in questa area di immense civiltà, a partire da questo focolaio di tre grandi religioni monoteiste, non si stia operando nel profondo dell’abisso l’inizio di una trasformazione virtuosa?

Il conformismo sociale e politico deve essere combattuto; il senso di una collettività e di una solidarietà che trascende i confini non può rivelarsi opprimente. Le religioni dovrebbero portare innanzitutto la spiritualità; le barriere mentali devono essere abolite. Ciò che conta soprattutto è conservare una percezione del sacro a cui si può accedere anche senza l’idea di Dio, talvolta anche al di fuori delle chiese, quando queste ostacolano e aspirano solo a essere un potere.

Ho conosciuto la vastità metafisica dei paesaggi nella regione del Nejd della penisola arabica, così come i richiami dei muezzin che infuocavano con il tramonto le rive del Mar Rosso e si riflettevano sulla barriera montuosa vicino all’Hedjaz. Mi alzavo a Damasco prima dell’alba per non perdere nulla dell’illuminazione dell’alba da innumerevoli lampade verdi sopra gli edifici religiosi della città; è vicino al luogo di conversione di Paolo di Tarso e anche vicino alla moschea degli Omayyadi, dove si poteva essere trascinati nel vortice vertiginoso delle danze sufi all’interno di antichi palazzi.

Alla fine dell’antica Via Recta romana, accanto a quella cristiana, si trovava il quartiere ebraico, spopolato soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni e lo Yom Kippur, ma di cui rimangono la sinagoga e le case perfettamente conservate in attesa di un “ritorno”. Quella che viene chiamata la “pianura calcarea” nella regione di Idlib è anche lo spazio delle “città morte”, di cui rimangono il tesoro di innumerevoli chiese del V secolo, ben precedenti alle costruzioni cristiane che ci impegniamo a rinnovare e talvolta persino a salvare dalla distruzione.

 

Tra i pezzi più belli del Museo Nazionale di Damasco figurano affreschi figurativi del II e III secolo, ancora unici al giorno d’oggi, provenienti da una delle più antiche sinagoghe conosciute. Questo imponente edificio, profondamente sepolto sotto terra – il che lo ha protetto per secoli – si trova lungo le mura di Doura Europos sull’Eufrate, la “Pompei d’Oriente”. Era stato riportato alla luce nel 1930 e restaurato sotto il mandato francese.

Gli Alawiti del Djebel Ansariye, vicino alla costa mediterranea, hanno potuto coesistere con altre minoranze, come i drusi della regione agricola di Hauran, vicino alla Giordania, e di Beiteddine nel Chouf libanese. Gli sciiti, il cui credo non poteva essere assimilato a quello degli Alawiti, venivano in pellegrinaggio nei sobborghi di Damasco, anche dall’Iran, per onorare il mausoleo di Sayeda Zeinab, dedicato a una nipote del profeta.

Questa ricchezza incomparabile, vissuta come un’offerta, spesso insospettata dall’esterno e persino dimenticata dall’interno, non può essere ridotta a un magma informe. Al contrario, si tratta di una matrice unica che non ha lo scopo di condurre a forgiare armi, ma di tracciare i percorsi di una liberazione, a cominciare da quella delle coscienze.

“Il dolore è il più grande dei profeti”, scrisse Germaine de Staël dopo la scomparsa di suo padre Necker. Chi può capirlo meglio, caro amico, del tuo Oriente sofferente che ci è così più vicino che mai?

Previous Post

"Dazi Nostri": il Risveglio Americano e il Sonno dell'Europa

Next Post

Intervista a Larissa Yudina , soprano sopraffine ed aristocratico