Catone e Annibale, Nerone e Agrippina, Fabio Cunctator…
Contrariamente a quanto si crede, la storia non si ripete necessariamente, ma può fornirci preziosi spunti di riflessione. Questo è senza dubbio uno dei motivi per cui vengono organizzate le commemorazioni: l’8 e il 9 maggio 1945 hanno segnato la fine della Seconda Guerra Mondiale, di cui quest’anno ricorre l’80° anniversario. Il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza, è una data importante per la storia degli Stati Uniti, ma anche per il mondo, perché il suo messaggio è quello dell’emancipazione delle colonie, della libertà e dell’uguaglianza. Tra pochi mesi compirà 80 anni anche Hiroshima, il 6 agosto, il cui orrore non deve indurci all’amnesia, soprattutto in un momento in cui si parla ripetutamente di armi nucleari. La storia romana, che ha plasmato l’Europa e il mondo, è una miniera inesauribile di riferimenti; non possiamo dimenticare le sue tragedie, ma dobbiamo anche considerare i magnifici esempi che ha da offrire.
Carthago delenda est: l’Europa affronta il suo destino
Il destino dell’Europa non è in gioco solo in Ucraina. Si tratta soprattutto di una scelta di identità e della ricerca di un’autonomia strategica, che non si limita alla sfera militare ma comprende anche l’alta tecnologia. A lungo termine, ciò presuppone il recupero di un grado di sovranità che è andato perduto, diluito da una deriva “federalista”. L’Europa dovrà essere ricostruita in un modo o nell’altro se vuole esistere veramente di fronte alle sfide globali, tra Cina e Stati Uniti.
“Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta) era la parola d’ordine proclamata in ogni discorso al Senato romano da Catone il Vecchio nel II secolo a.C. Questa ossessione comprendeva la ricerca della vittoria totale su una città inerme la cui sfortuna era la sua insolente prosperità. Infatti, la Terza Guerra Punica si concluse con la distruzione della città.
Dopo questa “Hiroshima del mondo antico”, non si tratta più solo di sapere se l’Ucraina dovrà cedere le armi sulle attuali linee di confronto o se il regime russo, ostracizzato, minato dall’interno e che ha perso la sua legittimità ai nostri occhi, si trasformerà profondamente. La sfida europea esiste anche di fronte ad altre sfide.
Il cartaginese contemporaneo, di fronte ai nuovi centri di potere, non è più un semplice conquistatore, ma deve chiamarsi libertà e indipendenza. D’ora in poi, noi siamo i Cartaginesi. In questo senso, l’antica Roma era l’incarnazione del dominio della superpotenza.
Catone il Vecchio, in realtà isterico, chiuso alle culture del mondo come la civiltà ellenistica, malaticamente austero nella sua reclusione, riunisce in realtà le figure di tutti gli aggressori. Nel complesso, egli rappresenta il partito della guerra e allo stesso tempo incarna l’Annibale che distrusse l’esercito romano a Cannes nella più sanguinosa battaglia della storia.
Annibale non riuscì mai a prendere Roma, che era alla sua portata dopo la battaglia del Trasimeno nel 217 a.C., soprattutto perché non disponeva di “macchine d’assedio” e anche perché il suo piano era falsamente concepito (NB: “Non sono venuto per affrontare le popolazioni, ma per combattere in loro nome contro Roma”) e fuori portata (NB: distruggere Roma non solo come città, ma come entità politica). Oggi si parla di difesa dei “valori” e della democrazia.
Questo parallelismo storico può essere vertiginoso. Comunque sia, non possiamo permettere che Catone e Annibale – le cui battaglie erano in gran parte simmetriche e basate sulla politica di potere – facciano lo stesso, e che in realtà si preoccupassero poco del popolo. L’Europa, in preda a una guerra che alla fine è stata solo una rivelazione tra le tante, affronta ora il suo destino da sola. Deve sapere se vuole davvero averne uno.
Nerone e Agrippina: il parossismo dell’ubrismo
L’apparente stabilità del potere non è necessariamente incompatibile con l’esistenza di figure molto controverse. L’Impero romano del I secolo d.C., ad esempio, non fu eccessivamente colpito dal disordine di figure come Nerone e sua madre Agrippina, sinonimo di passioni eccessive. È vero però che la morte dell’imperatore nel 68 d.C. portò a una guerra civile di due anni, tanto breve in termini relativi quanto intensa.
Nerone e Agrippina incarnarono la dissolutezza, il potere dell’ambizione sfrenata, la corruzione a corte – dove l’antica virtù romana era svanita – e l’omicidio. Seneca, il precettore stoico del giovane Nerone, non riuscì a educarlo. Agrippina prese il suo posto, sperando di controllare il giovane imperatore incoraggiandolo paradossalmente a dettare le sue passioni, che coesistevano con una grande indifferenza nella gestione dello Stato.
Invece di cercare invano di incanalare, la strategia consisteva nell’accompagnare le vie erranti. I mentori di Nerone erano uomini e donne anziani che agivano in questo modo. L’eccesso e la follia erano le vere leve di influenza sull’imperatore.
Agrippina, sorella di Caligola e imperatrice in qualità di moglie del successore Claudio, che era anche suo zio, fece assassinare quest’ultimo. Lei stessa fu uccisa nel 59 dal figlio Nerone, che l’aveva ufficialmente definita “la migliore delle madri”. La stessa sorte toccò alla moglie, la virtuosa Ottavia, e al fratellastro Britannico, per citare solo la cerchia familiare più stretta.
La morte di Agrippina aprì la strada a un periodo caotico del potere, anche se nulla aveva sconvolto i Romani quanto la tirannia dell’imperatore Caligola, che aveva fatto rivivere l’assolutismo orientale ereditato dal bisnonno Antonio. Quanto a Nerone, scelse di porre fine alla sua vita facendosi uccidere da un liberto. Pochi anni prima, nel luglio del 64 d.C., aveva raggiunto l’apice del suo potere, della sua megalomania e della sua vanità, guardando con gioia l’incendio di Roma. La città era allora al suo apice, con una popolazione compresa tra 800.000 e un milione di abitanti. Incidente, atto criminale o autodistruzione? Qualche somiglianza con i nostri tempi contemporanei…
Figure positive
Nella storia abbondano anche figure positive, alcune delle quali sono state relegate in secondo piano e dovrebbero essere ricordate. Una di queste, se guardiamo all’epoca delle guerre puniche, è Fabius il « Temporeggiatore » (Cunctator).
Nella disperata difesa della Repubblica romana, emerse la figura di Fabius Cunctator – che, dopo essere stato due volte console, fu nominato dittatore dal Senato dopo la battaglia persa del Trasimeno – secondo il quale bisognava evitare gli scontri frontali. C’era da scegliere tra Fabius e Flaminio, quest’ultimo favorevole all’attacco classico. Questo fu il dilemma per molto tempo, fino a quando non prevalse la strategia di molestare il nemico, evitare lo scontro frontale e, soprattutto, aggirarlo.
Il fallimento della battaglia di Cannae, un anno dopo il Trasimeno, confermò le sue idee e l’impantanamento dell’attaccante fino alle “delizie di Capua” diede finalmente i suoi frutti. Alla fine della sua vita, Fabius, che come capo dell’ambasciata di Roma a Cartagine aveva formalmente dichiarato guerra alla città nel 218, rifiutò di permettere al giovane e ambizioso Scipione di condurre nuovamente una guerra in Africa.